“Che tu possa vivere tempi interessanti”. La maledizione cinese bussa prepotente alle nostre case europee e occidentali, costruite sulle fondamenta del boom economico che ha disegnato un mondo che, probabilmente, non ci appartiene. 

Ve ne parlo da una prospettiva che vuole essere sia generazionale che sistemica. Analizzando il baby boom italiano, che nel giro di vent’anni ci catapulta dalla miseria dei sassi di Matera alla Milano da bere di Armani e alla ruggente Toscana di Gucci, pare che l’Italia abbia compiuto un balzo in avanti dimenticandosi della montagna di guai che si accatastavano man mano e sarebbero rotolati sulle generazioni dei figli e nipoti di coloro che stavano godendo del nuovo benessere italiano. 

Un debito pubblico in crescita, una società globalizzata in cui è stato cancellato il ruolo delle agenzie di intermediazione sociale – sindacati, partiti, oratori, centri ricreativi e culturali – i cambiamenti climatici e le conseguenti pandemie che verranno, le grandi migrazioni e la lotta per l’accaparramento delle risorse. Questo il macigno che ereditiamo dagli anni del boom e che ci toccherà affrontare sciogliendo il bandolo della matassa. Il quadro che si prospetta negli anni a venire oltre ad essere l’immagine più distante dal miracolo italiano è ingarbugliato, denso di sfaccettature, problematico. Se però riprendiamo il proverbio cinese e ci immergiamo oltre la superficie lessicale, scopriamo che il significato di interessante racchiude in sé anche quello di complesso. 

Date le complessità, appunto, che abbiamo prospettato poc’anzi sarà necessario fornire una cassetta degli attrezzi alternativa a chiunque voglia ritenersi un attento osservatore o intenda sperimentare altre strade per farsi parte attiva del cambiamento. 

È così che un po’ per deformazione scolastica, un po’ per passione, proveremo insieme a ripercorrere alcuni concetti della sociologia novecentesca con il fine di avere alcune chiavi di lettura alternative rispetto ai maintstream dell’economia, del diritto e della scienza politica, sulla realtà che ci circonda. 

Al di là delle mode passeggere credo sinceramente che la materia in quanto tale sia uno strumento utile per mettere ordine nel caos delle complessità, suddividendole, catalogandole, offrendo al decisore politico un dossier semplificato su cui ragionare. La definizione stessa della materia ci può aiutare: si tratta di una scienza che studia i fatti sociali considerati nelle loro caratteristiche costanti e nei loro processi. Fatti, processi, decostruzione. Ciò di cui necessitiamo per vedere sotto una nuova luce le incognite a cui finora non si è data risposta.

È per questo che vestendo i panni del facilitatore, senza alcuna pretesa narcisistica, tantomeno quella di mettere da parte i grandi maestri della materia, incominceremo un percorso considerando le riflessioni di Foucault sulle Utopie, sulle Eterotopie e sui Corpi, di Bourdieu sul Campo e sul Capitale Sociale, di Boal sul Teatro. 

Ci incontreremo ogni tanto, per quello che vorrei fosse l’appuntamento saltuario con il thé fumante nella giornata uggiosa, in cui Boris di Woody Allen comprende la complessità del mondo, ma anziché incaponirsi sull’ingenuità di Melody le regala qualche spunto per districarsi più facilmente tra i disastri della sua fanciullezza naïve. 

Nicolò Milanesio Arpino

Redazione

La redazione de L'Incontro

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