Non andrò a votare!… a meno che questa mia minaccia non sortisca l’effetto di aggregare cittadini capaci di influire sulla politica tramite un voto per quanto filtrato da una legge-truffa. Cambiare la legge elettorale pochi mesi prima delle elezioni è, di per sé, un imbroglio e non è accettabile. Sfortunatamente, ci sono precedenti e chi protesta oggi in Parlamento non è credibile.
Ma c’è di peggio: il modo di discutere e la mancanza di contenuti politici sono indecorosi. Non si affrontano le questioni fondamentali, ma si discute solo di sotterfugi, inganni e trucchi pensati per eliminare i concorrenti o per favorire l’elezione (meglio: la nomina) dei candidati scelti dalle segreterie di partito e da più o meno oscure consorterie.
Quali sarebbero i temi essenziali di una legge elettorale da discutere? Dovrebbero essere (a) la rappresentanza di cittadini, di territori e di organizzazioni; (b) l’accesso al voto attivo e passivo; (c) e anche la formazione di un governo rappresentativo, non drogato da premi di maggioranza eccessivi o casuali. Quindi non andrò a votare e propongo l’astensione come un’opzione responsabile.
- Gli estremisti del compromesso.A questo punto, il solito estremista del compromesso, il sostenitore delregime delle grandi coalizioni, l’illuso della democrazia parolaia e non sostanziale, proclamerà: “non esiste la legge elettorale perfetta” e “bisogna garantire la governabilità”.
Costui si esprime in tono serio, responsabile e preoccupato. Ma questo infelice pessimista, che pur si rende conto del massacro perpetrato contro le istituzioni e la democrazia, non si astiene dall’ammettere che non esiste alcun governo legittimo senza un’adeguata rappresentanza.
Qual è la conseguenza di una legge elettorale truffa? L’inevitabilità delle manifestazioni di piazza e le volgari piazzate in Parlamento, fino ad arrivare alle guerriglie e alla conseguente repressione violenta. Ma anche l’autogiustificazione dell’illegalità diffusa tra i singoli cittadini.
Sulla TAV, per esempio, non si è mai discusso di chi avesse il diritto di votare a favore o contro il progetto e i rappresentanti in Parlamento di quei territori sono sconosciuti agli stessi elettori.
La scelta di astenersi dal voto è necessaria anche per contrastare un regime privo di consenso che ci sta conducendo al riarmo e alla guerra.
- Il modello.Secondo il modello di “Exit, Voice and Loyalty” (che riporto in forma molto semplificata), ci sono due modi per reagire alle crisi. Il primo consiste nel rifiutare il sistema e andarsene (exit, cioè uscire e, nel nostro caso, non votare). Significa non avere più speranze di recupero e optare per un cambiamento radicale accettandone i rischi e i sacrifici.
La seconda possibilità, la voice, consiste nel protestare e tentare un recupero dall’interno dell’organizzazione o del sistema politico. L’opzione della protesta, oggi, mi sembra abusata e velleitaria. Inoltre, avviene all’interno di istituzioni prive di consenso e, di conseguenza, non legittime.
Il terzo termine, la loyalty, traducibile con fedeltà o fidelizzazione, ha due funzioni: trattiene un po’ chi ha intenzione di andarsene e rafforza la protesta interna. Il senso di appartenenza induce a una responsabile conservazione, a non buttare via tutto troppo presto. La retorica dominante sulla Costituzione e la democrazia enfatizza oltre misura la fedeltà a istituzioni immobili.
In un periodo in cui si cerca disperatamente di conservare le vestigia di un sistema che sta evidentemente crollando, l’opzione dell’exit è troppo sottovalutata. Il mio intervento ha lo scopo di presentarla come un’opzione virtuosa. Si noti che quanto più plausibile diventa l’opzione di exit, tanto più efficace diventa la protesta interna.
Corrado Poli
