Queste riflessioni nascono da una conversazione con il papà della mia piccola nipote Astra, che lavora nel mondo delle nuove tecnologie. Parlando di lei, si poneva una domanda tanto semplice quanto difficile: come proteggerla dai rischi del digitale senza trasformarla, crescendo, in un’aliena tra i suoi coetanei? Da quella domanda è nato questo testo. E, in un certo senso, è anche un piccolo tributo ad Astra e al mondo nel quale lei e i tanti bambini come lei dovranno imparare a vivere, e dunque, prima ancora che una riflessione politica, è un pensiero rivolto al loro futuro.

Per millenni la gestione della violenza era appartenuta agli individui, alle famiglie, ai clan. Se qualcuno avesse ucciso mio fratello, sarebbe spettato a me vendicarlo. Se avessi subito un torto, sarei stato io a dover ripristinare l’ordine violato. La giustizia coincideva largamente con la vendetta e la vendetta, inevitabilmente, produceva altra vendetta.

Nell’Orestea di Eschilo, Oreste uccide la madre Clitennestra per vendicare il padre Agamennone. Ma così facendo diventa a sua volta colpevole e viene perseguitato dalle Erinni, le antiche divinità della vendetta del sangue. La catena potrebbe continuare all’infinito, sangue chiama sangue, delitto chiama vendetta, vendetta produce nuovo delitto. A interromperla interviene Atena. Non decide che Oreste è innocente. Decide qualcosa di molto più importante: che non saranno più i parenti della vittima a stabilire la pena. Istituisce un tribunale.

È forse una delle più potenti metafore della nascita della civiltà politica: la vendetta viene sottratta agli individui e trasformata in giustizia. Molti secoli dopo Thomas Hobbes definirà questa intuizione. Nello stato di natura ciascuno dispone della propria forza per proteggersi dagli altri. Ma proprio per questo nessuno è veramente al sicuro. Per uscire dalla condizione della guerra potenziale di tutti contro tutti gli individui consegnano una parte della propria libertà al Leviatano, un potere superiore capace di imporre regole comuni.

John Locke darà a questo passaggio una versione meno cupa e meno assolutistica, ma conserverà un’intuizione fondamentale, non possiamo essere contemporaneamente parte in causa, giudice ed esecutore della sentenza. La società politica nasce anche per affidare a un terzo la composizione dei conflitti. Max Weber arriverà infine alla formula diventata classica: lo Stato moderno è quella comunità che rivendica con successo il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica all’interno di un determinato territorio. E Norbert Elias, nel Processo di civilizzazione, mostrerà quanto la progressiva concentrazione della violenza nelle mani dello Stato abbia trasformato non soltanto le istituzioni, ma gli stessi comportamenti degli individui. Dove non devo più difendermi continuamente da solo, posso imparare a controllare l’aggressività, differire la reazione, affidarmi a una norma comune.

La civiltà nasce anche quando qualcuno ci dice: non occupartene tu. Me ne occupo io. È lo Stato che punisce. È lo Stato che impedisce. È lo Stato che stabilisce il limite. E proprio per questo il singolo individuo può permettersi di non essere continuamente il cattivo.

Il ritorno del problema

Oggi, in forme completamente differenti e incomparabilmente meno drammatiche, questa antica questione si ripresenta nel mondo digitale.

Un numero crescente di genitori è consapevole del fatto che un’esposizione troppo precoce e incontrollata allo smartphone, ai social network e soprattutto ai meccanismi algoritmici costruiti per trattenere l’attenzione non sia necessariamente la condizione migliore per la crescita. Non occorre immaginare che uno smartphone “frigga il cervello” per riconoscere il problema. Basta osservare ciò che può entrare in competizione con il suo uso: sonno, lettura, gioco fisico, noia, concentrazione, conversazione, capacità di aspettare, relazioni non mediate. Un genitore può quindi prendere una decisione perfettamente razionale: mio figlio non avrà uno smartphone fino a una certa età e non utilizzerà i social network.

Il problema comincia il giorno dopo, perché quel bambino va a scuola, e scopre che i suoi compagni hanno WhatsApp, TikTok, Instagram o ciò che sarà venuto dopo TikTok e Instagram. Le conversazioni continuano online dopo essere finite in classe. Le battute nascono in una chat. Gli appuntamenti vengono organizzati attraverso una piattaforma. Le appartenenze vengono costruite anche attraverso codici digitali. Ed ecco il paradosso. La scelta che individualmente appare migliore può diventare socialmente penalizzante. Il bambino che si vuole proteggere rischia di essere anche il bambino escluso. A quel punto il genitore viene sottoposto a un ricatto quasi perfetto: se gli do lo smartphone temo di esporlo troppo presto a strumenti che considero inadatti; se non glielo do rischio di trasformarlo nell’alieno della classe. Non è più soltanto un problema pedagogico, è un problema politico.

Il dilemma del primo genitore

Immaginiamo una classe di ragazzini, se nessuno possiede uno smartphone, nessun bambino soffre per non averlo. Ma se i più lo possiedono, gli altri pagano un prezzo molto più alto per esserne privo. Il valore sociale del dispositivo, infatti, dipende anche dal numero degli altri che lo utilizzano. Non stiamo decidendo individualmente se comprare uno strumento, stiamo entrando in una rete.

Per questo dire semplicemente «spetta alle famiglie educare i propri figli» non risolve il problema.

Naturalmente spetta alle famiglie educarli. Ma chiedere a ciascuna famiglia di risolvere individualmente una situazione prodotta da un comportamento collettivo significa scaricare sul singolo un problema che il singolo non possiede gli strumenti per risolvere.

È come se, nell’antica società della vendetta, avessimo detto alla famiglia della vittima: arrangiatevi, cercate di essere ragionevoli. La grande invenzione della politica fu invece costruire una regola superiore a tutti. Ed è qui che ricompare il cattivo.

Il cattivo dovrebbe essere lo Stato

Che cosa accadrebbe se fosse la legge a stabilire che sotto una determinata età non si possa utilizzare lo smartphone? Il divieto trasforma una relazione di forza interna alla famiglia e una discriminazione sociale in una condizione condivisa. La norma crea uno spazio comune, ed è ciò che le norme hanno sempre fatto. Non si tratta di punire chi trasgredisce ma si tratta di modificare il sistema delle aspettative reciproche. Qualcosa del genere sta già cominciando ad accadere.

L’Australia ha approvato una legge che impone alle piattaforme di adottare misure per impedire ai minori di 16 anni di avere account su determinati social media; significativamente, il governo ha esplicitamente voluto porre l’onere sulle piattaforme e non sui genitori o sui ragazzi.

In Norvegia il governo ha annunciato nell’aprile 2026 una legge che intende far decorrere il limite dall’anno in cui il ragazzo compie 16 anni, attribuendo alle società tecnologiche la responsabilità della verifica dell’età.

La Francia si sta muovendo in una direzione analoga ma attraverso una strada diversa: dal 2026 il divieto dell’uso dei telefoni nelle scuole è stato esteso anche ai licei. Il tentativo di introdurre parallelamente un divieto generalizzato dei social sotto i 15 anni ha invece incontrato un ostacolo costituzionale, mostrando quanto la questione sia complessa anche sul terreno dei diritti e della verifica dell’età. Esiste però una tendenza politica ormai riconoscibile: il problema sta progressivamente uscendo dalla cucina di casa per entrare nel Parlamento. Ed era inevitabile che accadesse.

Libertà di chi?

Naturalmente l’obiezione è immediata. Vogliamo davvero che sia lo Stato a stabilire quando un ragazzo possa accedere a una tecnologia?  È un’obiezione seria. Ogni ampliamento della funzione paternalistica dello Stato deve essere guardato con sospetto. Una società libera non può trasformare il legislatore nel genitore universale. Ma la questione può essere posta anche al contrario. Quanto è realmente “libera” la scelta di un bambino che entra in una piattaforma perché tutti i suoi amici sono già lì? Quanto è libera la scelta del genitore che acquista uno smartphone che non vorrebbe acquistare perché teme che suo figlio venga escluso? E soprattutto: perché consideriamo un’interferenza dello Stato il limite imposto alle piattaforme e non consideriamo invece un’interferenza il gigantesco apparato industriale che utilizza algoritmi, notifiche, ricompense intermittenti e conoscenze comportamentali per conquistare qualche ora in più dell’attenzione di un bambino?

Da una parte abbiamo un bambino, dall’altra alcune delle aziende tecnologiche più potenti della storia. Definire questa relazione un semplice esercizio della libertà individuale rischia di essere una finzione.

Non vietare il digitale. Governarne il tempo

Naturalmente occorre evitare l’errore opposto. Il digitale non è una sostanza tossica. Un computer non è TikTok. Wikipedia non è Instagram. Scrivere codice non equivale a passare tre ore davanti a video selezionati da un algoritmo. Una chat con i compagni non è necessariamente equivalente a una piattaforma costruita sulla massimizzazione dell’engagement. La distinzione è fondamentale. L’obiettivo non può essere crescere ragazzi analogici in un mondo digitale. Sarebbe assurdo.

L’obiettivo dovrebbe essere permettere loro di arrivare al digitale quando possiedono strumenti cognitivi, culturali ed emotivi sufficienti per utilizzarlo senza esserne semplicemente utilizzati.

Per questo probabilmente non serve un unico divieto indiscriminato dello “smartphone fino a 16 anni”. Servono soglie, distinzioni, ambienti protetti, regole per le piattaforme, limiti all’utilizzo scolastico e responsabilità precise per chi progetta servizi destinati anche ai minori.

Ma il principio rimane. Ci sono momenti nei quali la somma delle libertà individuali produce una situazione dalla quale ciascun individuo vorrebbe uscire, ma dalla quale nessuno può uscire da solo. È allora che nasce la politica.

Chi deve dire no?

Forse siamo arrivati al punto paradossale in cui molti genitori vorrebbero limitare l’accesso precoce ai social dei propri figli, molti insegnanti vorrebbero che gli studenti utilizzassero meno lo smartphone, molti ragazzi stessi dichiarano di sentirsene talvolta prigionieri, e tuttavia nessuno riesce davvero a tirarsi fuori. Perché chi esce da solo paga il prezzo dell’esclusione.

È una situazione che Hobbes avrebbe probabilmente riconosciuto. Non perché TikTok abbia qualcosa a che vedere con la guerra di tutti contro tutti, naturalmente, ma perché la struttura del problema è sorprendentemente simile: una soluzione razionale per tutti non può essere raggiunta attraverso la sola somma delle decisioni individuali.

Serve una regola comune. Duemilacinquecento anni fa Eschilo raccontò una società che per diventare civile dovette togliere alle famiglie il diritto di vendicarsi. Quattrocento anni fa Hobbes spiegò che gli uomini, per essere più liberi dalla paura reciproca, dovevano consegnare una parte della propria libertà a un’autorità comune. Oggi la questione è infinitamente meno tragica, ma la domanda politica rimane curiosamente la stessa: chi si assume il compito di dire no? Lasciarlo interamente ai genitori significa trasformare ogni casa in un piccolo campo di battaglia e, soprattutto, premiare socialmente le famiglie che cedono per prime. Forse è arrivato il momento che, almeno su alcune tecnologie e fino a una certa età, torni a essere il cattivo quello che abbiamo inventato anche per questo: Lo Stato.

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo è amministratore delegato di Campus (Gruppo Class) e direttore scientifico del Milano Marketing Festival. È stato Managing Director Emea di Nielsen Media, Ad di WMC, Initiave Media e...

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