Home Diritti e Doveri In carcere il problema non è il Coronavirus, ma il sovraffollamento

In carcere il problema non è il Coronavirus, ma il sovraffollamento

Da più parti si chiede almeno il ricorso a misure detentive domiciliari o di messa in prova ai servizi sociali

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Diritto personale e sicurezza dei cittadini, misure contingenti e soluzioni eccezionali, problemi immediati e strategie di medio o lungo periodo. Si incrociano tutti questi argomenti nella discussione intorno alle rivolte esplose in alcuni delle maggiori carceri italiane.

Un discorso, però, fatto di sfumature che viaggia tra la scelta di interrompere i colloqui e aumentare la frequenza delle telefonate, fino alla richiesta di indulto o di misure alternative alla detenzione.

Per andare con ordine, occorre partire dalla presa di posizione della Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane. “Le rivolte dei detenuti a Salerno, Napoli, Frosinone, Modena ed ancora in altri istituti, non possono essere giustificate, ma traggono origine da un male che da troppo tempo affligge l’esecuzione penale in Italia a cui è necessario trovare immediate soluzioni. Ora più che mai. L’emergenza è anche dentro le mura”, scrive la Giunta.
Insomma, il problema è il sovraffollamento, senza se e senza ma.

“Il sovraffollamento delle carceri, che per le sue conseguenze rappresenta una pena aggiuntiva, ha costretto l’amministrazione penitenziaria ad emanare provvedimenti che, di fatto, abbandonano i detenuti nelle loro celle in totale solitudine. Sospesi i colloqui visivi con i familiari e i volontari, bloccati i permessi premio ed i lavori all’esterno, le già ridotte attività come il lavoro e la scuola sono chiuse. Non vi sono più rapporti con l’esterno e si resta soli dinanzi ad un televisore che di minuto in minuto comunica notizie sempre più allarmanti.

Certo non è facile gestire un’intera popolazione ristretta, nel tentativo di tutelarla dal contagio e, allo stesso tempo, garantire la sicurezza all’interno degli istituti.
Ma lo Stato deve assumersi le sue responsabilità anche verso i cittadini reclusi che non possono essere privati dei loro diritti, a causa dell’inefficienza di un sistema che pur ammettendo le sue colpe, non ha mai trovato rimedi per uscire da una storica urgenza, quella di rendere le carceri luoghi vivibili e in linea con i principi costituzionali e le norme vigenti.

Un diritto dimenticato a cui i media dedicano pochissimo spazio. Solo ora che le carceri esplodono, sembrano rendersi conto della esistenza del problema”, aggiungono.
Sessantamila persone che non possono usufruire dei servizi straordinari messi a disposizione per scuole e ospedali.

Le soluzioni, indulto e amnistia, sono poste alla fine del documento.

“Eppure, se fosse stato sconfitto il sovraffollamento e fossero state impegnate le risorse necessarie per rendere vivibili gli istituti di pena – ed occasioni ci sono state, anche recentemente, con la Riforma dell’Ordinamento Penitenziario – oggi la situazione sarebbe diversa e avrebbe garantito una gestione certamente emergenziale, ma rispettosa dei diritti delle persone detenute, con la possibilità di colloqui visivi protetti ovvero con la fruizione di video-colloqui in tutti gli istituti.

Lo Stato colpevole – ed anche condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – per aver violato norme di civiltà giuridica, ha oggi l’obbligo di adottare decisioni che possano salvaguardare la vita e la salute dei detenuti, perché non sono persone estromesse dalla società, ma di essa fanno parte ed a loro spetta uguale tutela, senza alcuna distinzione.
L’amnistia e soprattutto l’indulto sono le strade da seguire ed occorre immediatamente rafforzare il personale dei Tribunali di Sorveglianza – magari con i magistrati che in questo periodo non terranno udienze – per verificare quanti detenuti (e non sono pochi) hanno diritto ad avere gli arresti domiciliari ovvero la misura (pena) alternativa dell’affidamento in prova al servizio sociale, anche aumentando, con decreto legge, il tetto della pena da scontare per accedere al beneficio”.

