Nel gennaio del 2008, quando Papa Benedetto XVI — Joseph Ratzinger — rinunciò a intervenire all’inaugurazione dell’anno accademico della Sapienza Università di Roma, dopo le proteste di una parte dei docenti e degli studenti, sembrò consumarsi simbolicamente l’ultimo atto di una lunga vicenda che ha attraversato la storia moderna: quella della contrapposizione tra ragione illuministica e fede religiosa, tra libertà della ricerca e autorità ecclesiastica, tra scienza e trascendenza.
La lettura dominante di allora era semplice, quasi scolastica. Da una parte la libertà della cultura, dall’altra l’ombra dell’oscurantismo. Sullo sfondo aleggiava ancora il fantasma di Giordano Bruno e di Papa Clemente VIII; l’intellettuale moderno contro la Chiesa inquisitoriale. Persino le citazioni contestate a Ratzinger sul processo a Galileo vennero interpretate dentro questo schema novecentesco, figlio diretto dell’Illuminismo e del positivismo.
Ma oggi, a quasi vent’anni di distanza, il mondo nel quale quelle proteste presero forma semplicemente non esiste più. Non è cambiata soltanto la Chiesa. Non sono cambiati soltanto i professori. È cambiato il terreno stesso della storia. Nel 2007 il paradigma culturale dominante era ancora quello della tarda modernità, fiducia nella razionalità tecnico-scientifica, nella democrazia liberale, nel progresso lineare, nella capacità delle istituzioni occidentali di governare il cambiamento.
Internet era ancora uno strumento; lo smartphone sarebbe esploso di lì a poco; l’intelligenza artificiale apparteneva soprattutto alla fantascienza o ai laboratori specialistici. Poi è arrivata la quarta rivoluzione industriale.
La rivoluzione digitale — smartphone, algoritmi, piattaforme, social network, intelligenza artificiale generativa — ha prodotto qualcosa di molto più radicale di una trasformazione economica, ha incrinato l’intero impianto antropologico della modernità occidentale. Il soggetto illuministico, autonomo e razionale, si è dissolto dentro sistemi di profilazione, polarizzazione, dipendenza cognitiva e automazione decisionale. La tecnica non è più uno strumento dell’uomo; tende a diventare il suo ambiente totale. Ed è qui che il quadro si rovescia.
Il nuovo pensiero accelerazionista — nelle sue forme, neo-reazionarie o tecno-capitalistiche — vede nel richiamo del cristianesimo alla maestà dell’uomo un ostacolo allo sviluppo. Per autori come Nick Land, Curtis Yarvin, o figure dell’universo tecnologico come Peter Thiel, l’ostacolo da superare è proprio l’umanesimo occidentale, l’idea che l’uomo abbia un valore intrinseco, che la democrazia debba limitare il potere, che esistano diritti universali, limiti etici, uguaglianza morale.
In questa prospettiva, il cristianesimo — con la sua difesa della persona, della fragilità, della dignità degli ultimi — appare quasi come “l’anticristo” della nuova civiltà algoritmica. Come scrive Roberto Paura, c’è spazio, nel mondo, per un solo dio: o il Dio “che è nei cieli”, o quello che nascerà in qualche server cloud californiano.
È questo il punto decisivo che molti professori della Sapienza, probabilmente, hanno compreso. Il pericolo non è più il ritorno del Sant’Uffizio. Il problema non è Papa Leone XIV o il cattolicesimo come limite alla libertà scientifica. Il vero rischio percepito oggi è una forma di turbo-capitalismo tecnologico capace di dissolvere simultaneamente cultura umanistica, legame sociale, democrazia e persino la centralità dell’essere umano per un “transumanesimo” cyborg. Per questo la posizione della Chiesa cattolica nel nuovo scenario appare profondamente diversa rispetto a vent’anni fa.
Paradossalmente, proprio l’istituzione che la modernità aveva identificato come residuo del passato si sta rivelando una delle poche strutture globali capaci di interrogare criticamente il paradigma tecnocratico contemporaneo. Il lavoro svolto dalla Pontificia Accademia per la Vita, soprattutto dopo il rilancio voluto da Papa Francesco, è emblematico.
La Chiesa non si è limitata a una generica critica morale della tecnica; ha tentato di comprenderne in profondità le implicazioni antropologiche, cognitive etiche e politiche. I documenti sull’intelligenza artificiale, sugli algoritmi, sulla bioetica e sulla tecnocrazia mostrano uno sforzo teorico che molte istituzioni politiche occidentali — comprese quelle europee — non sono riuscite nemmeno a impostare. L’Europa, infatti, appare spesso schiacciata tra regolazione burocratica e impotenza geopolitica. La Chiesa, invece, ha mantenuto qualcosa che il mondo contemporaneo sta perdendo: una visione lunga dell’uomo.
Anche sul piano teologico il cambiamento è enorme. La stagione di Papa Benedetto XVI era ancora, almeno in parte, interna alla grande discussione moderna tra fede e ragione. Oggi, invece, teologi come Armando Matteo — segretario per la sezione dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Fede — stanno tentando di elaborare una proposta radicalmente nuova, capace di parlare all’uomo postmoderno e al suo bisogno di libertà.
La teologia del “Dio mite” nasce proprio da questa consapevolezza: Dio non come imposizione autoritaria contro la libertà, ma come possibilità di salvezza della libertà stessa dentro un mondo dominato da sistemi impersonali, algoritmi, automatismi economici e frammentazione identitaria. E qui che si comprende il significato simbolico dell’accoglienza riservata a Leone XIV alla Sapienza. Non si tratta semplicemente di una riconciliazione tra università e Chiesa. Sarebbe una lettura superficiale. È qualcosa di più profondo, è il riconoscimento implicito che il conflitto decisivo del XXI secolo non oppone più scienza e religione, ma umano e post-umano.
Nel Novecento la Chiesa appariva a molti il limite della modernità. Oggi, per una parte crescente del mondo culturale europeo, essa rappresenta invece uno degli ultimi argini contro la completa riduzione dell’uomo a dato, funzione, consumo, prestazione. E forse proprio per questo, ciò che nel 2008 sembrava il tramonto definitivo della presenza cattolica nello spazio simbolico della cultura occidentale, nel 2026 appare quasi come il contrario: l’inizio inatteso di un ritorno.
Domenico Ioppolo
