Domani, in occasione delle elezioni politiche tedesche seguiremo l’esito del voto grazie al contributo di Emanuele Gatti, autore di questa analisi.

I sedici anni di governi Merkel hanno fatto fiorire il benessere nel Paese che agli inizi degli anni 2000 era considerato ancora il “grande malato” d’Europa e dell’euro. La Germania ha visto nascere e crescere negli ultimi 2 decenni il secondo miracolo economico, dopo quello del secondo dopoguerra: le dure ma risolutive riforme dei due governi Schröder, cioè quelle della cosiddetta Agenda 2010, hanno spianato la strada ad una crescita economica certamente favorita sia dalla politica monetaria della Banca Centrale Europea che dalla forte domanda dei prodotti “made in Germany” sui mercati emergenti e soprattutto dalla Cina, ma anche da un patto di stabilità interna ben governato dalla Cancelliera. Gli imprenditori, in modo particolare nel settore manifatturiero, quello di maggior forza della Germania, sono stati accompagnati da misure idonee alla crescita all’interno di un modello di business fondamentalmente basato sull’export: la manifattura, tramite il programma Industrie4.0 ha avuto grande accesso ai finanziamenti necessari per l’automatizzazione e la digitalizzazione, ha goduto di una maggiore collaborazione pubblica per l’espansione sui mercati che via via si aprivano, ha potuto gestire le relazioni industriali in un clima di rispetto ed in modo opportuno, ha approfittato del ruolo della Germania nel complesso quadro del multilateralismo “vecchia maniera”. Ora che, anche a causa della pandemia, il commercio internazionale sta soffrendo ed il vecchio multilateralismo è svanito con 2 mandati presidenziali USA e con le incombenti problematicità di Cina e Russia, la Germania si dovrebbe finalmente concentrare sulla discussione e risoluzione dei suoi 3 problemi principali, la demografia della popolazione, il nuovo multilateralismo, il cambiamento climatico.

Come ben evidenziato in recenti articoli del prestigioso ed influente quotidiano Handelsblatt a firma di S. Matthes, C. Rickens e B. Rürup, il dibattito politico è molto frammentato, anche a causa dell’uso estensivo dei social media, e “tutto sembra improvvisamente ugualmente importante e ugualmente minaccioso: la mortalità delle api e le maschere obbligatorie, il riciclaggio di denaro e l’asterisco per la connotazione di genere, gli islamisti e l’islamofobia, il basso tasso di vaccinazione in Sassonia e l’alto prezzo del gas”. Questo è fondamentalmente “rumore bianco”, direbbe un esperto di telecomunicazioni, che copre il vero “segnale”, quello che in effetti va ascoltato e comunicato. La Cancelliera Merkel ha guidato con mano ferma e con grandi risultati la Germania in 2 grandi crisi, facendo del suo stile di governo un punto di forza. La mediazione e la collaborazione per la risoluzione delle due crisi del debito sovrano e poi della pandemia sono state fondamentali e su questo la Dr. Merkel ed i suoi governi sono stati estremamente efficaci. Sul fronte interno la profonda convinzione della Cancelliera che si possa legiferare solo se la società è mentalmente pronta per quell’ argomento, ha portato a 16 anni senza le necessarie riforme strutturali. Non che le riforme di “miglioramento ed adattamento” non siano state fatte, per esempio nella sanità, e che la “pancia” della nazione non sia stata ascoltata nelle sue richieste, per esempio di diritti civili e sociali, quello che è mancato dopo tanto tempo è un’agenda di profonde riforme per mantenere ed eventualmente incrementare la posizione competitiva della Germania, la sua “Zukunftsfähigkeit” cioè la sua capacità futura di agire con leadership in un mondo che è cambiato e sta cambiando. L’ Economist recentemente scriveva: “Sorprendentemente, è difficile trovare anche una sola riforma di vasta portata che uno dei quattro governi guidati da Angela Merkel abbia approvato”.

