Il luogo

Quest’anno ricorre il centenario dell’ingresso di Gabriele D’Annunzio presso la villa di Cargnacco, a Gardone Riviera, denominata, poi, nel 1923, “Vittoriale degli Italiani”

Precisamente, il 1° febbraio 1921 Gabriele D’Annunzio stipulò un contratto di locazione per 600 lire mensili e per il termine di un anno per tale villa (sita in contrada di Gardone Riviera) appartenuta a Henry Thode, illustre studioso d’arte. La villa era stata sequestrata dal governo italiano come risarcimento dei danni di guerra. Nove mesi dopo, il 31 ottobre 1921, il Vate, innamoratosi della nuova residenza, la acquistò per la somma di lire 130mila; cifra che raddoppiò con l’acquisto congiunto di tutto ciò che la villa contiene tuttora, ossia la biblioteca di circa seimila volumi (consultabili, su richiesta), il pianoforte appartenuto a Listz, il mobilio, i cimeli, libri e fotografie d’arte, manoscritti di Wagner.

Come vedremo in seguito, il Vittoriale, istituito in Fondazione nel 1937, è un complesso monumentale ricco di memoria e di attrazioni, che coniuga perfettamente storia, arte e natura, tanto è vero che il Parco del Vittoriale ha vinto il premio della decima edizione (2012) del “Parco più bello d’Italia” e tra selve, laghetti e cascate consente al visitatore di immergersi nella quiete della natura, in un contesto suggestivo e spettacolare.

Il merito del successo del complesso (che, prima della pandemia, vantava quasi 300mila visitatori l’anno) è da riconoscere all’attività della Fondazione, che, dal 2008, sotto la presidenza di Giordano Bruno Guerri, ha posto in essere una serie ininterrotta di interventi finalizzati a riaprire al pubblico luoghi sino ad allora inaccessibili, creando nuovi spazi espositivi quali la realizzazione dei nuovi allestimenti del Museo D’Annunzio Segreto, la riapertura dello stupendo Laghetto delle Danze, nel quale confluiscono i rivi dell’Acqua Pazza e dell’Acqua Savia, il restauro dell’Arengo e del Canile, la riapertura del Laghetto del Mas e del Giardino delle Vittorie.

E, ancora, l’illuminazione notturna, suggestiva e realizzata con le più moderne tecnologie, estesa all’anfiteatro dove si svolgono manifestazioni estive con artisti di rilievo; anfiteatro (Parlaggio) che è stato oggetto, lo scorso anno, di un monumentale lavoro di rivestimento delle gradinate e della platea con lastre di marmo, come da desiderio dei suoi realizzatori (nel 1953), sino ad ora mai fatto.

Il contesto

Al fine di poter comprendere pienamente la storia di molti arredi della Prioria (ossia, la “casa” del Vate all’interno del Vittoriale), nonché di alcuni dei cimeli più importanti siti nel Parco della Fondazione, riveste particolare interesse ed importanza analizzare le vicende che hanno immediatamente preceduto l’ingresso del Vate al Vittoriale, ossia l’avventura di Fiume. A loro volta, poi, le vicende di Fiume possono essere comprese solo inserendole nel contesto storico degli eventi della Prima Guerra Mondiale.

Nel panorama del confitto si contendevano lo scenario la Triplice Intesa stipulata tra la Gran Bretagna, la Francia e la Russia e la Triplice Alleanza di Germania, Austria-Ungheria ed Italia, che era, invece, un’alleanza di sola difesa reciproca. In realtà, il noto evento dell’assassinio dell’Arciduca d’Austria, a Sarajevo, costituì l’epilogo di una serie di circostanze che condusse le potenze della Triplice Alleanza ad entrare in guerra, consentendo, tuttavia, all’Italia, di sottrarsi a questa prima fase iniziale del conflitto dal momento che l’Alleanza, come precisato, rivestiva solo finalità difensive e non offensive.

Nonostante ciò, l’interesse all’ingresso dell’Italia in guerra era fortissimo: l’Italia versava in un momento di crescita e benessere, era uno stato liberale e a livello territoriale la posizione era certamente strategica. L’Italia, poi, a sua volta, era interessata ad acquisire i territori che si affacciavano sul Mare Adriatico nei quali la popolazione (di matrice quasi interamente borghese) era, in prevalenza, italiana. Iniziarono, quindi, trattative con i Paesi della Triplice Intesa negoziate dal presidente del Consiglio Salandra, dal ministro degli Esteri Sonnino e dal re Vittorio Emanuele III, senza che il Parlamento (che avrebbe dovuto deliberare il relativo impegno di spesa, ossia i “debiti di guerra”) fosse, per lo meno ufficialmente, al corrente. 

Si giunse, poi, alla stipula del patto di Londra, il 26 aprile 1915, ossia alla stesura di una vera e propria scrittura privata nella quale, in sedici articoli, venne formalizzata la spartizione dei territori in caso di vittoria, nel conflitto, della Triplice Intesa.  All’Italia furono promessi i territori di Istria, Dalmazia e Carnaro, senza, tuttavia, che la città di Fiume fosse neppure menzionata nell’accordo.

Il motivo per il quale Fiume non venne contemplata è da ricercare nella logica per cui, all’epoca, vigeva il concetto di confini naturali; non si prevedeva la caduta dell’Austria-Ungheria e, quindi, nell’assetto post bellico si pensava che all’Austria spettasse il diritto ad uno sbocco sul mare. Peraltro, anche nell’ipotesi di disgregazione, si ipotizzava potessero crearsi, al più, piccoli stati, non certo lo stato della Jugoslavia. 

