Bene ha fatto la Camera dei penalisti piemontesi a dolersi per il modo con cui la Procura di Verbania ha gestito la libertà personale degli indagati per la tragedia della funivia. Anche se conviviamo con un’opinione pubblica che tende comprensibilmente a trasformare qualsiasi disgrazia in ingiustizia e che pretende che si individuino immediatamente dei responsabili ai quali attribuirne la colpa in modo da rimarginare rapidamente la ferita al corpo sociale e placare la paura indistinta per i disastri che una società sempre più tecnologizzata talvolta produce, a chi esercita la delicatissima funzione giudiziaria bisogna ricordare che la fonte di legittimazione del suo ruolo non è la pressione o il consenso popolare ma soltanto il vincolo della legge.

L’esercizio dell’azione penale e più in generale la gestione della giurisdizione non è una spada a servizio dell’indignazione e neppure una funzione pedagogica destinata a rassicurare e a contenere l’insofferenza di chi chiede risposte immediate anche quando i problemi sono complessi, ma una funzione solitaria che deve essere svolta nel silenzio osservando rigorosamente i principi fondamentali della nostra democrazia costituzionale.

Queste osservazioni nulla hanno a che vedere con il merito delle investigazioni, né con lo strazio che ci ha assaliti osservando il dolore provocato dal gravissimo incidente, ma sono dettate dalla preoccupazione che le indagini che seguono a tali eventi vengano condotte limitando al massimo traumi e sofferenze ingiustificati.

Tutti noi siamo opinione pubblica, ma sapendo che ciascuno di noi

può essere coinvolto anche a torto in vicende giudiziarie dobbiamo pretendere che la macchina della giustizia funzioni con efficienza garbata.

Anche in un tempo di populismi in cui vengono disprezzate le competenze altrui, in cui i fatti che sono vengono trasformati in quelli che vorremmo che fossero e in cui si tende ad esorcizzare la sventura ricercandone i capri espiatori, è indispensabile che la vita giudiziaria resti indenne da questa cultura sbrigativa e incolta.

Come operano normalmente le Procure piemontesi vorremmo che si agisse sempre, con scrupolo, rigore, tenacia e pazienza. E, per quanto e’ possibile, con grande riserbo.

Non dobbiamo augurarci, come il mugnaio Arnold di Sans Souci indotto a sperare che un giudice a Berlino riconoscesse i suoi diritti, che un giorno un magistrato equilibrato e autorevole ripari gli errori passati, ma dobbiamo sperare in un sistema complessivo che operi con attenzione e cautela, utilizzando i tempi necessari.

E in questo sistema va ricompresa la funzione della stampa. Nessuno dubita che essa abbia il dovere di controllare l’andamento delle indagini giudiziarie senza essere imbrigliata da un segreto istruttorio pretestuoso, ma controllare non significa soltanto denunciare inerzie e prudenze ingiustificate ma anche segnalare procedure improprie e sbrigative.

Prima di accreditare retroscena o moventi imperdonabili, se non vuol cedere alla morbosità dei suoi lettori dovrebbe attendere le verifiche e le conferme che i riti processuali, necessariamente complessi,

porteranno.

Visto che le scuse postume o le scarne rettifiche a posteriori non cancellano mai i danni di un’esposizione mediatica negativa, sarebbe necessario, fin dall’inizio, un approccio razionale e prudente, il che non vuol dire omettere o tacere.

Fulvio Gianaria Alberto Mittone

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Fulvio Gianaria Alberto Mittone

Avvocati penalisti

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