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Le Sessantottine raccontano l’altra metà della storia

Le 24 donne che raccontano sono molto diverse tra loro. Nei loro racconti si vede la varietà dei percorsi, segnati anche da diversi retroterra famigliari o da qualche differenza di età.

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Il libro “Sessantottine” è stato pubblicato un anno fa. Raccoglie le testimonianze di 24 donne che hanno vissuto il ’68 – a Torino e in Piemonte – in modi diversi ed in età diverse della loro vita, e che hanno poi avuto percorsi di vita e professionali diversi. Il razionale del libro e la sua unicità nel panorama del grande numero di pubblicazioni uscite a cinquant’anni dal ’68 sono ampiamente e chiaramente descritti dalle curatrici (Franca Balsamo e Marilena Moretti) nell’introduzione di seguito riportata, insieme alle vignette di Annì Barazzetti.

Il quadro che emerge chiaro da tutti i contributi, basati sull’esperienza di ciascuna di noi in quegli anni, è come allora si siano poste le basi per i grandi cambiamenti della nostra società: il divorzio, l’aborto, la legge Basaglia, il Servizio Sanitario Nazionale. Le numerose presentazioni del libro che abbiamo fatto in questo anno sono state altrettante occasioni di dibattito su diritti civili che avevamo considerato acquisiti una volta e per sempre, e che invece oggi vediamo messi in discussione e ci rendiamo conto di dover difendere. Spero che anche questa presentazione possa contribuire a tenere aperto il dibattito.

Tullia Todros

Annì Barazzetti

Molti libri sono usciti in questi ultimi 50 anni sul movimento degli anni Sessanta in Italia, quasi esclusivamente scritti da uomini e nei quali le donne sono molto spesso assenti, cancellate. Oppure la loro presenza è stata ridotta allo stereotipo degli “angeli del ciclostile”. È diffusa opinione che le donne sarebbero nate come soggetto politico solo negli anni Settanta, col femminismo. Ma il movimento femminista non è l’unica forma in cui si sono espresse, in quegli anni, la soggettività e la radicalità delle donne. Le radici sono già nel movimento del ’68 ed è lì che vanno cercate. Che cosa hanno fatto le donne in quel periodo? Qual è stato il loro contributo, il loro ruolo nella formazione di un pensiero critico? Quali le pratiche che le hanno rese protagoniste di un cambiamento epocale, in senso antiborghese, della società a partire dai vissuti individuali, dai bisogni, dal “personale”? Temi ancora tutti da approfondire.

A cinquant’anni di distanza, 24 donne ricordano e riflettono sul loro “essere” nel ’68, consapevoli che anche su questo periodo bisogna ri-narrare una storia scritta finora, il più delle volte, attraverso un unico sguardo maschile e quindi raccontata solo a metà. Le voci raccolte in queste pagine vanno a ri-comporre una memoria collettiva di un momento cruciale di svolta. Non un saggio storico o sociologico, ma il racconto in prima persona di “come eravamo”.

Quegli anni hanno plasmato le nostre vite e indirizzato i nostri interessi. Quel cambiamento, per noi, è stato per sempre. Per molte tutto è cominciato già dalla metà degli anni Sessanta, con l’urgenza di affermare la propria autonomia, il diritto di essere se stesse e fare le proprie scelte, in un bisogno fortissimo di liberazione contro ogni condizionamento: patriarcale, famigliare, sociale, religioso, sessuale, culturale… Ma c’era bisogno del ’68 perché tutto esplodesse, coinvolgendo donne e uomini, non solo giovani e non solo studenti e operai, ma anche i matti, i medici, gli insegnanti, gli impiegati, gli artisti, i carcerati, i senza casa, i ragazzi sotto naja nelle caserme, ecc. E di lì a poco in particolare le donne, con una deflagrazione grandissima. Senza tutto questo anche noi donne non saremmo arrivate a una consapevolezza così piena e ad ampio raggio.

Annì Barazzetti

Le 24 donne che raccontano qui il loro ’68, nel movimento torinese o piemontese, sono molto diverse tra loro. Nei loro racconti si vede la varietà dei percorsi, segnati anche da diversi retroterra famigliari o da qualche differenza di età. Si tratta di donne che nei successivi cinquant’anni si sono dedicate ad attività e professioni le più varie. Tra le autrici ci sono psicologhe, scienziate, sociologhe, una ingegnere, una creativa, una traduttrice, un’interprete, un’impiegata, donne che fanno parte della rete delle Donne in nero, registe, insegnanti, scrittrici, una politica, una ginecologa… Alcune di loro hanno avuto un ruolo importante nel femminismo e nel movimento ecologista.

Oggi, le nuove generazioni – di fronte alla grave crisi della politica – si affacciano sulla scena col desiderio di praticare inedite forme di politica partecipativa, spesso ignorando quanto in queste loro istanze e consuetudini assembleari riecheggino pratiche degli anni Sessanta. Oggi, d’altra parte, in diversi luoghi dove si sperimentano queste nuove forme di democrazia diretta, con la partecipazione delle cittadine e dei cittadini in prima persona alla cura delle città e dell’ambiente, è sempre più comune vedere giovani donne assumere importanti responsabilità e ruoli di leadership.

Annì Barazzetti

Le ragazze impegnate di oggi devono sapere quanto le donne siano state presenti con azioni politiche anche creative nel movimento degli anni Sessanta, ancor prima che nel femminismo. Quanto la loro lotta – dentro le famiglie, nella scuola, nei manicomi come nei quartieri delle città, davanti alle fabbriche come nei rapporti sessuali, nelle sperimentazioni di nuove forme di convivenza e di relazioni – sia stata rivoluzionaria e abbia rappresentato un momento di “emancipazione” dai ruoli di genere tradizionali, che fu il passo necessario per l’esplosione successiva del femminismo e delle più importanti trasformazioni del costume, della cultura e della società italiana. Fino agli anni Sessanta fare sesso liberamente, fuori del matrimonio, per una donna equivaleva a una condanna certa. Peggio ancora avere un figlio senza essere sposata. Sfidare la reputazione sociale era un gesto rivoluzionario. Prima delle rivendicazioni del femminismo, noi “sessantottine” già sentivamo forte il bisogno di vivere la completa parità tra uomo e donna, a partire dai limiti imposti dalla “doppia morale” maschile.

Sono tanti i debiti che le conquiste sociali hanno nei confronti delle donne fin dal ’68 e delle loro lotte per i diritti di uguaglianza e di libertà. Lotte che hanno trovato realizzazione successiva nelle varie riforme: del diritto di famiglia, della scuola, dell’interruzione volontaria della gravidanza, del divorzio, sulla violenza sessuale, per i diritti riproduttivi e quelli per le persone in difficoltà, o per la chiusura dei manicomi…

Vorremmo, con questo nostro ricordare, far rivedere se non rivivere l’utopia che ci guidava e che cercavamo di praticare in quegli anni. Un passato che oggi appare lontanissimo, di fronte a una nuova chiusura, a un ritorno di spinte regressive, non solo in politica, ma – cosa ancora più grave – in una diffusa cultura di sopraffazione e di odio nei confronti delle donne, degli omosessuali, dei diversi, degli ultimi, che suona come un richiamo all’ordine.

Contro il rischio di un nuovo conformismo, in senso antilibertario, è più che mai il momento di ri-cordare (attraverso il cuore dunque), in primo luogo a noi stesse, quel periodo di intreccio straordinario tra politico, personale, spirito critico, gioco, fantasia al potere, rifiuto dell’autorità, smascheramento della neutralità della scienza, lotta alle discriminazioni e a qualunque forma di oppressione, senso di uguaglianza e solidarietà, proprio quella che oggi appare sempre più sottile e lacerata.

Annì Barazzetti

Non abbiamo raccolto queste testimonianze solo per ricordare che c’eravamo anche noi. Cercavamo qualcosa di più, qualche specificità “di genere”. Non è nostra intenzione fare qui un’analisi e lasciamo la parola ai diversi testi. Ci siamo ritrovate in una pluralità di voci, di vissuti, di sguardi che mostra la molteplicità delle esperienze e come il movimento del ’68 sia stato ricco e complesso e non lo si possa ingabbiare in un’unica definizione.

Tuttavia qualcosa c’è in questa raccolta di testi che la rende differente da tanti altri scritti su quel periodo: le diverse voci compongono un patchwork in cui si vede apparire il disegno complesso di che cosa poteva significare “vivere con la rivoluzione”: che cosa comportava nel vissuto quotidiano, nelle scelte esistenziali – nel nostro caso – del mondo femminile. In molti dei testi si mette in relazione qualcosa di essenziale dell’esperienza femminile, con una scelta radicale di rovesciamento, in senso rivoluzionario: per esempio per quel che riguarda la procreazione (e non solo la sessualità), anche nella forma del suo rifiuto, la violenza spesso invisibile delle relazioni tra intimi, il dolore del vivere (dagli aborti alla “follia”, che ritornano in più testi), nei loro imprevedibili nessi con una rivoluzione fatta anche – molto spesso – di gioia e di festa collettiva, ma soprattutto di libertà…

Certo, avevamo vent’anni, il coraggio, l’incoscienza e il bisogno di assoluto di quell’età. Volevamo tutto, volevamo cambiare il mondo – e lo vogliamo ancora. Ci siamo riuscite solo in parte. Ma ci piace sottolineare che qui le donne, ognuna a suo modo, dicono qualcosa di nuovo che va letto e ascoltato anche per trarne delle riflessioni utili, per noi e per gli altri. È in questa profondità di messa in relazione della “vita” con il desiderio di liberazione che possiamo ritrovare non solo le radici del femminismo dei successivi anni Settanta, ma anche le ragioni – ci auguriamo – per una nuova trasformazione. E anche per una nuova utopia.

Un’avvertenza, infine, sull’ordine dei testi. Abbiamo volutamente scelto di pubblicare i testi secondo l’ordine alfabetico dei nomi propri delle autrici anziché dei cognomi. Questo per un tuttora vivo guizzo di ribellione nei confronti dell’ultimo retaggio patrilineare presente nel nostro ordinamento famigliare, un «retaggio – secondo la stessa Corte Costituzionale – di una concezione patriarcale della famiglia… e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna», e solo recentemente (2016) corretto dalla stessa Corte nel riconoscere oggi la possibilità di “aggiungere” al cognome del padre anche quello della madre. Infine nello spirito sessantottino ci piaceva giocare ancora una volta con l’inversione del pubblico Cognome con il privato Nome.

Franca Balsamo e Marilena Moretti

Aa. Vv., Sessantottine, a cura di Franca Balsamo e Marilena Moretti, Edizioni SEB27, Torino 2018.

SESSANTOTTINE | Edizioni SEB27

*Ringraziamo l’Editore e Annì Barazzetti, autrice delle vignette, per la gentile concessione alla riproduzione.

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Redazione
La redazione de L'Incontro

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