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Tre crisi in una. I nodi strutturali che bloccano il Paese

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Stiamo affrontando una recessione non solo tra le più gravi della storia moderna ma tra le più complicate da interpretare per la sua difformità dalle crisi economiche “classiche”. È la prima crisi di sostenibilità della nostra epoca, nata da una emergenza sanitaria, e costituisce un segnale da non sottovalutare dei rischi che caratterizzeranno il nostro futuro. Il tema centrale è la gestione degli impatti: non potremo più pensare allo sviluppo economico trascurando le minacce socio-ambientali, ma allo stesso modo dovremo imparare a gestire meglio di quanto fatto sinora le conseguenze economiche, potenzialmente devastanti, delle perturbazioni ambientali, sociali, sanitarie.

Siamo poco attrezzati, anche culturalmente, per affrontare una crisi come quella che è appena iniziata. Se vogliamo provarci dovremo cercare di comprenderla isolando i numerosi fili che compongono la matassa, non perché siano effettivamente separabili ma per renderne un po’ meno oscuri gli intrecci. Proviamo quindi a distinguere, limitandoci agli aspetti economici, tre grandi vicende, tre crisi che si compongono in una.

La prima è quella che tutti viviamo: il blocco delle attività produttive provocato dalla pandemia. Non si tratta solo del lock-down da poco concluso. Anche le fasi successive saranno condizionate da limitazioni destinate a durare a lungo, forse fino alla fine dell’anno e forse oltre. Con quali conseguenze economiche? Per rispondere a questa domanda dobbiamo tener conto di molte incognite. Anzitutto la durata dell’emergenza sanitaria. L’evoluzione del contagio è del tutto imprevedibile e solo l’esperienza ci dirà quanto saranno efficaci le misure di distanziamento flessibile che si susseguiranno nel tempo. Probabilmente dovremo affrontare ondate di ritorno del virus, con provvedimenti restrittivi che immaginiamo di potere applicare in modo puntuale e localizzato, ma che secondo necessità potrebbero estendersi in ampiezza e durata.

Un’altra incognita è l’efficacia dei sussidi stanziati dal governo per impedire il collasso del sistema produttivo e sostenere la capacità di consumo delle famiglie. Se si trattasse solo di una questione quantitativa, di adeguatezza delle risorse in relazione al fabbisogno, la valutazione sarebbe molto più semplice. Ma il nodo critico è la rapidità con cui gli aiuti riusciranno a raggiungere le imprese, tenendo conto delle complessità della macchina amministrativa dello Stato e del sistema bancario a cui è affidata l’erogazione. Non dimentichiamo che in Italia e in Europa stiamo attivando il più vasto programma di sostegni pubblici mai attuato nella storia, non possedendo sperimentati meccanismi attuativi.

Infine, per valutare la prospettiva economica, dobbiamo chiederci come evolverà nei prossimi mesi la fiducia delle imprese e dei cittadini, dalla quale dipende il rilancio degli investimenti e dei consumi nella seconda metà dell’anno. I primi segnali non sono incoraggianti: secondo Termometro Italia, una indagine di Innovation Team condotta in aprile, 74,5% delle famiglie hanno subito una riduzione del reddito, e per 21,2% questa riduzione è stata giudicata drammatica; per i prossimi mesi 43,6% delle famiglie si attendono ulteriori difficoltà economiche e 36,9% temono la chiusura dell’azienda in cui lavorano. Ma la fiducia reagisce alle variazioni di contesto, e potrebbe migliorare velocemente se le misure di sostegno alle imprese si rivelassero efficaci.

Come è noto, il FMI prevede per il 2020 una recessione del PIL mondiale del 3% (ma che potrebbe peggiorare sino al 6% se il contagio dilagasse nelle aree economiche emergenti). Queste stime indicano per l’Europa una contrazione del 7,5%, e per l’Italia, il paese sinora più colpito dal virus, del 9,1%. Se la pandemia si estinguesse quest’anno i paesi europei potrebbero tornare a crescere nel 2021 mediamente del 4,7%. Ciò significa che, se non accadranno nuovi imprevisti, l’Europa dovrebbe impiegare due anni a raggiungere i livelli di ricchezza del 2019, e per l’Italia potrebbe occorrere un periodo più lungo, fino ai primi mesi del 2023.

