Il voto vuoto
La retorica del potere diffonde pretestuosamente il detto secondo cui, alle votazioni, “chi si astiene ha sempre torto” e che valga sempre la pena scegliere l’opzione “meno peggiore”. Non si prende in considerazione l’ipotesi di un’alternativa a un voto non più libero. Quando l’astensione supera una certa soglia, interviene un problema di legittimità del sistema politico. Se l’astensione è elevata e in crescita, come ai nostri giorni, il sistema non risponde più ai requisiti di una democrazia moderna.
Un’astensione al 40/50% sarebbe persino meno allarmante della crisi istituzionale che si manifesta con una gravità ancora maggiore nella perdita di autorevolezza della magistratura, nel continuo e opportunistico cambiamento delle leggi elettorali, nella perdita di significato delle autonomie locali e, infine, nella concentrazione del potere finanziario, di quello militare e dei mezzi di comunicazione di massa. Ma la partecipazione al voto è un semplice e comprensibile numero che comunica in modo diretto, evidente ed emblematico una crisi sempre più grave che tutti riconoscono.
Fino a un paio di decenni fa, esisteva l’opzione di reagire all’insoddisfazione spostando il voto da un partito all’altro, rimanendo nelle istituzioni. Oggi, non votando, si rifiuta completamente il sistema politico, a meno di non sostenere partiti populisti che sono comunque—a torto o a ragione—considerati antisistema. Una quota ancora consistente di cittadini, prevalentemente anziani, si reca alle urne, solo perché sente il bisogno illusorio di restare fedele alle vecchie retoriche di una presunta e ingannevole democrazia.
La crisi istituzionale
Secondo le teorie e i principi più condivisi della democrazia moderna, la legittimità di un sistema politico democratico si fonda sul consenso popolare. Se questo consenso viene a mancare—come dimostra l’astensione di massa—il sistema politico perde la legittimità sostanziale pur conservando quella formale.
Si aggiunga che nella Costituzione italiana il voto non è solo un diritto, ma anche un dovere: non vale quindi l’obiezione (pretestuosa) di un diritto all’ignavia e alla delega. Di conseguenza, se una gran parte dei cittadini diserta le urne, la Costituzione viene violata in massa dal popolo stesso a cui appartiene la sovranità e da cui deriva ogni potere.
Vengono quindi a cadere i luoghi comuni secondo cui “chi non vota ha sempre torto”; o che si debba cedere alla triste e per nulla democratica idea di scegliere il piatto meno disgustoso di un menù, senza la possibilità di cambiare cuoco e ristorante.
Il voto come dovere civico
Se i cittadini si astengono, compiono un atto rivoluzionario e democratico di fronte alla trasformazione delle elezioni in meri “ludi cartacei”. Cosa dire altrimenti di vere e proprie truffe, quali i premi di maggioranza in nome della c.d. stabilità, dell’oscenità di leggi dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale e, infine, del cambiare quasi sistematicamente le leggi elettorali in prossimità delle elezioni, al solo scopo di escludere concorrenti e favorire le nomenclature di partito, ostacolando l’accesso di nuove proposte politiche?
Esiste un’alternativa al voto? L’astensione è un’alternativa democratica e legittima: non votando, il popolo dimostra di non riconoscersi nelle istituzioni e in rappresentanze sostanzialmente illegittime. Questa scelta deve però essere sostenuta da un discorso politico coerente.
La prospettiva rivoluzionaria
Se, di fronte all’astensione di massa, le istituzioni non sono capaci di reagire, scioperi, tumulti, disobbedienza civile e disordini imporrebbero una nuova radicale fase Costituente.
Questo scenario—che qualcuno ha già in mente—raramente produce esiti positivi; più verosimilmente sfocia in un autoritarismo repressivo e violento. Di conseguenza, scegliere, promuovere e intraprendere questa via è molto pericoloso. Lo è ancora di più oggi, con il sempre più invadente ruolo dei militari che minacciano guerre per conservare il consenso, diffondendo strumentalmente la paura di un nemico esterno.
La via extraparlamentare e rivoluzionaria—che costituisce un aspetto e una risorsa della democrazia—è oltremodo rischiosa e indesiderata. Proprio per questo, l’incombere di una rivoluzione potrebbe produrre i cambiamenti necessari al recupero, dall’interno, del consenso e della legittimità del sistema. Se non funziona, peggio per tutti.
Corrado Poli
