La Festa della Donna, che ricorre l’8 marzo di ogni anno, pur non essendo pacificamente considerata una festa bensì una ricorrenza, è stata celebrata a Torino, con la partecipazione femminile di autorevoli docenti universitarie di varie materie, nel significativo contesto torinese del Polo del ‘900, luogo così caro e familiare al nostro rimpianto Bruno Segre!

Questo anno è particolare per la ricorrenza dell’ottantesimo anniversario del diritto di voto alle donne, esercitato, come risaputo, per la prima volta nel nostro Paese nel giugno 1946. Se è vero che la partecipazione attiva delle donne alla vita pubblica è cambiata negli anni  ( se non altro per la profonda trasformazione dell’accesso alle informazioni )  e vi sono nuove istanze delle giovani generazioni, il riconoscimento del diritto di voto alle donne è comunque stato un pilastro della nostra democrazia che ha “consacrato” la partecipazione femminile alla vita pubblica e politica del nostro Paese, sebbene di fatto la partecipazione di genere alla vita economica e sociale  vi fosse anche prima.

Dalla consultazione che vide la partecipazione di oltre 13 milioni di donne, 21 furono elette per l’Assemblea costituente e ognuna di esse diede un forte contributo per lo sviluppo democratico dell’Italia.  E’ vero che solo 21 rappresentanti femminili su di una platea di ben 556 componenti rappresentano una bassa percentuale, ma per l’epoca il risultato fu comunque molto significativo. Una considerazione interessante che può essere fatta in punto riguarda l’aspetto dell’alleanza che le donne costituenti sono riuscite a mettere in atto.

Infatti, pur avendo visioni politiche molto diverse sono riuscite a trovare una convergenza di idee, attraverso un dialogo costruttivo. Già da allora la donna più giovane dell’Assemblea Costituente, Teresa Mattei, fu elogiata dalla stampa per il suo aspetto piacevole (riccioli bruni, occhi vivi ect.).  Altra osservazione che può essere fatta è quella secondo la quale le donne furono inserite nelle sottocommissioni riguardanti i diritti e i doveri dei cittadini sotto l’aspetto economico e sociale, mentre l’organizzazione dei poteri rimaneva predominio maschile.

Come noto la nostra splendida Costituzione ha stabilito la parità tra uomo e donna all’art. 1 (la sovranità appartiene al popolo ergo a cittadini e cittadine), all’art. 3 (uguaglianza senza alcuna esclusione tantomeno di sesso) , all’art. 29 laddove l’uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi fa salvi i limiti di legge e l’unità familiare. Non si deve dimenticare che solo nel 1968 è stato abolito in quanto riconosciuto costituzionalmente illegittimo il reato dell’adulterio femminile.

Molto significativo anche l’art. 37 che riconosce la parità salariale tra i sessi, ma riconosce “essenziale” la funzione familiare della donna. Proprio questo termine di essenzialità è stato oggetto di un ampio dibattito nell’ambito dell’assemblea, sfociando nel compromesso del riconoscimento costituzionale della funzione familiare quale principale funzione femminile (si ricordi che la senatrice Lina Merlin fece notare che la maternità non è una condanna per le donne bensì una benedizione).  Importante anche l’art. 51 della nostra Costituzione che stabilisce la partecipazione egualitaria tra i sessi negli uffici pubblici e nelle cariche elettive, secondo i requisiti stabiliti dalla legge.

Non si dimentichi che l’accesso alla magistratura fu permesso alle donne solo con legge ordinaria del 1963 (prima non ritenute idonee per mancanza di equilibrio mentale in certi giorni del mese e anche per la limitata forza fisica). Nel 1975 ha visto poi la luce l’importante riforma del diritto di famiglia che ha posto sullo stesso piano giuridico l’uomo e la donna anche come genitori (superando la patria potestà).

Nel voler tentare un bilancio nell’ottantesimo anniversario del diritto di voto alle donne, emergono interessanti considerazioni. Non solo nelle elezioni del 1946 la percentuale di votanti fu altissima – oltre 13 milioni – ma anche in quelle del 1948 (con astensioni minori del 5% mentre ai nostri giorni si registra purtroppo un’astensione intorno al 40%).

La statistica evidenzia due importanti fenomeni: il primo che l’astensione delle donne dal voto – che si ricorda sia anche un dovere civico oltre che un diritto – è maggiore rispetto a quella degli uomini e il secondo che l’astensione è iniziata progressivamente ad aumentare negli anni ’70 del secolo scorso, paradossalmente proprio negli anni della nascita dei movimenti femministi. Ma a ben vedere, forse proprio questo potrebbe essere il motivo dell’aumento dell’astensione al voto di genere se si riflette sul fatto che le rivendicazioni femministiche di quegli anni contestano le istituzioni e anelano si ad una partecipazione attiva nella società, ma al di fuori delle istituzioni!

