Di fronte ai nuovi fallimenti bancari o alle ennesime truffe perpetrate ai danni dei risparmiatori da finanzieri gaglioffi, assistiamo al ripetersi di una farsa stucchevole. Quasi fossimo sorpresi (non tanto noi risparmiatori, ci mancherebbe, quanto gli organismi di controllo, i banchieri, i governi, la politica!) che sia potuto di nuovo succedere! Adesso che l’effetto domino della Silicon Valley Bank, della Signature Bank, del Credito Svizzero e, proprio in queste ore, del colosso tedesco Deutsche Bank, potrebbe di nuovo innescarsi producendo una crisi sistemica, riparte il mantra politico e mediatico del “come mai”, del “come è stato possibile”, del “cosa non ha funzionato”: una sequela di dotte valutazioni sulle ragioni, i rischi, gli illeciti commessi.

Apparentemente i casi di insolvenza delle banche sono riconducibili, oggi, a cause diverse: (i) per le due banche americane si tratta di una conseguenza del rialzo dei tassi di interesse associati all’aumento dell’indice inflazionistico; (ii) i due casi europei, quello svizzero e quello tedesco … per ora, a semplici ipotesi di cattiva gestione!

La crisi non è più solo un rischio…

Eppure… eppure, superata la buriana, gli operatori riprenderanno esattamente nello stesso modo la loro attività, inventandosi nuovi prodotti finanziari e cercando nuovi trucchi per sfuggire alla vigilanza dei controllori e alle leggi: il tutto approfittando dell’ignoranza dei risparmiatori ormai oggettivamente, da parte loro, non più completamente giustificabile. Quando ti vengono offerti dei tassi di interesse fuori dal mercato e accetti di comprare quel prodotto finanziario, vuol dire che hai assunto un profilo di rischio consapevolmente e che quindi la sicurezza del tuo investimento viene già erosa al momento della tua scelta iniziale.

Ne abbiamo già scritto non molto tempo fa, il 2 febbraio 2023, proprio su questo giornale: con un pezzo dal titolo “Siamo seduti sulla bomba del debito: speriamo che i rimedi non arrivino troppo tardi”: abbiamo emesso del debito in misura straordinariamente superiore alla nostra capacità produttiva. Dunque, il rischio di una crisi finanziaria non è più denominabile “rischio” ma è una certezza! Il tema è quando scoppierà di nuovo. A meno che non si prendano dei provvedimenti mirati ad incidere sulle ragioni che hanno causato questo disastro speculativo.

Ripetiamo le cifre che emergono dall’ultimo rapporto rilasciato dall’agenzia americana che si occupa dei controlli bancari sul mondo dei derivati. Il documento registra che al 30 settembre 2022, quattro banche statunitensi detenevano ben 195 mila miliardi di dollari di derivati finanziari, pari all’86,6% del valore nozionale di quelli presenti nel sistema bancario nazionale. JP Morgan Chase ne deteneva 54.300 miliardi di dollari, Goldman Sachs 50.970, City Bank 46.000 e Bank of America 20.600.

Una situazione totalmente fuori controllo

Sebbene la legge americana, denominata Dodd-Frank, promulgata proprio dopo la grande crisi del 2008, richieda che i derivati passino attraverso la compensazione centrale in modo tale da essere controllati, il 58,3% di essi non lo fa, rimanendo nella totale opacità, al di fuori di ogni controllo. Questo elemento è conosciuto, non sanzionato, accettato da tutti gli operatori in quanto quella percentuale di prodotti derivati, non controllata, permette nel breve termine dei lauti guadagni agli istituti bancari e rilevanti bonus ai manager delle banche: gli unici a rimanere “con il cerino in mano” siamo noi risparmiatori, più o meno ignari, più o  meno consapevoli del rischio assunto o delle “promesse da marinaio” ricevute dal consulente finanziario di turno.