Occorre altresì in questo momento ridurre fortemente gli ingressi nuovi nelle carceri, rafforzando il ricorso alla graduazione in arresti domiciliari delle misure richieste in carcere, e sospendendo gli ordini di esecuzione per pene residue inferiori almeno a due anni.
I diritti vanno garantiti sempre e quello alla Salute è un diritto inviolabile che deve trovare tutela da parte dello Stato per non esasperare gli animi di persone già allo stremo per il trattamento a cui sono sottoposti”, concludono.

Nel dibattito, Antigone

Anche l’associazione Antigone, che da anni si occupa delle condizioni dei reclusi nelle carceri italiane, punta sulla riduzione della popolazione carceraria e all’applicazione vera delle misure alternative dei colloqui, anche con strumenti digitali.

“Ci appelliamo ai detenuti perché non si lascino andare a proteste violente. Ma ci appelliamo anche a direttori e magistrati di sorveglianza perché concedano un numero maggiore di telefonate e aprano alle misure alternative alla detenzione per chi sta scontando una parte finale della propria pena” afferma con un video su Facebook, il presidente Patrizio Gonella. E il finale è dedicato proprio ai giudici di sorveglianza, ai quali si chiede un maggiore ricorso alla messa in prova ai servizi sociali o il ricorso alla detenzione domiciliare.

“Evitiamo che le carceri diventino luoghi di tensione e di sofferenza estrema, facciamolo nel nome dei diritti dei detenuti, dei loro parenti, ma anche del personale penitenziario” conclude Gonnella

Cosa dice il Garante

La posizione del Garante dei diritti dei detenuti si concentra molto sulla situazione contingente, esprimendo “forte preoccupazione per le proteste da giorni in corso in diversi Istituti penitenziari, proteste sfociate talvolta in violenze inaccettabili, con conseguenze gravissime, prime fra tutte la morte di alcune persone detenute”.

Fatti che il difensore dei detenuti fa risalire alle decisioni imposte dal decreto per il contenimento della diffusione del Covid e che, solo in parte, collega alla situazione pregressa.

“La sospensione dei colloqui diretti con i familiari, disposta come misura precauzionale per contrastare il diffondersi del virus Covid-19, comporta un grave sacrificio per le persone ristrette e le loro famiglie, ma si tratta di una misura a termine, fino al 22 marzo – dice la nota del Garante -. La sostituzione delle visite con le video-comunicazioni e con l’aumento del numero di telefonate previste dalla legge richiede uno sforzo organizzativo da parte dell’Amministrazione centrale e degli Istituti, ma soprattutto un impegno teso a favorire una comunicazione corretta e completa sui provvedimenti adottati in carcere e anche sul territorio nazionale.

Oggi, infatti, l’intero Paese è chiamato a uno sforzo di responsabilità, come non era mai accaduto prima. La difficoltà di accettare misure estreme si accentua nei luoghi di privazione della libertà, dove ancora maggiore deve essere l’attenzione ad assicurare una informazione diffusa e capillare, soprattutto laddove tali provvedimenti toccano il diritto a mantenere i rapporti familiari. Lo stesso Garante nazionale intende impegnarsi direttamente in tal senso, come ha già fatto nei giorni scorsi durante la visita ad alcuni Istituti.

A fronte della situazione in atto, il Garante nazionale invita a mettere in campo misure straordinarie volte ad alleggerire le situazioni di sovraffollamento superando un concetto di prevenzione fondata sulla chiusura al mondo esterno, affiancando a provvedimenti di inevitabile restringimento misure che diano la possibilità di ridurre le criticità che la situazione carceraria attuale determina e che permettano di affrontare con più tranquillità il malaugurato caso che il sistema sia investito più direttamente dal problema”.

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Alessandro Cappai
Giornalista. Insegna giornalismo digitale al master in giornalismo “Giorgio Bocca” all’Università di Torino. È un orgoglioso iscritto dell’Online News Association. È stato speaker al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, al Festival Glocal di Verese e alla conference annuale dell’ONA (Washington, 2017).

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