Ai sensi dell’art.16, poi, l’accordo doveva rimanere segreto. Il motivo, sia pure non addotto, era chiaro: era opportuno che le ragioni fondamentali dell’ingresso dell’Italia in guerra, ossia l’annessione e la spartizione di territori strategici, al di là di proclamati ideali e patriottismo, rimanessero segrete. In realtà, al termine della guerra, il crollo dell’impero russo, uno dei firmatari dell’accordo, comportò, da parte di quest’ultimo, la divulgazione dell’accordo stesso. 

L’Italia si impegnò, quindi, ad entrare in guerra (sempre secondo l’art.16 del patto di Londra) “quanto prima possibile” e, comunque, entro trenta giorni dalla stipula: l’Italia entrò in guerra proprio il trentesimo giorno, il 24 maggio 1915, militarmente impreparata. Alla fine, quindi, la corrente interventista era prevalsa, sia pure per motivazioni diverse; alcuni ritenevano, infatti, importante frenare l’avanzata austro-ungarica, altri portare a termine il Risorgimento (con la Seconda Guerra di Indipendenza era stata tolta all’Austria la Lombardia, con la Terza Guerra di Indipendenza il Veneto), radunando gli Italiani in un unico Stato, recuperando Trento e Trieste. Nel 1917, gli Stati Uniti erano entrati nel conflitto, rivestendo un ruolo fondamentale nella vittoria e nelle trattative successive.

Infatti, l’11 novembre 1918, venne dichiarata la fine della Prima Guerra Mondiale e, qualche mese dopo, il18 gennaio 1919, iniziò la Conferenza di Pace di Parigi, alla quale presero parte le potenze che avevano combattuto nella Prima Guerra Mondiale. Nella Conferenza, tuttavia, imperava il principio nazionalista, promosso dal presidente degli Stati Uniti Wilson, secondo il quale avrebbe dovuto prevalere la libertà e la autoderminazione dei popoli.

Peraltro, per quanto concerne i territori promessi all’Italia nel Patto di Londra (Istria e Dalmazia), gli stessi erano sì abitati in prevalenza da italiani ma, anche, da slavi, con la circostanza, determinante, che, contro ogni previsione, nel frattempo si era costituto lo stato della Jugoslavia. Il contrasto era fortissimo e, certamente, l’evento di chiusura del conflitto, ossia l’affondamento della corazzata Viribus Unitis, lo incentivò ulteriormente. Tale episodio si verificò il 1 novembre 1918, pochi giorni prima della fine della guerra, allorquando una piccola unità d’assalto italiana di sommozzatori, penetrando nel porto di Pola, affondò la corazzata Viribus Unitis, già di proprietà della marina austro-ungarica, ceduta, però, poche ore prima dell’affondamento, alla Jugoslavia.

Tale evento creò una ulteriore criticità diplomatica che si ripercosse, poi, anche all’interno della Conferenza di Pace di Parigi, costringendo Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino ad abbandonare i lavori, mentre in Italia si stava vivendo un momento di profonda incertezza e delusione, sul quale Gabriele d’Annunzio costruì il “mito” della “vittoria mutilata” (termine coniato dal Vate).

Le ragioni

Secondo Gabriele d’Annunzio lo sforzo compiuto, il sacrificio enorme in termini di vite umane (600mila morti), la devastazione della guerra, inclusi proprio i mutilati che si potevano ancora incrociare numerosissimi per le strade, erano stati vanificati dall’aver ceduto alle pressioni delle potenze alleate, rinunciando ai territori che, secondo il patto di Londra, avrebbero dovuto essere annessi all’Italia. Fiume, benché, come precisato, non contemplata nel patto di Londra, divenne l’emblema dei territori promessi all’Italia e non ceduti, in quanto abitata in gran parte da Italiani e polo strategico per lo sbocco sul mare. In tale logica si comprende, ora, quale fosse la finalità dell’impresa fiumana: annettere all’Italia i territori che le erano stati promessi nel 1915.

Il 4 maggio 1919 al Mausoleo Augusteo, gremito di popolo, su invito del sindaco di Roma, Prospero Colonna, Gabriele d’Annunzio si rivolse al popolo italiano pronunciando, nell’ambito del discorso, due motti che diventeranno celebri: “Ardisco, non ordisco” (con riferimento alle voci di un presunto imminente colpo di stato ordito dal Vate, Mussolini e altri personaggi) e “Memento audere semper” (che richiama, peraltro, l’acronimo M.A.S. 96).

Mentre il 5 maggio 1919 Orlando e Sonnino ripresero le trattative della Conferenza di Pace di Parigi, il 6 maggio 1919, in una grande dimostrazione popolare promossa dai combattenti, Gabriele d’Annunzio, dalla ringhiera del Campidoglio, affrontò l’argomento dell’italianità di Fiume e della Dalmazia.

La miccia per l’impresa di Fiume era, ormai, accesa.

Quella di Fiume fu, quindi, una impresa ardimentosa, basata su ideali amplificati da slogan e propaganda, che canalizzò le frustrazioni degli ex combattenti, ad iniziare dal corpo degli Arditi, specialità d’arma della fanteria del Regio Esercito italiano sciolta pochi mesi dopo la fine della guerra.

Guido Napolitano

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