Erano i primi anni Ottanta. Arrivavano da ogni parte d’Italia, molti dal sud, per andare a studiare a Milano, all’università: destinazione Politecnico o Università  Cattolica. Ormai, di anni, ne hanno sulla cinquantina e passa, ma non hanno mai smesso di far parte del Clan, precisamente del Tabacco Clan, dall’omonimo tabacco da pipa che un po’ tutti, per darsi arie da intellettuali, fumavano. Sono i ragazzi o, per meglio dire, gli ex ragazzi, in questo caso della Cattolica, che si sono conosciuti tutti al pensionato dove alloggiavano. Quarant’anni dopo si ritrovano precisamente al Grand Hotel Verbano, sul lago Maggiore, per un’occasione molto importante: il matrimonio tra il figlio e la figlia di due componenti del Clan.

Un piccolo grande mondo

E’ gente che ha fatto carriera, strada, figli, appunto, e che hanno sposato donne che hanno conosciuto poi nella stessa Milano o altrove, lontano, dove sono stati chiamati dalle diverse professioni che hanno intrapreso nel corso della vita, perché al pensionato non tutti frequentavano la stessa facoltà. Chi giurisprudenza, chi economia, chi ingegneria, chi chimica, come, ad esempio, il narratore di questa storia che tutti chiamano col soprannome di Piccolo Chimico.

Quel lucano mandato a studiare a Milano

La storia che li riguarda è raccontata nel romanzo “Tabacco Clan”, edito da Marsilio, dal lucano Giuseppe Lupo . Proveniente da Atella, era stato mandato a studiare lettere alla Cattolica di Milano per diventare, oggi, docente di letteratura italiana contemporanea della stessa università. Oltre che affermato critico letterario e curatore di collane editoriali con un occhio particolarmente attento alla cultura industriale del Novecento che vanta scrittori di grande spessore come Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Luciano Bianciardi e altri in linea con Elio Vittorini che, da quel grande editor che era, cercava autori in grado di tirar fuori un linguaggio capace di rappresentare la civiltà industriale che stava crescendo in Italia nel dopoguerra.

Un personaggio in viaggio da Milano a New York

Forse per questo l’io narrante che il lettore può confondere con lo stesso autore in chiave autobiografica ha le sembianze di colui che tutti chiamano il Piccolo Chimico. Ma è solo una invenzione anche perché nel corso della narrazione verremo ad apprendere che il Piccolo Chimico sarebbe finito a lavorare a New York, in una delle Torri Gemelle. Si sarebbe salvato per miracolo dal loro crollo per essersi trovato miracolosamente al riparo sotto una intercapedine mentre si trovava in una gioielleria posta in una delle stesse torri a comprare un gioiello per la moglie americana, Elizabeth.

Ma, per quel che ne sappiamo, Giuseppe Lupo non è mai stato negli Usa né ha una moglie americana. Però, come spesso accade nella narrativa, vero e falso si confondono, per dare corpo a una storia che rappresenti uno spaccato di vita, di una particolare realtà, o irrealtà se questa vive nella mente del narratore, in cui il lettore finisce con l’identificarsi.

Il ritorno verso casa in una MIlano in clima natalizio

E come non farlo quando si leggono passi come quelli che seguono.  “Gennaio è sempre stato il mese del magone lombardo. Lo avvertiamo ora che abbiamo più di cinquant’anni, figuriamoci allora. Al rientro dalle feste non si faceva che un gran parlare degli incontri in famiglia, dei pranzi, delle cene. Natale aveva il potere di farci dimenticare Milano e sembrava venisse a bella posta per convincerci che, una volta arrivati al sicuro delle nostre case, potevamo anche non tornare più al freddo della pianura, scegliere un’università più vicina e farci la vita comoda. La colpa era dei cieli invernali, delle nuvole così basse da togliere il respiro, tant’è che poi, alla luce di come sono andate le cose, la città per noi si riduceva a quel misto di solitudine e allegria studentesca”.

Romanzi scritti “nell’invenzione del vero”

In questo senso, con “Tabacco Clan” Giuseppe Lupo, al di là dei personaggi veri o fittizi che lo compongono, è senz’altro partito dal suo vissuto quale giovane meridionale spedito al nord dai genitori che lo volevano far studiare, vicenda ben rappresentata in due romanzi, costruiti “nell’invenzione del vero”, che sono “Gli anni del nostro incanto” e “Breve storia del mio silenzio”, ai quali ben si aggiunge quest’ultimo “Tabacco Clan” in cui la vicenda individuale, famigliare, si allarga a quella corale dei diversi personaggi presentati in apertura del libro come si usa fare per i “gialli”, così da averne sempre presente il profilo nel corso della narrazione.

La generazione di mezzo

Qui passato e presente (il romanzo è ambientato alla vigilia della pandemia di Covid 19) si intrecciano magistralmente, coniugando la nostalgia e le emozioni del primo con le riflessioni che il secondo suggerisce. La consapevolezza di appartenere a una generazione a cavallo del secolo, nel mezzo, “da una parte i nostri padri che hanno costruito l’Italia – e li abbiamo ammirati nella loro forza di padri, spettatori di vittoria – e dall’altra i nostri figli, un’altra soglia di vita, che abbiamo seguito con lo sguardo mentre prendevano il largo”.

In questo senso, possiamo tranquillamente definire “Tabacco Clan” di Giuseppe Lupo un romanzo generazionale, l’ultima che nel nostro dopoguerra ha potuto godere i frutti del cosiddetto “miracolo economico” prima che il movimento del Sessantotto e gli anni di piombo che seguirono travolgessero un sistema sociopolitico ed economico ancora in cerca di se stesso, in una visione di crescita economica e di libertà.

Diego Zandel

Giuseppe Lupo, Tabacco Clan, Marsilio, pag. 299, €. 18,00

 

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