Il primo grande problema che affligge non solo la Germania è quello del crescente invecchiamento della popolazione con la necessità, da una parte, di garantire il necessario welfare a chi invecchia, e da una parte di rimpiazzare i baby-boomers (quelli nati tra il 1955 ed il 1970) che stanno lasciando la loro occupazione. Già oggi i baby-boomers costituiscono la maggioranza dell’elettorato: occorre quindi pensare che ogni riforma del welfare debba essere concordata con gli elettori di questa fascia di età, che per esempio è meno sensibile di altre a problemi di decarbonizzazione. E se da una parte immediatamente si pensa alla riforma pensionistica, che potrebbe essere penalizzante, d’altra parte occorre suggerire percorsi di assistenza sia sanitaria che sociale che tutt’ora mancano e che invece potrebbero essere graditi e compensare gli aspetti negativi sulle pensioni. Occorre quindi una forma di compensazione che va approfondita e discussa da specialisti e dalle parti sociali interessate. Questa visione del futuro va però prospettata ed una sua implementazione riveste priorità. L’uscita dal mondo lavorativo dei baby-boomers richiede poi un rimpiazzo numerico, che senza una immigrazione netta di 200.000-350.000 persone l’anno presumibilmente non potrà che portare alla riduzione di circa 9 milioni di popolazione in età lavorativa entro il 2035, accentuando anche l’ulteriore problema della qualificazione della manodopera necessaria per le moderne tecnologie produttive e per il mondo digitale. La Germania ha in parte perso la capacità di calamitare giovani qualificati extracomunitari, nonostante gli allentamenti delle barriere all’ingresso e le buone politiche di integrazione: per esempio la mancanza di alloggi ed il loro costo sono un problema per i migranti, per le giovani famiglie e per i genitori separati.

L’altro fondamentale elemento di discussione per la Germania è il repentino cambiamento del multilateralismo come concepito dopo la Seconda Guerra Mondiale. La Germania è stata nella felice ed infelice situazione di sentinella dei confini orientali dell’Alleanza Atlantica, sotto la tutela militare (ed economica) degli USA. Questo enorme impegno americano in Europa è gradatamente scomparso ed ora la Germania e tutta l’Europa si trovano ad affrontare problemi di sicurezza, di armamenti, di spese militari, di impegno geopolitico che prima non le riguardavano. Sotto il cappello della Nato la Germania ha contribuito alla pace e sicurezza, ma soprattutto ne ha usufruito anche per i suoi commerci internazionali. Non che non ne abbia subito anche le conseguenze negative, tipo la presenza sul suo territorio di enormi basi militari, strategiche nel periodo della Guerra Fredda. Con tutto ciò alle spalle ora in politica estera la pigra e riluttante Germania deve trovare la strada di coinvolgere l’Europa, e farsi coinvolgere dall’Europa, per definire un nuovo multilateralismo. I tempi del pacifismo anni ‘70 si sono definitivamente esauriti ed anche le frange più riluttanti hanno stemperato i toni: la presenza massiccia per missioni NATO di soldati tedeschi fuori dai confini nazionali già circa 20 anni fa ha smosso le coscienze, che ora forse sono pronte, di fronte ai nuovi fatti compiuti, a destinare più risorse per difesa, armamenti ed in generale per la sicurezza.

L’ultimo ma non meno importante tema è quello della decarbonizzazione. Secondo Handelsblatt, la quota di emissioni globali di CO2 della Germania è del due per cento, quella della Cina quasi del 30 per cento e quella degli Stati Uniti del 15 per cento: è quindi del tutto evidente che la Germania non possa da sola influire significativamente sul cambiamento di emissioni. Al contrario necessita di un nuovo multilateralismo, anche per evitare che l’introduzione accelerata di fonti energetiche alternative penalizzi la sua economia: se Cina ed India non seguissero la riduzione di utilizzo di fonti fossili, potrebbero non solo danneggiare l’ambiente, ma la competitività della manifattura tedesca. Anche se in Europa la decarbonizzazione venisse terminata nel 2045, bisognerebbe tenere in conto come reagirebbero i cartelli di estrazione del petrolio sia per quantità estratte che per prezzo.

