Premessa: l’esempio di un comune
Al primo turno delle elezioni comunali, nel Comune veneto di Monselice (preso a modello per un discorso generale) hanno votato i tre quinti degli aventi diritto (60,5%); al secondo turno poco più della metà (55%). Cinque anni fa aveva votato il 66,5%, i due terzi.
Al primo turno si erano presentati tre candidati che si sono divisi quasi equamente i voti del 60,5% dei 14.705 elettori, cioè quelli degli 8.898 cittadini recatisi ai seggi: praticamente hanno ottenuto ciascuno circa il 20% dei voti degli aventi diritto. 5807 cittadini sono restati a casa, cioè il 40% ha ritenuto inutile votare. Il candidato “fantasma” dell’astensionismo sarebbe stato in testa al primo turno.
Di fronte a questo elevato assenteismo, non basta più ripetere il logoro mantra di un tempo: “gli assenti hanno sempre torto”. Aveva senso quando la partecipazione al voto superava l’80-90%. Oggi, si richiede un’analisi ben più profonda, che però tutti evitano accuratamente. Il messaggio dei cittadini astenuti dalla politica, alle istituzioni e, in definitiva, al sistema democratico è troppo chiaro per essere liquidato con una battuta.
Chi controlla e si spartisce i voti dei cittadini trascura la gravità di questo colossale deficit democratico con la complicità dei media. Costoro commentano le percentuali ed evitano le più significative e drammatiche domande: “Perché i cittadini non votano?” e soprattutto “Chi rappresentano gli eletti?”
Alla ricerca di un perché
Anzitutto, chi non si è recato alle urne verosimilmente pensava che chiunque avesse vinto, non sarebbe cambiato sostanzialmente nulla né per sé né per la comunità. Pur essendo Monselice un piccolo centro, dove la campagna elettorale si fa anche “porta a porta” e in cui quasi tutti si conoscono, pochi hanno pensato che l’amministrazione sarebbe stata in grado di migliorare la qualità della vita e affrontare i problemi quotidiani.
Ancora meno ha sentito il dovere di partecipare al voto identificandosi nella comunità. Secondo chi si è astenuto, un candidato valeva l’altro e la competizione elettorale riguardava solo i pochi militanti di partito e le loro claque che prendono la politica rispettivamente come una professione, come un gioco o inseguono qualche interesse personale, ma rifuggono ogni impegno etico e culturale.
Gli astenuti non hanno torto nel pensare che chiunque amministrerà non cambierà praticamente nulla. Le amministrazioni locali hanno perso gran parte delle competenze e qualsiasi sindaco opera in un contesto talmente imbrigliato e condizionato da leggi statali, regionali, europee che gli rimane poca autonomia di scelta nelle cose essenziali. Gran parte della finanza locale non solo è derivata, ma anche collegata a specifiche opere; lo era già prima del PNRR e ora la situazione è ancora più rigida. Per non parlare delle multiutilities che forniscono i servizi pubblici e governano ben più di un povero sindaco.
Le istituzioni e le rappresentanze istituzionali sono così decrepite, oltre che corrotte, che non corrispondono più alle tecniche della mobilità e della comunicazione, nonché agli assetti geografico-territoriali e alla condizione sociale contemporanea. La politica si è trasformata in mera amministrazione: e allora “perché votare?” ha pensato il 40% dei cittadini.
La legge elettorale
A questo si aggiunge una legge elettorale più simile a una lotteria che a un sistema di espressione della volontà popolare. La gran parte dei cittadini è privata di una vera rappresentanza: di fatto si elegge il solo Sindaco plenipotenziario, la cui coalizione ottiene un premio di maggioranza in Consiglio: l’opposizione ne risulta mortificata. Di conseguenza, l’eletto viene più volte confermato come successo anche ai Presidenti di Regione e a molti Sindaci che, dopo due mandati consecutivi, sono stati sostituiti temporaneamente da una controfigura per poi tornare a farsi eleggere con facilità grazie alla rete di relazioni costruita e che non può che fare capo a chi le garantisce.
A Monselice — in altri comuni non è stato diverso se non nei dettagli — i tre candidati hanno ottenuto pressoché gli stessi voti al primo turno e i tra i due andati al ballottaggio c’è stata una differenza finale di soli 512 voti essendo ulteriormente diminuita la partecipazione al voto al solo 55,3%.
Vuol dire che il Sindaco vincente avrà una maggioranza in Consiglio del 60%, ma rappresenterà circa 20% dei cittadini al primo turno e del 28% al secondo. Inoltre, non sono previsti consiglieri eletti sulla base di quartieri o frazioni e altri difetti di rappresentanza a cui non si pensa di porre alcun rimedio, ma che andrebbero studiati al fine di rappresentare correttamente territori e persone. Ma chi oggi governa non ha alcun interesse a farlo e i cittadini senza voce nelle istituzioni, gridano invece nelle piazze.
Metà dei cittadini ha torto ad astenersi?
Hanno torto allora coloro che non votano? Non sono cittadini che, non votando, esprimono un dissenso grave a un sistema che nega loro la possibilità di scegliere e di essere rappresentanti? Se poi si pensa che qualcuno vorrebbe una legge elettorale simile a quella comunale anche per eleggere il Capo del Governo, ci rendiamo conto del grave deficit democratico e del rifiuto di parlarne da parte di tutte le forze politiche di sistema.
Corrado Poli
