Negli ultimi anni, le celebrazioni del 25 aprile sono state precedute da accesi dibattiti che hanno reso manifesto come in Italia, per quel che concerne la commemorazione della Festa della Liberazione, sia in atto una vera e propria disputa memoriale. In particolare, all’osservatore attento non sarà affatto passato inosservato che, con il tempo, tale disputa è andata focalizzandosi sempre più sui soggetti, anche a discapito dei contenuti. È evidente, infatti, che via via a catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica è stato il dibattito su coloro che avrebbero dovuto o potuto animare le piazze, piuttosto che i valori che in quelle piazze devono essere ribaditi.

Il fenomeno, a dire il vero, non stupisce, dal momento che la festività del 25 aprile soffre di “un mal di memoria” comune a molte altre ricorrenze: un male, direi, che si manifesta nella forma di una sorta di colonizzazione dell’arena memoriale, alimentando una competizione tra attori che a lungo andare finisce con il logorare il significato profondo della commemorazione, intaccando la sua funzione pubblica.

È indubbio che ogni atto di istituzionalizzazione della memoria rappresenta il frutto, più o meno partecipato, dello scontro tra memorie divise che si misurano nello spazio pubblico. Il che significa che dietro a ogni scelta memoriale dei pubblici poteri è sempre possibile rintracciare uno o più referenti a sostegno dell’oggetto memoriale: per meglio dire, a sostegno di una certa sua interpretazione, su cui fondare il suo carattere esemplare.

Non di meno, a far la differenza è l’atteggiamento successivamente assunto da questi “imprenditori” di memoria. In particolare, alcune alterazioni del processo memoriale, soprattutto per quel che concerne la sua funzione identitaria e di pacificazione sociale, potrebbero farsi manifeste quando uno o più attori memoriali cadano nella tentazione di voler far valere il loro ruolo di promotori, presentandosi poi come referenti privilegiati dell’evento, per trasformarsi, con il tempo, in veri e propri “custodi” della memoria.

Infatti, dialogando a distanza con il recente libro di Valentina Pisanty (I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe, Milano, 2020), potremmo dire che, ben oltre la nozione di “guardiani della memoria”, alcuni attori finiscono con l’imporsi nell’arena pubblica memoriale alla stregua di veri e propri custodi: se il guardiano vigila, affinché coloro che accedono allo spazio memoriale lo facciano nel rispetto di alcune regole (la stipulazione più o meno condivisa delle quali può comunque costituire un problema…), il custode, invece, è addetto alla protezione di qualcosa che può arrivare a essere addirittura nascosto allo sguardo. Ciò gli consente una sorta di potere per quel che concerne l’abilitazione all’accesso, che nel caso di specie si concreta nel diritto a stabilire chi può e chi non può partecipare al rito della commemorazione.

Ora, se è vero che, soprattutto in un primo momento, la presenza di attori che, facendosi carico della funzione memoriale, contribuiscono a mantenere viva l’essenza valoriale di un evento o di un personaggio risulta fondamentale, bisognerà ricordare che, con il passare del tempo, questa presenza potrebbe risultare sempre più scomoda, sino a divenire sconveniente e controproducente, minando l’opera di riconciliazione cui le politiche della memoria istituzionalizzata dovrebbero tendere.

Il custode, infatti, soprattutto quando il suo ruolo di attore memoriale si fonda sulla sua qualità di testimone, potrebbe tendere a impossessarsi dell’arena memoriale, persino a colonizzarla, come si diceva, puntando a stabilire con l’evento o il personaggio commemorato una relazione di esclusività che lo autorizza a dire chi, come e a quali condizioni può accedere al rito memoriale.

Tutto ciò, evidentemente, a discapito della funzione pubblica delle politiche memoriali, il cui senso risiede nel presente e nel futuro (essendo strumento per la costruzione di una comunità coesa dal punto di vista valoriale), piuttosto che nel passato. Le politiche memoriali, infatti, non sono e non possono costituire un mero momento di celebrazione di ciò che è stato, né tanto meno un’occasione per ripresentificare il dolore delle vittime. L’attività memoriale pubblica non può essere schiacciata dalla prospettiva vittimaria: aspira, piuttosto, a trasfigurare quel passato e quel dolore in una possibilità di riflessione per il presente, nell’ottica di costruire un futuro che di quell’evento e di quel dolore possa fare tesoro in termini costruttivi, consolidando un quadro valoriale che nelle liberal democrazie contemporanee trova espressione nella Costituzione.

Diversamente si rischia di vanificare ogni possibile funzione pubblica della memoria: seguire la pericolosa china di una sorta di privatizzazione dell’arena memoriale significa rischiare di non riuscire a trasformare l’evento in un momento condiviso, di non farne percepire il valore collettivo oltre l’esperienza del testimone o dell’erede del testimone, generando il rischio che, al venir meno dell’ultimo tra coloro che possono dire “io c’ero” oppure “io ebbi esperienza diretta di coloro che c’erano”, nessuno si senta più legittimato o, ancor peggio, nessuno senta più la necessità di animare quella memoria nell’arena pubblica.

Limitare l’accesso, se da una parte vuol dire proteggere l’oggetto memoriale, preservandolo dall’azione di chi vorrebbe distruggerlo, dall’altra può consolidare pretese di possesso e un diffuso senso di delegittimazione, che non consente la rielaborazione in chiave collettiva di eventi che non possono e non devono essere accolti nello spazio pubblico come esperienze personali, familiari o comunitarie.

Non solo. Ancor più pericoloso è che questa ansia di custodire possa attivare una sorta di lottizzazione memoriale, che si presta facilmente a pratiche di memoria abusiva. Abbiamo assistito negli ultimi anni alle subdole manovre di chi, pur sbandierando una netta contrarietà all’esistenza stessa della Festa, in nome dei valori che con essa si celebrano, primo tra tutti la libera manifestazione del pensiero, ha rivendicato il proprio diritto a forzare i sigilli e a entrare nella piazza, con l’intenzione di scardinarla, appropriandosi, appunto abusivamente, di una memoria che non gli appartiene e che ha violato, tentando di snaturane il senso e, dunque, di farne implodere il significato collettivo.

Ritengo che la celebrazione del 25 aprile (ma qualcosa di simile potremmo dirlo anche per altre giornate dedicate alla memoria, come per esempio il 27 gennaio) nel corso degli anni si sia trovata sempre più a dover fare i conti con questa sorta di alterazione dell’orizzonte memoriale, che ha contribuito a svilirne la portata istituzionale e la funzione comunitaria. Prestando più attenzione a sindacare su quali soggetti potessero vantare un pedigree adeguato a occupare le piazze, si è finito con lo smarrire il senso di una commemorazione che in primo luogo intende celebrare la vittoria della libertà sull’oppressione, così ribadendo la centralità della dignità umana nel nostro ordinamento. In questo contesto, è inevitabile che a partigiani, oppositori, vittime del regime fascista… sia assegnata e riconosciuta una posizione privilegiata, soprattutto quando quotidianamente si assiste, da più parti, al progressivo svilimento della loro azione e alla banalizzazione della Resistenza, paragonata a una pretesa guerra civile, lasciando intendere, pericolosamente, che si trattò di un conflitto tra eguali, tra fratelli, senza poter individuare da che parte stessero i giusti. In realtà, i giusti c’erano e la storia non si cambia, neppure quando, come in Italia, non si riesce a confrontarsi con il proprio passato elaborando una narrazione collettiva.

Tutto ciò, però, non può significare che il 25 aprile debba essere considerato un momento dedicato solo alla memoria di quei giusti, alla celebrazione delle loro esistenze e della loro morte. Se con gli anni il 25 aprile si è trasformato via via in una solennità per pochi è perché sul piano pubblico non si è provveduto a proteggerne l’essenza valoriale e a trasmetterla alle nuove generazioni. Esiste una culpa in vigilando delle istituzioni che ha spinto coloro che contrastarono l’oppressione con i loro corpi a farsi carico di custodire il senso profondo della memoria della Liberazione, opponendosi ai contraffattori. Prima che non ci fosse più nulla da commemorare.

Ecco il cambio di passo a cui siamo chiamati.

A coloro che seppero riconoscere ed ebbero la forza di stare dalla parte giusta dobbiamo la “liberazione”, ma nel ricordarla ogni anno, nel ribadire il nostro grazie per il loro sacrificio, è alla responsabilità di tutti noi che dobbiamo appellarci. La responsabilità di rinnovare ogni giorno nella nostra vita i presupposti necessari, affinché lo spazio pubblico possa essere davvero uno spazio di liberazione (che in chiave contemporanea significa certo affrancamento dalle violazioni e dall’oppressione ma anche dalla povertà, dall’esclusione sociale, dall’ingiustizia…).

In questo senso, la Festa del 25 aprile non ci invita a commemorare un evento in sé esaurito, ma a rigenerare un processo, quello della liberazione, ancora attivo, ricordandoci che ogni giorno si presentano nuove circostanze capaci di mettere in pericolo la nostra libertà e ogni giorno siamo chiamati a una nuova opera di liberazione. Solo in quest’ottica le celebrazioni del 25 aprile potranno riprendere centralità nella vita del nostro Paese in ottica collettiva, puntando sul quadro valoriale cui rimanda, pur tenendo conto del conflitto che quella giornata ancora attiva.

Quanto andiamo dicendo è più facilmente comprensibile richiamando il ruolo che la Costituzione può giocare ed è effettivamente chiamata a giocare in questo contesto.

Tendiamo, infatti, a dimenticare che è la stessa Costituzione a essere il primo e più genuino prodotto della “liberazione” dell’Italia dal regime fascista, dalla guerra, dall’occupazione nazista. È nella Costituzione del 1948 che i segni di quella liberazione trovano espressione concreta.

In assenza di una giornata dedicata esplicitamente alla nostra Costituzione, potremmo dire, forse in maniera provocatoria, che è la data del 25 aprile quella più adatta a celebrarla, di modo che sarebbero la Costituzione stessa e i suoi confini valoriali (tracciati con il sangue di chi ha lottato contro ogni totalitarismo) gli unici legittimati a definire chi sia abilitato o no a scendere in piazza per ricordarla. Dire che il 25 aprile è la Festa di tutti, non significa affatto smarcare questa ricorrenza dal suo significato storico e valoriale, pur di accogliere tutti. La nostra Carta resta l’unica vera custode della memoria di questa ricorrenza ed è il rispetto del patrimonio valoriale della Costituzione a segnare il confine e ad abilitare l’accesso: non residua alcuno spazio per una rivisitazione á la carte, per un revisionismo a basso prezzo, in nome di una riconciliazione che è solo un bieco tentativo di svalutare l’impianto dei valori e dei principi della nostra Costituzione.

Se così stanno le cose, allora, mentre ci apprestiamo a celebrare la Liberazione in tempo di pandemia, questa volta, con le piazze chiuse, svincolati da ogni riflessione sul “chi”, torniamo a soffermarci sul “cosa”.

Riflettiamo, per esempio, sul fatto che quest’anno, più che mai, la Festa del 25 aprile si gioca, in primo luogo, a partire dalle risorse valoriali che il nostro Paese saprà mettere in campo domani per uscire dall’emergenza: per far fronte agli attacchi allo stato di diritto che l’urgenza dei provvedimenti ha sferrato, per arginare la povertà che la crisi economica porterà con sé, per ridurre le disuguaglianze che la situazione straordinaria che ci troviamo a vivere ha acuito.

Questo sia il nostro riconoscimento alla Liberazione, questo sia il nostro modo di rinnovare il senso della Liberazione.

I nostri Padri costituenti non pensarono di introdurre in Costituzione alcuna previsione per disciplinare l’emergenza: se a essa bisogna far fronte, lo si faccia pure attraverso strumenti di urgenza dettati dalla necessità, ma lo si faccia senza sospendere la Costituzione, continuando a confrontarsi con i suoi principi, con i piedi ben saldi nei suoi valori. Oggi come domani.

E buona Liberazione a tutti.

Anna Mastromarino

Anna Mastromarino

Professoressa Associata di Diritto Pubblico Comparato Delegata di Dipartimento per la Mobilità Internazionale Dipartimento di Giurisprudenza Università di Torino

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