Occupiamoci ora della seconda crisi, quella finanziaria, innescata dal crollo delle borse di metà marzo. Si potrebbe osservare che non si tratta di una vicenda indipendente, essendo stata provocata dalla pandemia e dai primi segnali di una inevitabile recessione. Vero. Ma, per favore, esaminate il grafico qui sotto che mostra l’evoluzione dall’inizio del secolo a oggi dell’indice S&P 500, basato sulle quotazioni delle maggiori imprese americane. Si riconoscono i due grandi avvallamenti del 2001-02 e del 2008-09, e la successiva impetuosa e prolungata espansione, durata ben undici anni (ovviamente con numerose oscillazioni). Dal valore più basso di febbraio 2009 al picco di gennaio 2020 l’indice si era moltiplicato per 4,4. I mercati erano come un grappolo di palloncini pronti a scoppiare, e molti osservatori si aspettavano che ciò sarebbe accaduto presto, considerati i segnali di rallentamento dell’economia mondiale. La pandemia ha dunque provocato l’esplosione, ma la crisi è stata determinata anche da altri fattori – la bolla ciclica e il raffreddamento degli scambi internazionali – che probabilmente non sono completamente risolti e che potrebbero gravare a lungo sulle prospettive di ripresa.

 

L’impatto di una crisi finanziaria sull’economia reale dipende dalla sua intensità e durata. Si distruggono asset aziendali e risparmi delle famiglie, si deprimono fiducia e capacità di investimento. Abbiamo toccato terra e possiamo aspettarci la risalita? Oppure siamo solo all’inizio di una reazione destinata a durare a lungo e con effetti depressivi profondi, come accadde dodici anni fa? Anche in questo caso dobbiamo dire che la risposta dipende da molti fattori, il più importante dei quali è la prontezza nella ripresa delle due locomotive, Usa e Cina, che tirano l’economia mondiale. Ma un fattore non trascurabile, in questo caso rassicurante, è la capacità di iniziativa delle autorità politiche sotto due diversi aspetti: l’esperienza derivante dalle lezioni del passato e la disponibilità di strumenti di potenza adeguata alla dimensione dei problemi. Oggi le autorità che contano, quelle dotate di peso nell’economia mondiale, mostrano di possedere consapevolezza e mezzi molto maggiori che in passato. All’epoca della Grande Depressione gli Stati Uniti dovettero attendere tre anni e mezzo perché, con l’insediamento di Roosevelt, si avviasse un’azione incisiva di intervento economico-sociale oltre che di riorganizzazione e controllo del sistema finanziario. E di nuovo nel settembre 2008, mentre deflagrava la crisi dei subprime, George W. Bush, fedele al dogma liberista, non fece nulla per impedire il fallimento di Lehman Brothers che provocò una reazione a catena. Pochi giorni più tardi dimostrerà un tardivo pentimento, impegnando le risorse dello Stato nel salvataggio delle banche. Oggi la reazione dei governi è completamente diversa per l’enormità delle risorse mobilitate e per l’incisività delle azioni organizzate, soprattutto in Europa. Abbiamo alle spalle non solo la crisi mondiale del 2008-2009 ma anche quella europea del 2011-2012. Queste esperienze hanno indotto la BCE a modificare il proprio ruolo, adottando politiche non convenzionali come il Quantitative Easing (e che si tratti di una trasformazione radicale lo dimostra il dubbio di legittimità sollevato dalla Corte Costituzionale tedesca); hanno portato a creare nuovi strumenti comunitari come il MES, il fondo salva Stati; hanno provocato la riforma del sistema bancario e un consistente rafforzamento patrimoniale delle banche. Ed oggi la crisi spinge l’Unione Europea a modificare il proprio approccio strategico, sospendendo il Patto di Stabilità e creando uno strumento come il Recovery Fund, garantito dal bilancio della UE e finanziato dall’emissione di bond europei. Solo il carattere provinciale e fazioso del nostro dibattito politico impedisce di riconoscere la svolta storica costituita dalla creazione, con i Recovery Bond, di un debito europeo. Non per consolidare il debito pregresso degli Stati membri ma per affrontare solidalmente i nuovi impegni resi necessari dall’emergenza in corso.

Ma lasciamoci alle spalle l’analisi delle componenti più evidenti della crisi per affrontare la terza linea del fronte, quella meno nota e meno discussa ma più delle altre destinata a produrre conseguenze di lungo termine. Si tratta del blocco dell’economia mondiale degli scambi.

Intendiamoci, i modelli di stima degli scenari economici già tengono conto dell’effetto della riduzione delle transazioni internazionali. Temo tuttavia che ragionino, com’è tipico dei modelli, in modo semplificato, ipotizzando che una volta superata l’emergenza sanitaria il sistema commerciale possa riprendere a tirare come prima. Ciò sarebbe vero se la pandemia fosse la causa unica delle attuali difficoltà, mentre è possibile che essa funga da catalizzatore di un insieme più vasto di fattori che da tempo minacciavano di arrestare il trend di sviluppo.

Ci sono mille scuole e mille modi di datare la globalizzazione. Possiamo partire dalla liberalizzazione dei movimenti dei capitali e degli scambi commerciali avviata dagli Stati Uniti alla fine degli anni ’70 e trionfante nei due decenni successivi in ogni angolo del mondo. Oppure possiamo pensare che il ruolo principale sia stato svolto dall’innovazione tecnologica, con Internet negli anni ‘90 e poi con la rivoluzione digitale, che ha prodotto una moltiplicazione senza precedenti delle comunicazioni abbattendone i costi. Possiamo infine considerare preminenti le vicende della grande politica: la rottura del muro che divideva il pianeta e l’ingresso dirompente della Cina a reclamare il proprio ruolo nel mondo. In realtà tutte queste forze si sono sorrette reciprocamente, determinando quarant’anni di sviluppo nel corso dei quali la stessa grande crisi del 2008 non è stata che un’interruzione passeggera. Ancora negli ultimi dieci anni, prima dell’emergenza virus, il mondo aveva continuato a crescere con ritmi annui oscillanti tra il 3 e il 4%. Questo trend, da qualsiasi prospettiva lo si guardi, è stato sospinto da un motore che per tutto questo tempo ha funzionato a pieno regime: l’espansione continua degli scambi internazionali.

C’è un dato che può aiutarci a comprendere il grado di interdipendenza raggiunto dal mondo: il commercio internazionale aveva raggiunto nel 2018 un valore superiore a 25.000 miliardi di dollari: 19.500 di esportazioni di merci e 5.800 di servizi (la fonte di questi dati e di quelli citati successivamente è il rapporto 2019 dell’Istituito nazionale per il Commercio Estero). Per farsi un’idea di che cosa significhino queste cifre, si consideri che il valore totale del PIL mondiale nello stesso periodo era di circa 85.000 miliardi.

Quel motore oggi è bloccato. Può ripartire, certamente, una volta superata la pandemia. Ma si possono nutrire dubbi sul fatto che abbia la forza di tirare con la stessa potenza del passato. Il fatto è che già negli ultimi tempi il commercio internazionale stava rallentando la sua crescita: l’ICE stima che l’incremento delle esportazioni come quantità di merci nel 2019 sia stato del 2,9%, sensibilmente inferiore ai livelli precedenti. Per diversi motivi ci stavamo probabilmente avviando alla fine di un lungo ciclo di sviluppo, e la grande minaccia, ora, è che occorrano anni prima che un nuovo ciclo possa aprirsi.

Un fattore importante è la guerra commerciale tra Usa e Cina, con l’adozione di politiche protezionistiche. La Cina è il primo esportatore del mondo, con una quota del 12,8% e un surplus commerciale di 400 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sono il primo importatore e hanno un deficit di 900 miliardi. È del tutto comprensibile il braccio di ferro ingaggiato da Trump per ottenere un riequilibrio della bilancia commerciale. Ed è ancor più comprensibile se l’inquadriamo in un orizzonte strategico più ampio. Con la Belt & Road Initiative, un complesso di investimenti infrastrutturali e di trattati commerciali vincolanti, la Cina di Xi ha assunto un nuovo profilo espansivo in Asia, Africa ed Europa; e con la crescita continua del budget militare (soprattutto in ambito tecnologico e navale) si presenta come lo sfidante strategico nel nuovo scenario bipolare, reso più complicato dall’emergere di potenze regionali pronte a giocare la propria partita. Limitando l’esame al movimento delle merci e dei capitali, non si può certo dire che la Cina pratichi una concorrenza leale, basata sulla reciprocità delle condizioni. Il punto centrale è che non esiste in Cina un mercato libero, aperto ai capitali e alle merci dei concorrenti. L’approccio cinese, che potremmo definire neomercantilista, può trasformarsi a lungo termine in una debolezza per un paese che aspira ad assumere quel ruolo planetario a cui pare destinato in ragione della propria forza economica e demografica. Ed è su questo che puntano gli Usa, ingaggiando la partita rischiosa della guerra commerciale per negoziare un riequilibrio dei rapporti. Rischiosa perché potrebbe determinare conseguenze nefaste per l’economia mondiale.

La Cina, dopo vent’anni di espansione attorno al 10%, ha recentemente rallentato il suo ritmo di crescita, che peraltro prima dell’emergenza virus restava superiore al 6%. Considerando il PIL a valore nominale è la terza forza economica del pianeta, con una quota del 16% del PIL mondiale, dopo gli Usa (24%) e l’area dell’euro (19%); ma se consideriamo il valore a parità di potere d’acquisto è da tempo la prima, con una quota del 19% (contro il 15% degli Usa e l’11% dell’eurogruppo). Ciò significa che la Cina ha affiancato gli Stati Uniti nel ruolo di locomotiva dello sviluppo. Ora c’è la crisi e la locomotiva è ferma. Il FMI prevede che la Cina ripartirà nel secondo semestre, chiudendo il 2020 con un +1,2%, per poi crescere alla grande l’anno prossimo: +9,1%. Ciò renderebbe possibile la grande ripresa nel 2021 dell’economia mondiale, con una crescita del 5,8%.  È realistico questo scenario? Probabilmente sì, in un contesto di apertura dei mercati internazionali. Il problema è che la Cina non ha un mercato interno sufficiente a sostenere l’espansione della sua capacità produttiva. Per tornare a crescere deve esportare merci per un valore dell’ordine di 2.500 miliardi di dollari, una cifra largamente superiore all’intero PIL italiano. Ha dunque bisogno che riprenda rapidamente la capacità di consumo dei mercati ricchi, l’Europa e gli Stati Uniti, e per questo motivo le minacce di Trump sono efficaci (oltre che rischiose). Se ciò non accadesse, vuoi per scelte politiche, vuoi per debolezza intrinseca dei nostri mercati maturi, la ripresa mondiale potrebbe risultare asfittica e trasformarsi in una lunga stagnazione. C’è anche il rischio che la recessione del 2020 si trasformi nella prima crisi da sovrapproduzione dell’economia cinese, così come il crack del 1929 fece esplodere la crisi da sovrapproduzione delle imprese americane, incapaci di trovare sbocchi tanto nel mercato interno, crollato a causa dell’impoverimento della nazione, quanto nei mercati esteri, che le politiche protezionistiche di quell’epoca avevano bloccato. Sappiamo come andò a finire, e quale destabilizzazione sociale e politica fu provocata dalla Grande Depressione.

In questo contesto la competitività dell’Italia è un tema centrale per valutare le nostre prospettive di ripresa e comprendere su quali fattori puntare. Siamo il nono paese al mondo nel commercio internazionale ed esportiamo merci per 547 miliardi di dollari, con un surplus di 44 miliardi. Abbiamo una propensione all’esportazione, calcolata come quota delle esportazioni sul PIL, del 32%. Facciamo qualche confronto per aiutarci a comprendere il significato di queste cifre: il colosso cinese, con un PIL che ci supera di 6,3 volte, ha un valore delle esportazioni che è 4,5 volte il nostro; gli Stati Uniti, con un PIL che è dieci volte quello dell’Italia, esportano solamente il triplo; solo la Germania ci surclassa, con un valore delle esportazioni triplo del nostro (mentre il PIL è doppio) ed un surplus commerciale di quasi 300 miliardi.

Non sempre il nostro dibattito politico-economico riconosce la centralità dei due temi che abbiamo evidenziato. Primo, la nostra ripresa dipende dalla crescita del mondo, e richiede che riparta il grande motore degli scambi internazionali. Secondo, abbiamo una sola vera ricchezza su cui puntare: la capacità competitiva delle nostre imprese e delle filiere che distribuiscono il brand Italia nel mondo. In realtà questa capacità è affidata a una piccola parte del nostro sistema industriale, il quale è costituito prevalentemente da microimprese con capacità di investimento limitata e produttività molto bassa.

C’è uno stretto rapporto tra capacità competitiva e produttività, e i dati OCSE in proposito sono impietosi. Negli ultimi vent’anni la produttività delle imprese italiane è diminuita, e non ha fatto che accrescere il suo divario dai grandi paesi industriali. Siamo anche agli ultimi posti per investimenti in tecnologia e innovazione. La produttività stagnante limita le retribuzioni, impoverisce la società (questo è il punto, che non si risolve con l’aumento della spesa assistenziale) e frena i consumi, deprimendo lo stesso mercato interno. Il fatto è che i paesi più avanzati sono caratterizzati da una evoluzione continua del sistema economico, con elevata mobilità delle risorse (capitale e lavoro) dai settori deboli a quelli più produttivi, mentre l’Italia si basa su un modello iperprotettivo, strutturato attorno a caposaldi come gli ammortizzatori sociali, la rigidità del mercato del lavoro e i contratti collettivi, che inchioda le risorse nelle aree fragili dell’economia.

C’è ancora un aspetto da esaminare per riflettere sulle prospettive di ripresa. I movimenti di capitale hanno assunto un ruolo fondamentale nella dinamica dello sviluppo globale. Lo stock mondiale di investimenti diretti esteri, che vent’anni fa era di poco superiore a 7.000 miliardi di dollari, nel 2019 ha superato i 32.000 miliardi. La finanza, si sa, non gode di buona stampa, ma senza la liberalizzazione dei movimenti di capitale iniziata quarant’anni fa non sarebbe stata possibile quella poderosa spinta che ha fatto emergere la Cina, l’India, le tigri asiatiche, e sottratto alla miseria il 25% della popolazione mondiale. Anche l’Africa subsahariana, nelle aree che sono riuscite a lasciarsi alle spalle un passato di guerre civili e dittature sanguinarie, ha iniziato a crescere: per esempio l’Etiopia, un paese con più di cento milioni di abitanti, con ritmi annui del 7%. L’importanza dei movimenti di capitale rende centrale la questione dell’attrattività: un’area economica, una nazione cresce se riesce ad attrarre investimenti. Sotto questo punto di vista, grazie al ruolo di calamita esercitato da Wall Street, resta formidabile la posizione degli Stati Uniti, nelle cui imprese affluisce il 23% degli investimenti del mondo (ma nel 2000 questa quota era del 38%). L’attrattività dell’Italia è veramente minima: siamo al quindicesimo posto, con 430 miliardi di stock e 24 di flusso annuo nel 2018, molto distanziati anche dalla Spagna.

Produttività e attrattività del sistema paese sono dunque i nodi da affrontare se vogliamo avviare, dopo la crisi, una fase di crescita. Sono nodi strutturali, che richiedono strategie di riforma prolungate nel tempo e dai risultati non immediati. Questo rende difficile l’impresa, assieme al fatto che si tratta di rimuovere protezioni e spese su cui si basa il sistema di aggregazione del consenso.

Oggi la nostra attenzione è tutta concentrata sull’emergenza, ed è giusto che sia così. Non c’è altra strada che ricorrere a investimenti pubblici straordinari e in deficit per impedire il collasso del sistema produttivo ed evitare il default delle imprese, soprattutto di quelle più competitive. E dopo?

La questione del dopo non riguarda i prossimi anni. Tra alcuni mesi, quando sarà superata l’emergenza sanitaria, ci troveremo in piena recessione, con un debito pubblico vicino al 160% sul PIL, ma che potrebbe schizzare chissà dove negli anni successivi. È vero, tutto il mondo sarà sovraindebitato in modo permanente, non riassorbibile in pochi anni. Ma per nazioni come la Germania, che ha già fatto in passato profonde riforme strutturali, ciò significa raggiungere un rapporto tra debito e PIL del 75-76%, e per l’area dell’euro un livello medio del 103% (sono le previsioni della Commissione Europea). Noi ci troveremo, con ogni probabilità, al centro di forti tensioni finanziarie. La spesa per interessi potrebbe tornare a crescere oltre i livelli di guardia (l’anno scorso è stata di 64 miliardi di euro, nel 2012 aveva superato gli 83 miliardi). Non avremo molto tempo per scegliere quale strada imboccare, poichè se non ci avvieremo già l’anno prossimo verso una ripresa robusta e sostenibile, rafforzando al contempo la nostra credibilità presso i mercati, la situazione potrebbe presto sfuggire al controllo e vederci correre verso il default.

A leggere i segnali dell’attuale dibattito politico il destino parrebbe segnato. I nodi strutturali della nostra economia, le questioni della produttività e dell’attrattività del paese, sono stati rimossi e sostituiti da un approccio tutto congiunturale. L’idea che prevale largamente, trasversale agli schieramenti politici, è che la ricetta valida per l’emergenza, l’impegno massiccio di risorse pubbliche, sia anche la soluzione capace di rilanciare lo sviluppo. Negli ultimi anni si è imposta una narrazione: sono i vincoli di bilancio che ci impediscono di crescere; eliminiamoli e il PIL tornerà a espandersi. Bene, ora l’emergenza ha fatto saltare i vincoli, ma il problema resta: se non affrontiamo i nodi strutturali che bloccano il sistema economico, con le riforme radicali che da tempo l’Europa ci chiede, finiremo con l’aumentare a dismisura il debito senza uscire dalla stagnazione produttiva.

Ed ora siamo a una svolta. Il fatto nuovo è che il massiccio intervento pubblico reso necessario dalla crisi ha fatto riaffiorare un’idea in realtà antichissima, che ha segnato l’intera storia economica della nostra repubblica: lo stato imprenditore. Si parla di una nuova IRI, della presenza dello Stato nel capitale delle imprese e negli stessi organi di governance. Lo Stato che fa “politica economica”, cioè che si sostituisce al mercato nel decidere dove allocare le risorse nel sistema produttivo, al di là degli ambiti suoi propri che nell’economia moderna sono già vastissimi (non solo la redistribuzione sociale ma anche l’innovazione di lungo termine, quella che, come osserva Mariana Mazzuccato, richiede finalità strategiche e “capitale paziente”). Trovo stucchevole il dibattito ideologico su quale sia il sistema più efficiente tra Stato e mercato. Ciò che conta è l’effetto delle soluzioni. Se punteremo sullo Stato imprenditore immobilizzeremo le risorse in una economia di sopravvivenza; garantiremo l’occupazione nei settori e nelle attività non competitive anziché puntare sulla mobilità del lavoro e la formazione delle nuove professioni, esattamente come stiamo affrontando il problema della povertà: inchiodando centinaia di migliaia di giovani ad un futuro di marginalità e miseria. È la scelta della meridionalizzazione del paese: estendere all’intera nazione l’approccio fallimentare che ha impedito nel Sud lo sviluppo di un tessuto produttivo dinamico.

Enea Dallaglio

 

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Enea Dallaglio
Sono partner di Innovation Team e di MBS Consulting, la società di consulenza del gruppo Cerved. Da una quarantina d’anni mi occupo di consulenza aziendale e ricerche di mercato, seguendo un indirizzo: correlare il cambiamento delle imprese all’evoluzione dei bisogni e dei comportamenti sociali. Negli ultimi anni mi sono dedicato al business sostenibile e alla nuova industria del welfare.

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