In questi mesi Francesco Sabatini, emerito presidente della Crusca, ha pubblicato per Mondadori le “Lezioni di italiano”, mettendoci di fronte alla nostra lingua e a “casi che infiammano gli animi e che a molti tolgono il sonno”. I trapassati, i pronomi personali, soggetto e complemento e, ovviamente, il re di questi casi, Sua Maestà Reale il Congiuntivo, sono la spia di un bisogno identitario che travalica la lingua, anzi semmai ne denuncia un bisogno di conoscenza, e i limiti della prassi pedagogica della scuola italiana. La questione sarebbe una delle tante dispute linguistiche, se non fosse che ormai la “Questione della Lingua” (per chi avesse questo specifico interesse suggerisco il sempre valido testo di Maurizio Vitale) è stata superata e, per la prima volta nella sua storia, l’Italiano è diventata una lingua parlata e, in quanto tale, subisce modificazioni più profonde di quante ne abbia avute nella sua storia di lingua letteraria.

Non è un caso che noi siamo in grado di leggere Dante mentre gli inglesi per leggere Shakespeare devono ricorrere al vocabolario, questo perché, essendo una lingua solo scritta, l’italiano è rimasto stabile nei secoli. Siamo di fronte ad una lingua sostanzialmente scritta da una élite, e per nulla parlata, se è vero come è vero che perfino Manzoni parlava in dialetto milanese e i dialetti sono state le lingue che gli italiani, colti o meno che fossero, hanno utilizzato almeno fino agli anni ’60. Proprio questi recenti cambiamenti, che sono stati per secoli la norma di tutte le lingue europee, pongono un problema sociale, che coinvolge non solo la pedagogia ma la struttura stessa della nostra scuola e conseguentemente gli studenti. Partiamo da alcuni dati. Il modello di insegnamento della lingua in Italia si basa sulla concezione che sia fondamentale la conoscenza della grammatica formale per parlare, dimenticando che “la lingua è dentro di noi “come dice Sabatini e prima di lui Chomsky”.

Dedichiamo molto più tempo di altre nazioni allo studio della grammatica, e i risultati purtroppo non sono soddisfacenti, anche perché il metodo è profondamente sbagliato, e fa di noi una nazione dove un terzo dei parlanti non comprende un testo leggendolo, verso una media OCSE che è inferiore ad un quinto. Non solo, ma siamo gli ultimi in Europa per la lettura di libri e giornali, e gli ultimi per numero di laureati, raggiungendo i vertici solo per dispersione scolastica e neet e, siccome applichiamo lo stesso metodo allo studio delle lingue straniere, pur dedicandogli tanto tempo, le parliamo poco.

Quindi una scuola che si concentra su aspetti formali e perde di vista quelli sostanziali, non solo produce risultati inadeguati ai bisogni del tempo ma crea profonde disparità, allontanando i giovani proprio da quella cultura che vorrebbe promuovere, dando della stessa una idea passatista nella forma, scorretta nella sostanza. Ed è qui che il dibattito sul congiuntivo cessa di essere un inutile formalismo per diventare una questione sociale e di diritti. L’impostazione della nostra scuola continua a restare quella disegnata da Giovanni Gentile. Cento anni fa quella impostazione si calava nell’esigenza di costruire una classa dirigente e di dotarsi di una narrazione dell’italianità, che Gentile e il fascismo trovano nella Roma dei Cesari. Da queste premesse è nata la nostra scuola basata sul Greco e il Latino e sullo studio della grammatica di una lingua, l’Italiano, che era una lingua letteraria non parlata quotidianamente. Insistere su con questa impostazione significa perpetrare un modello che esclude la cultura contemporanea, lo studio di pratiche civili, senza prendere in considerazione le STEM e il linguaggio del digitale.

La mission della scuola italiana non può restare quella che Gentile le diede cento anni orsono, ovvero di formare una élite dirigente, ma deve porsi il problema di portare tutti i suoi cittadini, che sempre di più non saranno in partenza italofoni, nella nuova fase storica dell’Economia della Conoscenza. Continuare ad insistere sul congiuntivo, non solo non ha alcun senso linguistico, ma distoglie l’attenzione dalle conoscenze e dalle skills che servono ai nostri ragazzi per affrontare i possibili futuri. Concentrarsi sugli aspetti formali delle valutazioni scolastiche, prescindendo da ciò che oggi la tecnologia rende disponibile, non permette alla scuola di fare fronte al suo nuovo mandato che è quello di connettere le nuove italiane e i nuovi italiani col mondo e con i diversi saperi.

La confusione tra lingua e letteratura, due cose che marciano all’unisono non solo nelle scuole dell’obbligo ma anche nelle facoltà umanistiche, crea una forte distorsione. La letteratura è solo una delle forme, e neanche la più diffusa, in cui una lingua si manifesta, è uno dei registri linguistici possibili e imporre la magniloquenza e il formalismo della lingua letteraria vorrebbe dire prescindere da altri mezzi, la televisione in primis e oggi i social, che contribuiscono a formare la base linguistica dei parlanti. Insistere sulla lingua come lingua letteraria sta portando i giovani a considerare l’italiano quasi come una lingua morta, che si studia ma che poi non si parla e non si scrive.

Tutto ciò significa condannare l’italiano a sparire come lingua reale parlata, con una forte sconnessione tra forme scolastiche e pratiche di vita. Nel ranking degli argomenti a cui viene dedicato più tempo nelle suole dell’obbligo, la poesia è al primo posto, salvo poi non comperare un libro di poesia, finite le scuole secondarie. Accanto all’italiano bisogna porsi il problema di dotare le nostre ragazze e i nostri ragazzi di una lingua franca, oggi l’inglese, domani forse lo spagnolo, parlata ad un livello che non può restare quello attuale. Va decisamente migliorata la conoscenza della lingua delle relazioni, ossia la lingua dei numeri e insegnato completamente il codice, la lingua che parlano le macchine.

Questo dovrebbe essere il programma per una nuova scuola, in grado di superare nozionismi inutili, Google ormai esiste ed è sciocco pensare che se ne possa fare a meno, come pure l’IA. Abbandoniamo campi del sapere dove i Software e gli Algoritmi sono nettamente superiori e concentriamoci su terreni finora non coperti, come lo studio delle pratiche civili, l’educazione civica e l’educazione finanziaria, grandi assenti del nostro orizzonte scolastico, sviluppiamo l’educazione alla comprensione dei testi, delle immagini e dei suoni che oggi sono fatti in modo nozionistico e allontanano gli italiani da libri, musei e sale da concerto e apriamo allo studio delle Stem, derubricate ancora a cultura di serie B.

E il congiuntivo? lo usi chi vorrà usarlo, lo semplifichi chi preferisce una forma più piana, ma non dovrà più essere la trincea dove attestarsi per combattere contro il futuro. La lingua è in continua evoluzione al di là delle nostre decisioni e il futuro è ormai presente nelle nostre vite e nelle vite delle giovani generazioni, dobbiamo solo dire loro se la scuola li può aiutare o devono arrangiarsi, ovviamente chi può, per censo e cultura, si sta formando al di fuori dei circuiti tradizionali, come per altro dimostra il successo di scuole private non confessionali, dalla  Scuola Holden, per scrivere e parlare, alle scuole di Talent Garden e H-Farm per il codice, al British Institute e altre scuole di lingua, alle Accademie di moda.

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo è amministratore delegato di Campus (Gruppo Class) e direttore scientifico del Milano Marketing Festival. È stato Managing Director Emea di Nielsen Media, Ad di WMC, Initiave Media e...

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