La probabile, futura premier italiana Giorgia Meloni si schiera, in un video contro il reddito di cittadinanza. Strumento a dire il vero osteggiato anche da ampie frange della sinistra liberale.

Cosa dice Giorgia Meloni

Il reddito di cittadinanza è stato un fallimento totale
nonostante abbia avuto per lo Stato un costo esorbitante pari a circa 9
miliardi di euro l’anno. Stendendo un velo pietoso sulle migliaia e migliaia
di truffe che ha generato – favorendo anche criminali, mafiosi e spacciatori
– ha fallito come strumento di lotta alla povertà che doveva essere abolita
e invece ha raggiunto i massimi storici e ha fallito come misura di politica
attiva del lavoro, visto che pochissimi dei percettori del reddito di
cittadinanza sono stati alla fine assunti e hanno trovato un lavoro
dignitoso“.

Cosa dice il rapporto Istat

Nessuno, salvo Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi nel 2018, può pensare che uno strumento di sussidio possa abolire la povertà. E’ chiaro che del RdC , certamente migliorabile, si vuole dare una lettura parziale che non tiene conto del rapporto dell‘Istat “MERCATO DEL
LAVORO, REDDITI E MISURE DI SOSTEGNO: UNA STIMA STATISTICA INTEGRATA”. Un report che fotografa le necessità del quinto più disagiato della popolazione italiana.

Linda Laura Sabbadini, coordinatrice del Rapporto annuale dell’Istat
evidenzia che “le misure di sostegno economico erogate nel 2020, in
particolare reddito di cittadinanza e di emergenza, hanno evitato a 1
milione di individui (circa 500mila famiglie) di trovarsi in condizione di
povertà assoluta. Le misure di sostegno hanno avuto effetto anche
sull’intensità della povertà che, senza sussidi, nel 2020 sarebbe stata ben
10 punti percentuali più elevata, raggiungendo il 28,8% (a fronte del 18,7%
osservato). Quindi senza il vituperato RdC avremmo avuto un milione di
poveri in più in Italia.

E dal rapporto emerge anche che dal 2005 la povertà assoluta è più che raddoppiata: “le famiglie coinvolte sono passate da poco più di 800mila a 1 milione 960mila nel 2021 (il 7,5% del totale). Per effetto della diffusione più marcata del fenomeno tra le famiglie di ampie dimensioni, il numero di individui in povertà assoluta è quasi triplicato, passando da 1,9 a 5,6 milioni (il 9,4% del totale).”

I furbetti non mancano

Sarebbe opportuno che i politici leggessero i documenti prima di arringare
le folle con informazioni parziali. Certamente tra i percettori del
reddito ci sono i furbi, i truffatori, quelli in carcere e anche i Rom
(perché poi questi ultimi non dovrebbero avere diritto, in quanto “zingari”,
al RdC nessuno lo spiega ). Persone che valgono, secondo i numeri diffusi dalle forze dell’ordine , circa 174milioni in oltre due anni. Un numero importante che
rappresenta però poco più dell’1% del totale speso dallo Stato. Inoltre
l’INPS scrive che la motivazione principale per la revoca del RdC è la
mancanza del requisito della residenza per stranieri e non le false
dichiarazioni od omissioni. I dati comunque mostrano che se pure tutte le
revoche fossero effettivamente dovute a truffe staremmo parlando di meno del
3,2% del totale.

Una propaganda populista

Dunque una propaganda populista al contrario, cavalcata da tutti coloro che
vogliono mostrarsi rigorosi con i conti pubblici ma a spese dei poveri. Gli
imprenditori denunciano che non si trovano più camerieri, personale di
pulizia, operai edili, tutti evidentemente a casa in panciolle a godere del
reddito di cittadinanza magari integrato con un bel lavoro sottopagato in
nero.

Ma con un po’ di onestà intellettuale scopriremmo tante cose. Per esempio che “l’insuccesso (del RdC) , a leggere i dati, non vi è stato. Primo perché due terzi dei beneficiari sono inabili al lavoro o minori. Secondo perchè il terzo
rimanente è povero anche di competenze tecniche e professionali, oltre che
di reddito, e necessita di una approfondita formazione. Terzo perché il RdC
è entrato a regime quando l’Italia entrava già in recessione seguita dal
lockdown e dalle restrizioni della pandemia“. (S. Fassina)

Reddito di Cittadinanza baluardo contro il lavoro nero e povero

E la stessa onestà intellettuale dovrebbe portarci a considerare che il RdC
ha consentito di poter resistere non solo al ricatto del lavoro nero ma
anche a quello del “lavoro povero”.

