Se a cinquant’anni dalla loro pubblicazione questi LP mi suscitano ancora pensieri così potenti e variegati ogni volta che li ascolto – e li ascolto ancora, di frequente! – qualcosa vorrà pur dire.
Mi riferisco a tre dischi 33 giri usciti nel 1972 (tra l’altro tutti della medesima casa discografica): “Radici” di Francesco Guccini, “Aspettando Godot” di Claudio Lolli e, pur con intensità e su un piano diverso, “Aria” di Alan Sorrenti.

Due parole subito su quest’ultimo per “evadere l’argomento”. E’ un Alan Sorrenti visionario e di ricerca musicale e vocale avanzatissima. Chiudere gli occhi e ascoltare è una vera e propria esperienza sensoriale. Nulla a che vedere (meglio, a che ascoltare) con l’Alan Sorrenti di un po’ di anni dopo, quello delle hit di successo.

L’Alan Sorrenti di “Aria” – e anche del disco successivo uscito nel 1974 – collaborava col circuito dei Circoli Gramsci e frequentava ambienti “alternativi”. Lo ricordo da solo con chitarra e voce (suo secondo strumento musicale) trascinare un pubblico trasognato al Festival Pop di Parco Lambro a Milano. Era il 1974: un prato buio punteggiato di spinelli.

Cinquant’anni sono pochi per i sentimenti

Sono i primi due, però, ad essere letteralmente entrati nella mia vita. Parte integrante della colonna sonora della mia vita. “Radici”, fresco fresco di pubblicazione, arrivò in casa con mio fratello Tiziano, maggiore quattro anni di me. È un disco strepitoso. Sono rimasto subito stregato da “La locomotiva”: il ritmo galoppante della canzone, le strofe incalzanti, una storia nella Storia.

E contro ai re e ai tiranni / scoppiava nella via / la bomba proletaria / e illuminava l’aria / la fiaccola dell’anarchia”: e io subito a procurarmi la biografia dell’Avv. Pietro Gori, di Cafiero e di Malatesta. Decisi che volevo, dovevo suonarla e cantarla e così ho iniziato a suonare la chitarra (non ho mai smesso, pur con fasi alterne).

La “Canzone dei dodici mesi” mi ha sempre dato e mi dà tuttora grandi spunti per apprezzare e riflettere su età e stagioni, la natura e le opere dell’uomo. Penso spesso alle sue strofe lavorando nell’orto, mese dopo mese. “Radici”, la canzone che dà il titolo all’Album, è un capolavoro di grande profondità e delicatezza: l’ho apprezzata appieno in età matura, quando ho iniziato a fare i conti con memorie e luoghi di famiglia.

Quella prima cotta per un Incontro mancato

Ma il rapporto speciale, davvero speciale, ce l’ho con “Incontro”. Ero allora in preda alla prima “cotta”, innocente, innocentissima, per un’adorabile ragazzina. Stavamo tanto insieme e stavamo tanto bene insieme. Non mi sono mai dichiarato per pudore e per vergogna, avevo paura che se non fossi stato corrisposto si sarebbe rovinata l’amicizia. Di lì a poco lei, bella e sviluppata, fu adocchiata da ragazzi maggiori e ne fu lusingata. Non ci vedemmo più. Ci rimasi con un palmo di naso.

Così passavo i pomeriggi – una volta fatti i compiti, beninteso – ad ascoltare e riascoltare questa canzone.
Immaginavo un nostro magico incontro da adulti, una nostra struggente dolcezza. “La tristezza poi ci avvolse come miele per il tempo scivolato su noi due”. L’adorabile ragazzina è ora un’adorabile signora.
Capita talvolta un saluto, una battuta, un sorriso. Poi me ne vado canticchiando “Incontro”.

Ho aspettato Godot per cinquant’anni

Pochi mesi dopo “Radici” arrivò in casa “Aspettando Godot” di Claudio Lolli. Con “Radici” ha in comune gli strumentisti: Ellade Bandini alla batteria, Vince Tempera alle tastiere, Ares Tavolazzi (poi componente degli Area) al basso (insieme a Flaco Biondini alla chitarra hanno poi accompagnato Guccini nei concerti per decenni). “Aspettando Godot” fu un’autentica irruzione nella mia vita.

Claudio Lolli, nato nel 1950, l’aveva composto da giovanissimo e “nominava”, dava parole a quello che sentivo, ma che non riuscivo ad afferrare, quello che per me era indicibile: ansia, paura, malinconia, struggimento. Ma anche voglia di capire. Soprattutto voglia di reagire. Tutte le canzoni sono bellissime.
Tutte sul filo dell’amore e sul filo della morte.

Un passo sui conflitti interiori e l’altro su quelli collettivi e politici. Ascoltarlo leniva il mio malessere: ascoltavo le sue canzoni tristi e riuscivo così ad essere un po’ allegro. Sono trascorsi cinquant’anni , ne avevo solo 13 anni e non potevo rendermi conto, non potevo realizzare che ascoltare tutto di filato “Aspettando Godot” aveva un autentico effetto catartico: una specie di seduta di psicoterapia.

Claudio Zucchellini

Claudio Zucchellini

Avvocato, Consigliere della Camera Civile di Monza, attivo in iniziative formative per Avvocati, Università, Scuole e Società Civile.

Discussione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *