Sorrido. Dopo Automobili passiamo da Via Paolo Fabbri 43 (indirizzo della residenza bolognese di Guccini) per approdare poi a Piazza Maggiore, a tutte le piazze, cuori pulsanti e progettuali che costituiscono il baricentro ideale di Ho visto anche degli zingari felici e, a ben vedere, della produzione artistica di Claudio Lolli.
Via Paolo Fabbri 43 ha il grande merito di avere focalizzato in modo completo, esaustivo e drammatico, senza alcuna retorica, il tema dell’aborto clandestino negli anni del grande, vivace ed anche aspro dibattito politico e culturale sull’argomento. Piccola storia ignobile (che apre il disco) è semplicemente perfetta. Benché la parola “aborto” non compaia, non manca niente.
Vale più di tanti comizi e cortei per affrontare l’argomento tragico e scottante, senza incrostazioni di fedi o ideologie. Ricordo che proprio nell’estate del 1976 dopo la nube tossica di diossina a Seveso emerse la questione del rischio di nascite di bimbi malformati e lo scontro – già piuttosto vivace – si fece incandescente (la Legge fu poi approvata nel 1978): “(…) e così ti sei trovata tra paure e tra rimorsi davvero sola tra le mani altrui, che pensavi nel sentire nella carne tua quei morsi di tuo padre, di tua madre e anche di lui (…)”.
Il disco contiene un secondo capolavoro: Il pensionato è un ritratto delicato ed affettuoso in tinte acquerello dell’anziano vicino di casa “e poi lo incontro ancora quando viene l’ora mia, mi da un piacere assurdo la sua antica cortesia Buongiorno Professore come sta la Sua signora? E i gatti? E questo tempo che non si rimette ancora?!”.
Come solo Guccini sa fare, la canzone sviscera ed esaurisce l’argomento della vecchiaia. Ricordo infine L’Avvelenata, canzone con cui l’Autore si toglie qualche sassolino dalle scarpe nei confronti di un clima ideologico pressante e pesante: “Voi critici, Voi personaggi austeri, militanti severi, chiedo scusa a Vossia, però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia (…)”.
Ricordo che Guccini non è mai stato contestato dal pubblico, neppure dopo queste parole, neppure in quel truculento 1976: trasparenza, sincerità ed onestà intellettuale hanno neutralizzato pulsioni che erano state provocate invece da altri che avevano solo opportunisticamente cavalcato l’onda del “sentimento di sinistra” finendo poi smascherati. Ma il disco a cui sono in assoluto più affezionato è senz’altro Ho visto anche degli zingari felici con il quale Claudio Lolli ha impresso una svolta alla Storia del cantautorato italiano.
Non si era mai sentito un disco di un cantautore nel quale il saxofono segna la trama di tutta l’opera. Un disco che recepisce quanto realizzato in precedenza dal vivo, in modo corale da un gruppo straordinariamente affiatato e amalgamato, formato da Claudio Lolli (voce e chitarra), Danilo Tomasetta (sax e flauto), Roberto Soldati (chitarra elettrica), Roberto Costa (basso) e Adriano Pedini (percussioni) con la denominazione “Collettivo Autonomo Musicisti Bologna”, laddove “Autonomo” in quel contesto politico rivestiva un significato più che preciso.
I musicisti (alla voce Mirco Menna) hanno riproposto l’album-concerto dal vivo in alcune serate della scorsa primavera con smalto e freschezza invidiabili (cfr. Il 7 Aprile non sarà un processo ma una bella rimpatriata), ricordando con affetto Claudio Lolli prematuramente scomparso.
Il filmato di una delle serate è disponibile al link https://yhttps://www.youtube.com/watch?v=ipBw21R3Fk8. Già la copertina rivelava l’originalità del progetto: carrozzoni di zingari realizzati con ritagli di giornale con uno sfondo di bandiere rosse. In evidenza il prezzo politico di £ 3.500 contro il prezzo corrente dei dischi di £ 5.000: 30% in meno, “mica bruscolini!”. Nel disco le canzoni si inanellano sugli arabeschi del saxofono senza soluzione di continuità e tracciano un racconto di storie individuali e collettive.
Momenti tragici di storia di questo Paese con espliciti riferimenti alla strage del treno Italicus, Agosto e Piazza bella Piazza. Nella prima, una frase fulminante coglie il senso profondo dell’attentato (“Non ci vuole molto a capire che niente, niente è cambiato da quel quarto piano in questura, da quella finestra: un treno è saltato”).
Piazza bella piazza è il racconto dei funerali delle vittime che si svolsero in Piazza Maggiore con nutrito spiegamento di Autorità civili e militari (“Si sentiva qualcuno urlare: solo fischi per quei maiali? Siamo stanchi di ritrovarci solamente a dei funerali”). Dall’Italia al mondo, lo scenario ricomprende la sconfitta americana in Vietnam (Primo Maggio di festa): “Primo Maggio di festa oggi nel Vietnam e forse in tutto il mondo. Primo Maggio di morte oggi a casa mia, ma forse mi confondo”(lo stesso giorno era mancato il padre di Lolli).
Non manca un quadro generale, come dire, “sui fondamentali”, cioè sui rapporti “di classe” nell’ambito della società (La morte della mosca), né sul dilemma (tracciato con tratti lievi) dell’assetto dei delicatucci (per usare un eufemismo) rapporti fra la Sinistra Storica e la Sinistra giovanile (Albana per Togliatti).
In una delicata canzone sostanzialmente d’amore come Anna di Francia (“… Anna imprendibile più di un momento Anna dà un bacio alla piazza e poi se ne va …”) si prende il lusso di inserire la frase: “l’alternativa nella cultura non è solo ideologia, l’alternativa è organizzazione”. E’ un concetto – faro – ancora oggi, anzi, oggi più che mai.
Il disco si apre e si conclude con la ballata che dà il titolo all’opera, che ho cantato mille volte e che non smetterò mai di cantare: “(…) E’ vero che non ci capiamo, che non parliamo mai in due la stessa lingua, che abbiamo paura del buio e anche della luce, che abbiamo tanto da fare che non facciamo mai niente (…) ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro far l’amore rotolarsi per terra, ho visto anche degli zingari felici in Piazza Maggiore ubriacarsi di luna di vendetta e di guerra”. Un flusso travolgente della coscienza individuale e collettiva, dai dilemmi al riscatto. Mai perso. Imperdibile.
Claudio Zucchellini
