Sono venuto a sapere solo oggi della scomparsa di Franco Serra, il mio primo direttore, avvenuta nella notte tra mercoledì 25 e giovedì 26 gennaio. La notizia non avrebbe dovuto sorprendermi, dato che Serra aveva 99 anni compiuti, ma mi ha egualmente riempito di quella malinconia che ci coglie quando viene a mancare il simbolo di un’epoca. E quell’epoca viene inesorabilmente relegata nel passato.

Erano gli effervescenti anni ‘80 ed ero fresco di laurea in Bocconi, con specializzazione in marketing e comunicazione. Una settantina di aziende mi avevano cercato per un colloquio e una decina mi avevano sottoposto un’offerta formale di lavoro. E si, i tempi sono davvero cambiati, in peggio… tante proposte, tutte con regolare contratto a tempo indeterminato, per lo più come assistant marketing manager, nonostante parlassi un inglese maccheronico, all’Alberto Sordi. Nessuna però mi attirava. L’ambiente aziendale mi sembrava troppo ingessato per il mio spirito libero e il mio carattere estroso (eufemismo). Piuttosto giocatore di poker professionista (con le carte me la cavavo), ma vivere “le miserie ‘d Monsù Travet”, mai. Mi confidai con il professor Enrico Valdani, con cui mi ero laureato. Il docente, cui devo la scelta che ha indirizzato la mia vita professionale, mi organizzò un appuntamento a Segrate, dove Franco Serra, all’epoca direttore responsabile di Espansione, la rivista ammiraglia del settore economia della Arnoldo Mondadori, stava dando vita a testate ancor più specializzate, come Marketing Espansione e Harvard Espansione.

La copertina di Harvard Espansione

Il direttore cercava, per quei nuovi periodici, giovani, con una cultura economica, da avviare al giornalismo. Mentre la prospettiva di una carriera aziendale mi intristiva, il mito della carta stampata mi attirava. Serra mi ricevette con una gentilezza che a malapena mascherava un carattere burbero e irascibile. Mi illustrò brevemente il lavoro che avrei dovuto fare, mi assegnò due articoli e mi diede una copia di Marketing Espansione come modello di riferimento. Subito mi impartì la prima lezione: quando gli chiesi se potesse darmi un’altra copia mi rispose con un forte accento piemontese: “No, i giornali li facciamo per venderli, non per regalarli”. Aggiunse però: per ogni articolo ti do 300 mila lire, per ora ti pago “a borderò”. Poi se impari, ti assumo. Naturalmente quando gli consegnai il lavoro si mise a gridare: ma come c…zo scrivi? Indulgeva al turpiloquio, pur essendo stato un allievo ufficiale di cavalleria della Scuola di Pinerolo (o forse, proprio per questo).

Però, dopo avermi insolentito e aver coperto con le sue grida, come era solito, il rumore degli aerei che atterravano nel vicino aeroporto di Linate, mi chiamò alla sua scrivania. In Mondadori vigeva l’open space e nemmeno i grandi direttori avevano un ufficio. Mi disse: “mi voglio impegnare a fare di te un bravo giornalista”. E mi diede tre insegnamenti. Innanzitutto l’accuratezza: verificare tutto e spiegare ogni minimo dettaglio. Poi la semplicità di linguaggio: “quando scrivi, pensa al più stupido tra i tuoi amici e considera che ci sono lettori ancora più stupidi; devi farti capire anche da loro”. Infine l’indipendenza. Esigeva che in ogni articolo ci fosse almeno un elemento che avrebbe contrariato l’intervistato, o comunque il soggetto di cui si scriveva. “Altrimenti sembra una marchetta”.

A furia di lavate di capo (altro eufemismo) e di articoli riscritti più volte, dopo un anno o forse due mi chiamò e sorridendomi mi disse: “Chiama tua mamma – durante l’apprendistato aveva voluto conoscere la mia famiglia – e dille che ti assumo”. Ero commosso, ma lui lo era ancora più di me. Dietro un carattere da sergente dei marine nascondeva un cuore d’oro. E una vocazione a far crescere i giovani. In redazione eravamo tutti under 30 e, oltre a me, tanti altri hanno raggiunto la guida di un giornale. Ricordo Redento Mori, direttore della stessa Espansione e poi de Il Mondo, Umberto Brindani e Fabio Tamburini che attualmente dirigono rispettivamente Gente e Il Sole 24 Ore.

Di Serra apprezzavo anche una certa ingenuità, che affiorava nonostante fosse uomo navigato. A volte, uscito dal giornale, chiamava la segretaria e si faceva passare un redattore, cui diceva: “Dimmi, caro”. Il collega ribatteva che non era stato lui a telefonare e Serra replicava che allora la segretaria si era sbagliata. Da severo, ma attento padre di famiglia, voleva far capire a tutti noi che ci controllava anche quando non c’era. Ma più di tutto apprezzavo il suo coraggio e la sua onestà intellettuale. Partigiano non comunista (direi anticomunista) quando la nascita della RSI lo sorprese a Pinerolo, divenuto dopo la guerra “socialista patriottico” (era pur sempre un ex allievo ufficiale di cavalleria) osava criticare l’allora intoccabile Presidente Sandro Pertini. E, quando, con lo scandalo P2 si scatenò la caccia alle streghe contro i piduisti, veri o presunti, non aveva paura di dire in pubblico: “Ma di cosa li accusano? Di avere complottato. Ma cosa significa?”. Non entro nel merito delle sue affermazioni, ma ne ho sempre ammirato l’anticonformismo e il suo assoluto menefreghismo nei confronti del politically correct.

Milo Goj

Milo Goj

Milo Goj, attuale direttore responsabile de L’Incontro, ha diretto nella sua carriera altri giornali prestigiosi, come Espansione, Harvard Business Review (versione italiana), Sport Economy, Il Valore,...

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