Lo stesso rapporto dell’Istat rivela infatti che abbiamo più lavoratori
precari, a tempo determinato, obbligati ad accettare un part-time che li
costringe a salari da fame. Oppure a lavorare molto di più delle ore previste
dal contratto. Sono circa 5 milioni, il 21,7% del totale, gli
occupati non-standard, soprattutto stranieri, donne, giovani, meridionali.
Forme di lavoro che molto spesso coincidono con retribuzioni al di sotto
della soglia considerata minima dall’Istituto: guadagnano meno di 12 mila
euro l’anno 4 milioni di dipendenti del settore privato, il 29,5% del
totale.

Si lavora male e sottopagati in diversi settori

Il lavoro povero si concentra soprattutto nel settore degli alloggi e
ristorazione e in agricoltura (quattro su dieci), nel settore dei servizi
alle famiglie (48,5%), in quello dei servizi collettivi e alle persone
(31,9%) e in quello dell’istruzione (28,4%). Tra le professioni non
qualificate (addetti alle consegne, lavapiatti, addetti alle pulizie di
esercizi commerciali, collaboratori domestici, braccianti agricoli e simili)
la quota di lavoratori non standard arriva al 47,5%. Mentre si attesta al
29,9% tra gli addetti al commercio e servizi (commesse, addetti alla
ristorazione, baby sitter, badanti e simili). Nelle professioni qualificate,
scientifiche e intellettuali, i lavori non standard si rintracciano tra
ricercatori universitari, insegnanti, giornalisti e anche tra i
professionisti.

I più penalizzati giovani e partite IVA

La povertà del lavoro non risparmia nessuno. I giovani giornalisti sono
infatti spessissimo “freelance”, formalmente autonomi ma di fatto sfruttati
per pochi euro a pezzo. Stesso discorso per l’esercito di finte partite IVA
(che comprende tutti i mestieri e le professioni) esclusi da ogni forma di
tutela, senza malattia, ferie e congedo di maternità.

La vulgata vuole che i giovani non abbiano voglia di lavorare. Fassina
spiega che i ragazzi e le ragazze soprattutto delle fasce più basse della
popolazione “sono prigionieri di vite precarie, intermittenti, ricattate.
(…) Per gran parte di loro il lavoro non è fondativo né dell’identità
della persona né della comunità: soltanto strumentale al reddito. Sono
cresciuti in un universo mediatico dove l’identità si costruisce e si
afferma sul versante della socialità extralavorativa e sulla giostra dei
consumi “.

Scene di ordinario sfruttamento

Possiamo anche aggiungere che forse sono demotivati perché il lavoro ha
smesso di dare dignità alla persona? Perché lavorare 12 ore in un ristorante
con un contratto part-time a 4 ore non da alcuna prospettiva di vita? Così
come non la da il lavoro notturno in un bar del centro di Roma dove una giovane ragazza ha lavorato come cameriera, in sostituzione di dipendenti in cassa integrazione a seguito della pandemia, per ben 3 euro l’ora, in nero ovviamente .

Carlo Calenda ritiene che il RdC sia stata una iattura per il Sud. Nessuno
nega che in tutto il Paese il problema della disoccupazione debba essere
affrontato non con strumenti di assistenza ma di sistema per creare
occupazione. Ma la realtà è che mentre i governi si susseguono e i talkshow
sono impegnati a discutere con chi si schiererà il Terzo Polo, nel nostro
mezzogiorno oltre un terzo dei giovani è disoccupato (35%), percentuale
doppia rispetto al Nord (17%).

Dobbiamo ora, subito, far rispettare le persone che lavorano, offrire
davvero un’occupazione che consenta una vita dignitosa, Dare una nuova
regola al mercato senza controlli. Questo è imprescindibile per una
democrazia. Poi discuteremo se il Reddito di Cittadinanza sia una iattura.

Cinzia Gaeta

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