Non sembra inoltre che le soluzioni individuate finora siano tecnologicamente sufficienti. L’esempio della produzione di energia da eolico è eclatante: causa mancanza di vento nel primo semestre del 2021, la produzione di elettricità da fonti di energia convenzionali in Germania è aumentata del 20,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e ha rappresentato il 56% della produzione totale di elettricità. Come sostengono S. Matthes, C. Rickens e B. Rürup in questo settore il desiderio e la realtà sono molto distanti.

La necessità di intervenire draconicamente per avere un’economia sostenibile ed un rispetto dell’ambiente è ben radicata nella società tedesca. La crescita nei sondaggi per questa tornata elettorale dei Verdi ne è testimonianza. Tutti i partiti ed i candidati hanno parlato più o meno approfonditamente di questa tematica, come pure di welfare, di rapporti con l’Europa, di sanità da migliorare e riformare, di sicurezza, di digitalizzazione e de-burocratizzazione della pubblica amministrazione, di innovazione e ricerca. Il dibattito è sembrato però frammentato e poco conclusivo. Solo domenica 26 settembre alle ore 18:00 avremo i primi risultati con i polls e dopo un paio d’ore le prime vere proiezioni per determinare la composizione del nuovo Parlamento. Abbiamo poche certezze, per ora. La prima è che tutti i partiti che governeranno la Germania sono europeisti. La seconda è con molta probabilità ci saranno 5 partiti con almeno il 10% dei voti e che se così fosse, il nuovo Governo dovrebbe essere costituito da 3 partiti. I sondaggi tedeschi sono pubblici fino al 24 settembre e danno in vantaggio i socialdemocratici dell’SPD col candidato Scholz tra il 25-26%, seguiti dai cristiano democratici e sociali dell’Unione col candidato Laschet al 22%, i Verdi con la candidata Baerbock al 16-17%, i liberali dell’FDP col leader Lidner al 12%, mentre la sinistra della Linke è stimata al 6-7% e la destra estrema dell’AfD al 10-11%.

Se queste previsioni si materializzassero ci sarebbe la necessità di formare una coalizione abbastanza eterogenea, dove in fase di scrittura del contratto di coalizione parecchie tesi di parte dovrebbero essere ammorbidite ed un compromesso trovato, magari faticosamente. Nessun partito sarebbe in grado di imporre una linea. Ciò forse è un bene per la Germania: si preannunciano profonde discussioni nei prossimi mesi e quindi si può sperare che tolto il “rumore bianco” della campagna elettorale, i veri e profondi problemi della Germania, e di conseguenza dell’Europa vengano affrontati.

Queste riflessioni di Handelsblatt sono completamente condivisibili: “Due anni prima che l'”Economist” proclamasse la Germania il “malato dell’Europa”, l’allora Presidente Federale Roman Herzog (CDU) aveva già riconosciuto i segni dei tempi. Nel 1997, all’Hotel Adlon di Berlino, ha chiesto, in un discorso che è diventato famoso, che una scossa attraversasse la Germania. Alla luce dei tre problemi di primo ordine che minacciano il futuro della Germania – l’invecchiamento, la decarbonizzazione, la crisi del multilateralismo – sarebbe il momento di un nuovo scossone”.

Per la prima volta nella storia della Germania il Cancelliere (in questo caso la Cancelliera) non vengono rimossi o perdono le elezioni. Volontariamente la Dr. Merkel lascia la politica attiva e non si ripresenta, anche se probabilmente, visti gli ottimi risultati ottenuti, sarebbe stata rieletta a gran voce. Che per la sua grande dedizione al bene della Germania abbia agito così ricordandosi del famoso discorso del Presidente Herzog?

Emanuele Gatti

Emanuele Gatti

Emanuele Gatti è Presidente della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM), svolge attività accademica in Austria e Germania, supporta aziende italiane nel loro percorso di internazionalizzazione...

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