Dagli anni ’70 in poi, purtroppo, la partecipazione al voto (di entrambi i sessi ma più accentuata per le donne) ha continuato ad aumentare, sino a raggiungere gli apici superiori al 35% e quasi al 40% degli ultimi anni.  I motivi sono i più vari: dalla bassa istruzione (e reddito) che non permette di farsi un’idea chiara sulla scelta, dalla delusione e dalla critica dell’offerta politica che si ritiene inadeguata, alle varie motivazioni personali (apatia, mancata percezione della rappresentanza).

E’ vero che donne molto giovani, alle loro prime esperienze di voto, si recano quasi tutte alle urne, ma poi la percentuale delle votanti di riduce significativamente nella fascia tra i 30 e i 60 anni di età, laureate comprese. Sulle differenze di genere nell’astensione al voto non si sono fatti molti studi e ricerche, mentre sarebbe auspicabile farli, considerato il peggioramento del fenomeno negli ultimi anni.

Una cosa è però certa: il fenomeno dell’astensionismo femminile non è solo italiano ma si verifica anche in altra Paesi Europei, con un picco in Germania e invece con un minimo in Spagna (dove, guarda caso, le politiche a favore delle donne e della famiglia hanno fatto ultimamente passi da giganti).

Non si può ignorare anche un altro fenomeno negativo nel nostro Paese, costituito dalle molte donne straniere che contribuiscono fattivamente e positivamente alla partecipazione sociale cittadina (si pensi alle attività di cura e di collaborazione familiare), ma senza il riconoscimento ufficiale della cittadinanza che non permette il diritto di voto. Il recente referendum sul riconoscimento della cittadinanza, al di là delle differenti visioni, è stato il meno votato rispetto agli altri quesiti.

Avviandoci verso la conclusione, non si può non accennare all’approccio filosofico della questione femminile. La professoressa Vera Tripodi del Politecnico di Torino – dove insegna filosofia morale – ha fatto riflettere sull’aspetto valoriale dei cosiddetti soggetti epistemici. Semplificando al massimo si può dire che, al di là delle barriere giuridiche, vi sono dei meccanismi psicologici in ognuno di noi (nessuno e nessuna esclusi) secondo i quali nei confronti di alcuni soggetti (epistemici) si prova un’eccessiva credibilità e verso altri (più svantaggiati) una ridotta credibilità, a prescindere dal merito.

La motivazione quale può essere? Forse retaggi culturali maturati nel tempo, ma soprattutto la presenza di meccanismi mentali inconsci ed automatici che di fatto portano ad una ingiustizia ermeneutica, in quanto non ci sono gli strumenti per ravvisare il c.d. “torto” nella società. L’unico rimedio potrebbe essere una profonda riflessione sulla sensibilità che porterebbe a rivedere i nostri giudizi.

Altra interessante considerazione è la differenza tra sessismo è misoginia: il sessismo è il considerare la donna inferiore all’uomo, mentre la misoginia punisce la tipologia di donna che non rispetta i ruoli attribuiti dalla società, sfociando purtroppo molto spesso nei casi di femminicidio, statisticamente superiori al nord del Paese. Nella misoginia vi è una sfida della donna che vuole sottrarsi ai ruoli dispensatrici di beni morali – quali la cura, il nutrimento e il benessere sessuale pure – dei quali gli uomini sono destinatari e che si sentono oltraggiati in caso di diniego. Lo scopo della misoginia è quello di “rimettere le donne al loro posto” punendo (spesso con la vita) quelle che rifiutano il ruolo di dispensatrice di beni morali che la società le assegna.

Va da sé che si può essere misogini senza essere sessisti. Volendo trarre le conclusioni finali da queste considerazioni si può dire che il riconoscimento del diritto di voto alle donne – che compie ora il suo ottantesimo compleanno – ha sancito l’importante principio secondo il quale il popolo sovrano non è costituito soltanto dall’universo maschile, come lo è stato per moltissimi anni.

Il cammino per il riconoscimento dei pari diritti di genere è stato lungo dalla Costituzione in poi, ma innegabilmente molti passi in avanti sono stati fatti, anche se le statistiche evidenziano un significativo gap di genere in tema di retribuzioni e di posizioni apicali (sia nel pubblico che nel privato). Molto, tuttavia, è ancora da fare per il raggiungimento della sostanziale parità di genere, come ricordato da Laura Mattarella, la quale  ha precisato che la vera parità potrà dirsi raggiunta solo quando le donne al vertice non saranno più soltanto eccezioni!

Liliana Perrone

Liliana Perrone

Consulente legale di Intesa Sanpaolo

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