Il valore aggiunto dello stare insieme in Europa oggi è in crisi. A maggio voteremo per il nuovo Parlamento. Vedremo se nelle urne prevarranno i sostenitori o i demolitori dell’Unione Europea, o se le forze si equivarranno con il rischio di logorare ulteriormente, con un lungo surplace, le tante buone ragioni dello stare insieme. Tra queste una delle più importanti è stata ed è la cosiddetta politica di coesione. Nata circa trent’anni fa per ridurre le distanze tra i territori più ricchi e quelli meno sviluppati, è stata forse la politica di correzione della distribuzione delle risorse più importante che sia mai stata tentata su scala planetaria. Oggi, solo un terzo del bilancio dell’Unione, circa l’1% del PIL comunitario, un’inezia, è destinato alle politiche di coesione e ai fondi strutturali, circa 350 miliardi di euro in sette anni.

Eppure, lo scontro tra chi difende la necessità di tali interventi per ridurre le differenze di condizione sociale, culturale ed economica tra i territori, e chi invece sostiene che questa grande massa di risorse sia uno spreco inutile non si è mai spento. In Italia la discussione si è sempre più che altro limitata alla denuncia della nostra incapacità di spendere le risorse disponibili e degli effetti modesti degli investimenti comunitari sulla crescita nel Mezzogiorno. Molte sono state le inchieste della magistratura su sprechi, truffe, inefficienze, corruzioni nell’uso delle risorse comunitarie, costume peraltro non solo italiano. Quasi mai ci siamo chiesti se queste risorse in trent’anni di applicazione ci abbiano dato una comunità più coesa e giusta.

L’Ufficio di valutazione Impatto del Senato italiano ha pubblicato nel 2018 uno studio, a cura di Guido Pellegrini e Walter Tortorella, che ci aiuta a trovare qualche risposta, anche se parziale, perché fa il punto proprio sugli effetti che queste politiche hanno avuto. La prima questione è se la quantità di risorse impiegate sia stata congrua rispetto ai risultati ottenuti. La variabilità nella distribuzione degli euro è stata molto elevata. Le Regioni meno sviluppate hanno ottenuto risorse pro capite fino a 11 volte superiori a quelle delle Regioni più ricche. I risultati dell’analisi mostrano però come oltre una certa “dose” di euro, la risposta sia trascurabile o nulla, addirittura negativa pensando a fenomeni di cattiva gestione di risorse troppo abbondanti. La seconda considerazione riguarda invece la tipologia degli interventi. Si evidenzia un principio di complementarietà tra il capitale del territorio e politiche UE. Nei territori maggiormente dotati di elementi materiali, l’effetto più positivo deriva dagli investimenti sui fattori intangibili. Nei territori dove i fattori immateriali sono abbondanti accade esattamente l’opposto. Così la politica di coesione mostra di aver fatto bene senza dubbio alla crescita e all’occupazione tedesca, al lavoro in UK, in Spagna e Irlanda anche alla dotazione infrastrutturale, in generale dove le condizioni sociali ed economiche sono migliori e le istituzioni sono più efficienti e capaci di disegnare abiti “su misura” per i propri cittadini e imprese.

Le analisi sembrano convergere su una valutazione complessivamente positiva. La politica di coesione ha fatto bene all’Europa per crescita, occupazione, infrastrutture e capacità d’innovazione. Non a tutti, ma a chi ha saputo combinarne l’effetto a politiche interne coerenti, a chi ha garantito stabilità ed efficienza delle istituzioni di governo, a chi ha orientato gli investimenti a colmare le proprie insufficienze. L’Italia si allontana dall’Europa da più di vent’anni materialmente, non solo nei sentimenti degli elettori o degli attuali leader di governo. La nostra periferia d’Europa, il Mezzogiorno resta la più grande area meno sviluppata dell’Unione e si stacca anche dal gruppo delle altre periferie, Est incluso. A sua volta il nord perde contatto dai leader di competitività e la migliore Regione italiana, la Lombardia, si colloca al 143° posto nella graduatoria delle 262 regioni europee del Regional Competitiveness Index del 2016.

Nelle aree meno sviluppate d’Italia i limiti interni si sono sommati a quelli di contesto, con il solo modesto risultato di mantenere nel Mezzogiorno l’occupazione a più basso tenore di produttività, con molta dispersione e tanti investimenti in turismo e cultura a basso valore aggiunto. La spesa pro capite al sud nei cicli dal 2007 al 2020 è stata più di 4 volte quella del nord (1850 € contro 400 a testa), ma è stata spesso sostitutiva di interventi nazionali, con il duplice effetto negativo di indebolire la coesione e di non avere policy interne. Abbiamo dunque l’obbligo di fare meglio ed esistono grandi margini di miglioramento nella flessibilità degli strumenti, nella riduzione burocratica e nella migliore distribuzione delle risorse. In Italia va fatta una revisione radicale dell’utilizzo di queste risorse. E’ certo che simili analisi non entreranno nella campagna elettorale. È presumibile che la prossima politica di coesione incorporerà alcune delle valutazioni critiche degli scettici. Esiste il rischio che dopo maggio vinca chi vuole riportare tali risorse nella decisione e disponibilità dei singoli governi, ponendo buone premesse per la fine dell’Unione.

Siamo in una fase istituzionale e politica assai delicata, con forti instabilità. Senza progetto politico e un bilancio innovativo, l’Europa stenterà a essere un interprete autorevole della scena geopolitica mondiale, e non riuscirà a rispondere ai bisogni dei cittadini del continente. Lascerà dietro di sé una scia di simboli freddi, burocratici, alimentando le derive locali. Ci mancano l’anima e il cuore e non è l’Europa che ci piace. C’eravamo uniti per costruire un modello nuovo di società e di economia, per competere con le grandi dimensioni geografiche dell’economia globale, per essere punto di mediazione ed equilibrio tra USA e Cina.  Restiamo il più grande mercato del mondo e una delle aree che per ricerca, scienza, tecnologia compete alla pari con i migliori.  Siamo ancora la prima manifatturiera del pianeta, abbiamo un welfare e una sanità che il mondo ci invidia. Eppure non riusciamo a reggere le promesse fatte al sorgere della moneta unica.  Anzi, siamo diventati il vecchio Continente stanco della bassa crescita, aggrappati, con poca lungimiranza, a un rigore eccessivo.

Il campo su cui l’Unione terrà o crollerà sono il lavoro e la riduzione delle differenze. Anche per questo Erasmus e la Coesione sono stati e dovranno essere anima e cuore dell’Unione. Nove milioni di giovani sono diventati europei, migliaia di progetti sono nati tra accademie, imprese, mondo della cooperazione, della cultura.  Qui si sono fatti gli europei cui pensavano Spinelli, De Gasperi, Schuman, Adenauer, Monnet, Spaak e la classe politica uscita da una feroce guerra globale.  Se prevarranno queste anime e questi cuori, vincerà la voglia di grandi progetti e la generazione Erasmus guiderà la futura Unione.  Se vinceranno le risposte localistiche, ci accomoderemo tutti insieme alla periferia delle decisioni che contano.

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