Come dicevamo nel nostro precedente articolo, anche la BRI (la Banca dei Regolamenti Internazionali) ha recentemente pubblicato un documento che analizza proprio le gravi complicazioni nella gestione dei prodotti derivati e scrive letteralmente: “Che le banche estere con sede al di fuori degli Stati Uniti hanno un debito in derivati OTC (Over the Counter) di 39 mila miliardi. Più del doppio del loro debito registrato in bilancio e più di 10 volte il loro capitale”. Si capisce facilmente come questa esposizione sia “sbalorditiva” (questa è la definizione utilizzata nello studio della BRI) e non possa che essere foriera di nuovi sconvolgimenti.

Abbiamo registrato gli interventi di alcuni autorevoli uomini del mondo della finanza e dell’economia: tutti tendono a dire che la crisi attuale non è sistemica, ma è legata a fattori specifici come l’aumento del costo del denaro o la cattiva gestione da parte di alcuni banchieri. Riportiamo in sintesi le dichiarazioni di Giulio Tremonti, ex Ministro dell’Economia, di Corrado Passera, amministratore delegato di Illimity Bank e di Allen Sinai, capo economista della Decisyon Economics di New York.

Crack finanziari, parola agli esperti

“La storia non si ripete per identità perfette – ha detto Tremonti – ma la crisi può investire il settore dell’innovazione tecnologica, settore strategico per gli Stati Uniti d’America. Fuori dal caso specifico della California, nei meccanismi della finanza come rilanciati dopo la crisi del 2008 c’è una componente crescente di rischio. Non ci sono regole per l’economia. Nel 2009 chiedevo il passaggio dal “free al fire trade” e non ci sono neppure regole per la finanza. Qui l’unica regola è che non ci sono regole”.

“A mio parere – ha scritto Passera – le autorità americane hanno impiegato troppo tempo prima di intervenire sulla banca di Silicon Valley. I campanelli d’allarme erano già suonati da tempo, basti dire che i suoi attivi erano concentrati in un unico settore, quello delle start-up le cui valutazioni sono scese del 60-70% nell’ultimo anno. In Italia e in Europa la Banca Centrale chiede piani di intervento immediati, come è giusto che sia… La reazione dei mercati a queste situazioni è spesso irrazionale, almeno nella prima fase. Questo grave incidente si aggiunge al disordine che la crisi delle cripto valute continua a produrre sui mercati. Molte banche verranno scandagliate dagli investitori per capire se la loro attività è sostenibile. In Europa abbiamo un sistema di trasparenza dei dati di bilancio che permette di capire se ci sono stati degli scostamenti evidenti su alcuni parametri. I regolatori in Europa sono attentissimi”.

“La crisi è l’effetto collaterale dell’impennata dei tassi di interesse voluta dalla FEDSinai è molto pessimista – vedremo con ogni probabilità altri fallimenti analoghi nel mondo bancario. Almeno fra i piccoli istituti. Con questi tassi è finita la corsa a cercare migliori rendimenti, ormai con un Treasury Bond puoi ottenere il 4% e più, per di più sotto la tutela diretta della FED. Perché dovrei correre rischi?”.

Quindi? Tanta… troppa ipocrisia: troppa volontà di “mettere sotto il tappeto” il problema. Troppa volontà/necessità dei banchieri di nascondere i veri dati della situazione, del debito emesso nell’ultimo ventennio che costituisce una bolla che periodicamente non può che scoppiare. Per riportare razionalità e sicurezza nel sistema finanziario sarebbero opportuni due o tre interventi, ad esempio: (i) ritornare alla separazione bancaria, “alla legge Glass Steagal del Presidente Roosevelt – ha suggerito Sinai”; (ii) battere la speculazione attraverso l’accantonamento dei derivati OTC; (iii) porre il divieto alla cosiddetta leva finanziaria di cui abbiamo parlato nel nostro precedente contributo. È proprio il caso di ripetere il vecchio adagio del maestro Manzi: “Non è mai troppo tardi!”. Stiamo a vedere.

Euro

Con lo pseudonimo Euro, si firma uno studioso italiano, apprezzato per la sua competenza nella politica internazionale, oltre che nelle questioni economiche e di diritto riguardanti l'Unione Europea

Discussione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *