Cosa faresti con 900miliardi di dollari?

“Una guerra di vent’anni per esportare la democrazia in Afghanistan” rispondono i signori delle armi e della geopolitica. “Un giorno di guerra costa circa 200 milioni. Con quel denaro costruirei dieci ospedali o porterei l’acqua in tutto l’Afghanistan” avrebbe risposto con veemenza Gino Strada.

Nel giorno della sua morte, di cui scrivo con un nodo alla gola che non vuole scendere, ci ricordiamo quanto fosse vero il suo fermo convincimento, che non ammetteva repliche, sulla mostruosità ed inutilità della guerra.

Dopo vent’anni di  presenza delle cosiddette “truppe di liberazione”, assistiamo sgomenti all’avanzata di quei talebani, indicati come il nemico dell’umanità, che sono prossimi a riprendere Kabul e contiamo oltre 150.000 morti di cui almeno 30.000 civili oltre ai feriti e mutilati.

In un macabro “gioco dell’oca” siamo tornati al “via” dopo aver affrontato la più lunga, inutile e costosa campagna militare della storia italiana per la quale abbiamo speso 1,3 milioni di euro al giorno (report dell’Osservatorio MIL€X) o se preferite 7,5 miliardi a fronte di 260 milioni di euro investiti in iniziative di cooperazione civile.

Gino ci avrebbe detto che questi costi abnormi non hanno portato un miglioramento della vita degli afghani che dovevano ricorrere, dopo aver affrontato ore di cammino, agli ospedali di Emergency perché la sanità locale è del tutto inadeguata.

Se aveste avuto la possibilità di vedere i filmati che arrivavano a noi volontari dal campo (e se non lo avete fatto guardateli ora su YouTube) sareste rimasti sorpresi dal confronto delle “oasi di pace” degli ospedali da campo  di Emergency, il cui livello è, per volere di Gino, pari o superiore a quello delle migliori strutture sanitarie occidentali, con l’inferno degli ospedali di Kabul.

Avreste visto bambini mutilati ai quali venivano fornite, gratis, le protesi e infermieri e medici disperati per dover ricorrere al triage di emergenza e dover lasciare morire un adolescente perché non aveva alcuna possibilità di sopravvivenza e curare un anziano che una possibilità l’aveva.

Ci avrebbe raccontato, di quelle mine  studiate per esplodere se sottoposte ad un peso di 15 kg: il peso di una capra o di un bambino! Mine studiate non per uccidere ma per mutilare: la potenza di fuoco sale a 60 cm per tranciare le gambe di quel bambino che non sarà un uomo abile al lavoro o di una bambina che, donna, non troverà un marito e non avrà dei figli.  

Ci avrebbe urlato di aver visto con i suoi occhi, non da un albergo dei giornalisti accreditati come inviati di guerra, ma dall’ospedale da campo di un chirurgo di guerra, talebani e mujaheddin, donne, bambini, anziani accomunati dalle ferite delle bombe – i “ Pappagalli Verdi” del suo libro che è la nostra bibbia – che esplodono invece ad un metro e mezzo dal suolo per colpire gli occhi e creare un esercito di disabili. Ricordate le guerre degli antichi romani? Ai soldati vinti venivano spaccate le rotule perché non potessero più combattere e fossero per sempre schiavi. I signori della guerra hanno studiato la storia e la riapplicano con rinnovata ferocia.

Prima di farvi salire il nodo alla gola finite di leggere il report dell’Osservatorio perché potreste aggiungere allo sgomento la sorpresa (?) di sapere che a parte un lieve calo dell’analfabetismo – dal 68% al 62% – e un modestissimo miglioramento della condizione femminile (limitato alle aree urbane  maggiori), attribuibili al lavoro delle ong e non alla Nato, l’Afghanistan ha ancora oggi il tasso più elevato al mondo di mortalità infantile (113 decessi su mille nati), tra le più basse aspettative di vita del pianeta (51 anni , terzultimo prima di Ciad e Guinea Bissau) ed è ancora uno dei paesi più poveri del mondo (207° su 230 per ricchezza pro-capite).

A me il nodo non scende perché il ricordo di un mio intervento per Emergency nel carcere di Rebibbia è ancora vivido e devo a Gino la possibilità di avere imparato una grande lezione.

Nell’incontro con un gruppo di carcerati, interessati all’ “educazione alla pace” raccontavo quanto imparato sui libri e cioè che una mina antiuomo costa 3 dollari e che avere i campi minati impedisce qualunque tipo di coltivazione perché troppo pericoloso. Occorrono dunque degli sminatori che, a coppia, procedono alla bonifica che costa 100 euro al metro quadro .

Un uomo in fondo all’aula ha alzato la mano: “Vengo dall’Afghanistan, ho sminato i campi minati dai russi. Mi davano 100 euro al mese. La mia vita vale meno di un paio di Nike”.

Permettete al nodo di sciogliersi nella commozione per la perdita di un grande uomo che trovava aberrante accettare che quella vita potesse valere “meno di un paio di Nike”.

Cinzia Gaeta

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