C’è uno spazio sottile e profondo che divide il presente dall’attualità. In quella ferita si è immerso Fausto Paravidino durante quattro pomeriggi estivi al Teatro Carignano di Torino. Questo era Playstorm. Un progetto di drammaturgia contemporanea che conserva il suo spirito e la sua urgenza anche a mesi di distanza. Perché tra la narrazione dei media e la realtà “vera” resta lo stesso solco di allora e proprio da quella esperienza teatrale può arrivare una lezione per il giornalismo e per i lettori, per personaggi, interpreti e tutta la platea. Tutto si riflette proprio nelle parole del dramaturg e attore Fausto Paravidino che ne racconta la genesi, lo sviluppo e l’essenza.

Com’è nato il progetto?

Viene un pochino da lontano, il progetto in se è nato da una chiacchiera con Valerio Binasco di un paio di settimane prima di incominciare il lavoro vero e proprio, ma è figlio del laboratorio Playstorm che avevamo iniziato nell’estate del 2018 a Torino. L’idea che maturava da un po’ di tempo, poi si è materializzata. Playstorm era un laboratorio che metteva insieme autori e attori. Forse tutto nasce anche dal mio essere attore, ma il percorso che mi aveva portato a Playstorm era a sua volta figlio dal lavoro che facevo a Roma, al teatro Valle Occupato e dalla mia esperienza al Royal Court Theatre e dall’influenza del teatro nel Regno Unito. 

Fausto Paravidino, dramaturg residente del Teatro Stabile di Torino nelle immagini della campagna stampa di lancio di Playstorm

Ecco, una cosa che mi sta a cuore e su cui faccio ricerca, riassumendo è: far scrivere gli autori di teatro in teatro, scrivere per gli attori con gli attori. Vorrei togliere gli autori alla loro stanzetta con il loro computer e portarli sul palcoscenico e dire loro: ‘scrivete qua e verificate subito se serve agli attori, se una scrittura è materiale per attori o no’. E quindi ecco da dove nasce l’esigenza di mettere insieme autori e attori per lavorare insieme e vedere che cosa succede. E’ un approccio che insegna agli autori la cosa che sanno meno, perché tutto il resto lo sanno bene: come è fatto un attore e cosa serve a un attore. 

Tutto questo era Playstorm. All’inizio il laboratorio era basato sempre sull’improvvisazione, su una scrittura istantanea, ma non necessariamente su fatti di attualità. Lavoravamo su che cosa ci stava a cuore, sul come raccontarlo in teatro e come farlo con gli attori. 

Riflettevamo anche sul perché il teatro non ha bisogno di nuovi autori o crede di non averne bisogno. Perché portiamo in scena sempre Goldoni e Moliere invece che proporre i nuovi autori? Facciamo Shakespeare e Moliere perché sono più bravi. Certo che sono più bravi. Ma visto che loro sono più bravi, noi che cosa abbiamo che loro non hanno? Abbiamo che siamo vivi. E’ l’unica cosa che abbiamo in cambio: possiamo essere meno bravi, ma siamo vivi.  E a che cosa serve essere vivo a un autore? Gli serve perché può fare una cosa che i morti non possono fare: leggere il presente, occuparsi davvero del presente. Quindi non leggere il presente attraverso il passato. Non leggere il presente attraverso l’immutabilità dell’essere umano, per cui Machbeth sarà sempre Machbeth e il Malato Immaginario anche. Essere vivi ci può servire direttamente per cercare di capire che cosa sta succedendo ora. 

Possiamo fare quello che già fanno altri, dal giornalismo alla psicologia: cercare di capire com’è fatta adesso la società e dove stiamo andando ora. Questa vocazione non dico che il teatro l’abbia persa. Io dico che, perlomeno, l’ha marginalizzata, succede poco e di rado. 

Allora mi interessava mettere insieme degli autori di teatro per leggere e per cercare il presente dentro l’attualità. 

L’attualità è una cosa che invecchia. 

L’attualità non è il presente.

Ma leggere l’attualità, cercare di decifrare l’attualità anche attraverso gli archetipi che lei porta, può essere un modo per tornare al bello del teatro che ci aiuta a capire meglio chi siamo e che cosa siamo.

In più succede un evento molto strano: arriva una pandemia che ci colloca fuori dalla storia che stavamo vivendo, ci mette in un’altra zona. 

Perché noi durante la pandemia ci chiedevamo: ‘come si fa adesso a scrivere il teatro?’. Perché adesso siamo inchiodati a questo presente insopportabile. E’ insopportabile, ma siamo inchiodati lì. E lo rivediamo adesso che siamo alla seconda ondata e, se si esce per strada, la gente parla soltanto di Covid e delle misure che vengono prese. Non c’è spazio per nessun altro pensiero, per nessun altro argomento.

Quindi il teatro un po’ se ne deve occupare. 

L’attualità è una cosa che invecchia

Quando finalmente hanno riaperto i teatri in una maniera contingentata, in estate, in un modo tutto nuovo e strano ci siamo per forza dovuti chiedere: ‘che cosa ci mettiamo dentro questi teatri?’. E ci siamo detti: ‘adesso dobbiamo capire chi siamo, abbiamo bisogno come non mai di capire chi siamo non in generale, ma in questo momento qua’.

