Ho visto il Festival di Sanremo e mi è sembrato un laboratorio disperatamente sperimentale, di come potrà diventare il mondo e di come potremmo diventare noi. E mi sono chiesto: “Come ci hanno cambiato gli ultimi due anni? Cosa è andato indissolubilmente perso e quale ‘nuovo seme’ sta crescendo nell’astronave che ci sta portando nel futuro?”

Oggi tale nominativo non sembra più vincente

Mi sono posto queste domande mentre guardavo un delizioso spot di Amazon Prime Video (sì sono multitasking come tutti noi o forse soltanto dissociato). Parlo dello spot intitolato #un sorriso ovunque che mostrava comici e cantanti in viaggio verso una galassia lontana e trasmesso proprio durante il Festival di Sanremo. Ecco, io vorrei che i “disperatamente” 2022, che ricominciano e avranno una cadenza mensile, andassero alla ricerca di qualche segno minimo nascosto negli anfratti dell’astronave con destinazione futuro su cui siamo tutti imbarcati. E mi è sembrato di cogliere un primo segno che potrebbe diventare una tendenza: la “fluidità”.

Cosa intendiamo per fluidità

Parlo della fluidità che ha invaso il Festival di Sanremo: fluidità nelle performance sul palco, nell’atteggiamento generale, nell’abbigliamento. e il suo partner musicale avevano entrambi un look “genderless” che andava oltre la rigida divisione tra maschile e femminile e la cosa, fortunatamente, sembrava del tutto “normale”.

Mahmood nella serata finale indossava una camicia disperatamente bianca e una gonna lunga creata da Riccardo Tisci per Burberry (una gonna, sì, una gonna). Blanco nel corso di tutte le serate aveva indossato una serie camicie trasparenti di Valentino, quella della serata finale era bianca con ricami scintillanti.

C’era fluidità anche nei rapporti generazionali, pensateci bene. Il Festival si è concluso con tre generazioni ai primi tre posti. Gianni Morandi, 77 anni, al terzo posto (nella serata delle cover in coppia con Jovanotti 56 anni, essendo nato nel 1966), al secondo posto Elisa, 44 anni, nata nel ’77, Mahmood, 29 anni e Blanco, 18 anni, al primo posto. E il vero collante era la complicità tra tutti loro. Fuori dalla “bolla” sanremese, però, mi sembrava che si vivesse ancora in pieno Novecento (o nei terribili anni ’80 che sembrano non finire mai).

Il “red carpet” che ha portato all’elezione (soffertissima) del Capo dello Stato era ed è composto da frammenti della lotta perenne e inconcludente tra partiti deboli. Il plancton sociale in cui
nuotiamo è abitato da contrasti: il lusso che guarda dall’alto in basso il fast fashion (sguardo economico, non valoriale), la raffinatezza in via d’estinzione sconfitta della “tamarritudine” e lo slogan (eletto a verità) che sostituisce il ragionamento (descritto come infame linguaggio della “casta”).

Poi dal Festival di Sanremo, un tempo emblema della conservazione, arriva un “manifesto” inaspettato. Un manifesto scritto, tra l’altro, da Drusilla Foer: perfetto testimone della “fluidità”. Un carattere forte, elegante e spiritoso interpretato (ussignuuur) addirittura da un uomo. “…Parlare di diversità non mi piace… parliamo di unicità… ” – aveva detto Drusilla in un suo apprezzatissimo monologo. Per comprenderla è necessario capire di cosa è composta, di cosa siamo fatti.

Siamo fatti di cose belle: le ambizioni, i valori, le convinzioni, i talenti. Ma talenti e convinzioni devono essere curati. Non è facile entrare in contatto con la propria unicità ma un modo lo avrei: si prendono per mano tutte le cose che ci abitano e si portano in alto, si sollevano insieme a noi, nella purezza dell’aria,in un grande abbraccio innamorato e gridiamo: ‘che bellezza, tutte queste cose sono io’….”.

Mi chiedo non sarebbe bello che, allontanandoci dalla pandemia, anche il nostro modo di guardare il mondo, la società, gli altri e noi stessi diventasse, a sua volta, “fluido”? Non dico di Capalbizzare la “tamarritudine” (sono i due lati estremi della nostra identità, due “malattie”) ma penso che aiuterebbe inserire almeno più rilassatezza nello sguardo diretto verso l’altro.

Gabriele Isaia

PS*. Avete voglia di cercare negli anfratti dell’astronave per trovare “il nuovo” che forse sta nascendo? Prometto che lo faro anch’io.

PS**. Messaggio ai conservatori. La moda non è una deriva folle della nostra contemporaneità(anche se Alessandro Michele, lo stilista di Gucci un po’ di colpe le ha). Audrey Hepburn, negli anni ’50, diceva: “Dipendo da Givenchy come le donne americane dipendono dal loro psichiatra”.

Gabriele Isaia

Ha fatto il giornalista economico, ha aperto una sua società di comunicazione strategica, ha avuto “incontri” con l’architettura, l’arte contemporanea, le start up innovative e il personal branding....