L’accelerazionismo tecnologico rischia di consumare mercato, coesione sociale e democrazia liberale. La «Magnifica Humanitas» offre una risposta che riguarda anche chi non crede.
«Uno spettro si aggira per l’Europa», scrivevano Marx ed Engels nel 1848. Oggi un altro spettro si aggira per il mondo. Nasce dentro il capitalismo, parla il linguaggio dell’innovazione, promette abbondanza e liberazione dal lavoro. Eppure, potrebbe distruggere proprio le condizioni che hanno consentito alle economie di mercato e alle democrazie liberali di prosperare.
È lo spettro dell’accelerazionismo tecnologico: l’idea che la crescita della potenza tecnica debba procedere alla massima velocità possibile e che la società abbia soprattutto il compito di adattarsi. In questa prospettiva, la mediazione politica diventa un ritardo, la tutela del lavoro un ostacolo, il confronto democratico un’inutile complicazione. La possibilità tecnica tende a trasformarsi, da sola, in una giustificazione.
Non ogni innovatore condivide questa visione. E sarebbe sbagliato confondere l’intelligenza artificiale con l’ideologia di chi pretende di sottrarne lo sviluppo alla responsabilità collettiva. Proprio perché l’IA può produrre benefici enormi, la questione del suo governo è decisiva.
Anthropic, ad esempio, ha deciso di destinare il 5% delle proprie azioni a un Public Benefit Fund. Un’iniziativa apparentemente apprezzabile, sulla quale occorre però essere precisi, il comunicato dell’azienda subordina l’impegno all’approvazione degli azionisti e rinvia ulteriori dettagli sulla governance del fondo.
Il punto però è chi sviluppa tecnologie capaci di trasformare la vita di milioni di persone può anche decidere, unilateralmente, come compensarne gli effetti? La generosità privata può dare un contributo importante. Ma quando diventa la risposta principale a un problema collettivo, cambia la natura del rapporto sociale. Il cittadino titolare di diritti viene sostituito dal beneficiario di una concessione. È qui che il capitalismo rischia di contraddire sé stesso.
Un’economia di mercato ha bisogno di una pluralità di imprese, della possibilità di competere, di istituzioni affidabili e di persone capaci di acquistare ciò che viene prodotto. Ha bisogno anche di una ragionevole fiducia nel futuro, la convinzione che studiare, lavorare, investire e assumersi dei rischi possa migliorare la propria condizione.
Se l’aumento della produttività si concentra nelle mani di pochissimi proprietari, mentre per molti si traduce in precarietà, perdita di reddito e irrilevanza sociale, questa fiducia si spezza. La ricchezza può continuare a crescere nei bilanci di alcune società mentre si impoverisce il terreno sul quale l’economia vive (oggi 12 persone sommano la ricchezza di 4 milardi di persone )
L’obiezione secondo cui ogni rivoluzione tecnologica ha creato nuovi lavori merita attenzione. Ma non risolve il problema dei tempi, della distribuzione e del potere. Anche quando il saldo finale fosse positivo, chi perde oggi un mestiere non diventa automaticamente il lavoratore qualificato richiesto domani. Tra queste due condizioni ci sono persone, famiglie, territori. Il tempo della loro vita non coincide con quello di un investimento.
La pace sociale dipende dalla possibilità di attraversare il cambiamento conservando dignità, voce e prospettive. Quando questa possibilità viene meno, il risentimento cerca rappresentanza e cresce la disponibilità ad affidarsi a chi promette protezione in cambio di obbedienza. La democrazia si indebolisce anche così, attraverso l’esperienza quotidiana della propria impotenza.
A questo rischio si aggiunge la concentrazione delle infrastrutture digitali. Chi controlla l’accesso ai mercati, ai dati, alla capacità di calcolo e ai canali dell’informazione può arrivare a condizionare l’attività degli altri, inclusi gli stati, senza doverli acquistare. Le imprese rimangono formalmente indipendenti, ma operano dentro ambienti dei quali qualcun altro stabilisce condizioni, prezzi e visibilità.
Chiamerei anarco-feudalesimo questo possibile approdo. Un ordine nel quale pochi soggetti rivendicano libertà dai vincoli pubblici e, contemporaneamente, esercitano un potere crescente sulla vita altrui. L’anarchia riguarda la loro insofferenza per le regole; il feudalesimo descrive la dipendenza di chi deve abitare i loro domini. La proposta di Anthropic può sembrare positiva perché ipotizza che una parte della ricchezza accumulata rifluisca nella società ma proprio questo è il punto. Non si tratta di un programma politico garantito dalla collettività e di diritti sanciti ma di una donazione, con una relazione non molto diversa tra Feudatari e Sevi della Gleba
È una metafora politica, non la descrizione di un destino già compiuto. Serve però a riconoscere una direzione: dal mercato alla rendita, dalla concorrenza al controllo degli accessi, dalla cittadinanza alla dipendenza. In questo scenario il populismo può diventare una copertura efficace, promettere al popolo la liberazione dalle élite mentre si rafforza un’oligarchia capace di sottrarsi al controllo democratico.
Per questo considero la Magnifica Humanitas di Leone XIV uno dei pochi baluardi culturali capaci di affrontare la questione alla radice. L’enciclica richiama la dignità della persona come criterio del progresso, riconosce il valore della tecnica e interroga il potere privato che ne orienta lo sviluppo. Tiene insieme lavoro, libertà, giustizia e responsabilità verso il bene comune.
La sua forza, anche per un lettore laico, sta nella domanda che restituisce alla politica e all’economia: quale vita umana vogliamo rendere possibile? La persona possiede un valore che precede la sua prestazione. Una società deve poter riconoscere quel valore anche quando una macchina svolge meglio e a minor costo un compito prima affidato a un essere umano.
Da qui discendono scelte concrete: difendere la concorrenza, investire nella formazione, accompagnare le transizioni professionali, distribuire i guadagni di produttività, rendere il potere tecnologico responsabile delle proprie decisioni. Sono condizioni necessarie perché l’innovazione conservi legittimità sociale e perché il capitalismo continui a offrire opportunità diffuse.
La questione, dunque, riguarda il diritto di partecipare alla costruzione del futuro. Se questo diritto viene sostituito dalla speranza nella benevolenza dei vincitori, avremo già perso qualcosa di essenziale. Il capitalismo potrebbe sopravvivere alla scomparsa di molti mestieri. Rischia molto di più quando rende superflue le persone.
Domenico Ioppolo