Mi piaceva rimettere gli autori e gli attori insieme per fare questa ricerca, approfittando anche di questo rapporto strano con il pubblico.

Di un pubblico che va a teatro davvero e di nuovo. Dove l’evento per loro è andare a teatro. Quindi è nata l’idea di incontrarsi con un pubblico e ragionare direttamente con loro sul chi siamo. 

Ci siamo inventati quella che è una nuova forma, un modo nuovo di fare teatro. O abbiamo la sensazione di averlo inventato, magari c’era già, però noi perlomeno non l’avevamo mai visto. E di nuovo abbiamo messo degli autori e degli attori insieme a fare rassegna stampa, a leggere i fatti della settimana, da lì cercare di vedere se in mezzo a questa attualità c’erano degli indizi per riuscire a leggere il presente e giocarci poi con il pubblico. 

Perché per noi gli elementi erano sia fare una piece in una settimana rigorosamente sui fatti della settimana sia cercare un’interazione con il pubblico che non fosse quella la tradizionale. 

Il pubblico a teatro può partecipare di solito ridendo o applaudendo: quello ci restituiscono. Ma noi abbiamo voluto anche interpellarli direttamente.

Così è nata la serie di appuntamenti, Playstorm -Instant Theatre. 

E ci siamo anche un po’ inventati una forma. Non volevamo leggere. Non volevamo che quello che facevamo sembrasse morto. Abbiamo scritto dei canovacci e immaginato delle zone nello spettacolo dove si potesse dialogare direttamente con con il pubblico.

Com’è cambiato il progetto? 

E’ cambiato molto il progetto nel corso delle settimane perché all’inizio siamo andati in scena anche un po’ spaventati da quello che ci potevamo trovareci davanti. Abbiamo incontrato, invece, un pubblico molto disponibile e molto favorevole che si è anche fidelizzato. Perché tornavano di settimana in settimana ed erano anche un po’ sempre gli stessi che non vedevano l’ora di vedere come continuava la nostra lettura del presente. 

In generale, a cambiare di più sono state due cose.

Un po’ noi ci siamo assunti, o abbiamo capito che potevamo assumerci, un rischio maggiore nel leggere il presente. Abbiamo cominciato dalla seconda puntata in poi ad avere meno ansia di formalizzare. Quindi invece di leggere i giornali e cercare disperatamente di cavarne uno spettacolo il più in fretta possibile, andavamo avanti a leggere i giornali e a discutere anche fino all’ultimo giorno, e la scaletta dello spettacolo, il nostro canovaccio, nasceva poi il penultimo o l’ultimissimo giorno. Abbiamo permesso al presente di entrare nella maniera più aggressiva. 

E poi abbiamo sviluppato e perfezionato il nostro modo di interagire con il pubblico. Nella prima puntata avevamo molta paura che dando la parola alla platea, il pubblico ci avrebbe preso lo spettacolo o lo avrebbe portato in una zona che non ci interessava o che non avremmo saputo gestire. All’inizio cercavamo delle interazioni, però molto controllate, dove noi avevamo sempre la possibilità di riprenderci velocemente il filo del discorso. Invece, andando avanti e costruendo questo rapporto con il pubblico sempre più interessante, siamo riusciti a farlo parlare di più. 

Abbiamo permesso al presente di entrare nella maniera più aggressiva

Qual è la maggiore distanza che avete percepito tra il presente “vero” e l’attualità in pagina? 

Il problema di tutta la nostra rassegna stampa è che è chiaro l’approccio ad attaccarsi ai fatterelli senza capire che cosa c’è sotto. 

Ma quello che ci è saltato di più all’occhio, e sul quale ci siamo concentrati, è come i giornalisti, parlino spessissimo di se stessi. Quindi come mettano il loro punto di vista molto prima del fatto e di come la narrazione sia fatta soprattutto da maschi tra i 50 e i 90 anni, che hanno la sensazione di essere alla fine della storia, che loro sanno tutto e che tutto è già stato fatto. 

Se dovesse riproporre questo lavoro, su quali aspetti vorrebbe intervenire per migliorarlo?

Continuerei a migliorare l’interazione tra autori e attori. Vorrei chiedere agli autori di dare più fiducia agli attori: di tirare fuori più teatro. Meno scrittura, magari, e più teatro.

Come utilizzerà questa esperienza per i prossimi lavori? 

Per il momento non sono ancora riuscito a utilizzarla nei prossimi lavori. 

Però la lezione che mi porto dietro, che abbiamo imparato, è che non si è detto tutto quello che si poteva dire rispetto al teatro. Il teatro non è uno strumento che noi conosciamo completamente, può cambiare e può essere un’altra cosa se si continua a lavorare sull’interazione più vispa e istantanea tra autori, attori, che stiano insieme in gruppo, e il pubblico. Perché è interessante giocare con il pubblico, e trovare ovviamente un modo per non farne un talk show, ma che questo accada in maniera teatrale.

Alessandro Cappai

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Alessandro Cappai

Giornalista. Insegna giornalismo digitale al master in giornalismo “Giorgio Bocca” all’Università di Torino. È un orgoglioso iscritto dell’Online News Association. È stato speaker al Festival...

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