Il film americano che ha vinto il Leone d’Oro a Venezia nel 2020. Film malinconico che riesce a stare sempre un passo indietro rispetto al pericolo di diventare melenso.

Film di gente che ha perso molte cose (la casa, l’impiego, una persona, a volte la speranza) ma non si è persa. Non ha perso, ad esempio, la gentilezza esercitata tra sconfitti, piena di quell’avvicinarsi cauto di chi è stato ferito a lungo e in profondità.

Film potente girato sottovoce (credo che Muccino, vedendolo, potrebbe avere una crisi di nervi: nessuno qui urla mai, nessuno corre a perdifiato).

Nomadland racconta gente che vive nei camper e vive viaggiando, forse fugge o forse cerca. E questo muoversi appartiene all’anima dell’America che regala sogni e macerie. La città da cui parte Fern (una straordinaria Frances McDormand) viene letteralmente cancellata dalla crisi della fabbrica che teneva in piedi l’economia.

Sono belli i film “on the road”, fanno riflettere sui nostri sogni e sulle nostre paure. Le fughe di Gabriele Salvatores, ad esempio, sono sempre corali, “Easy Rider” con Dennis Hopper, Peter Fonda e Jack Nicholson (ispirato, tra l’altro, al “Sorpasso” di Dino Risi) metteva insieme l’America inquieta e quella cattiva. Il recente assalto al parlamento americano (non un film ma cronaca) ci ha mostrato strani

barbuti arrabbiati che credevamo esistessero solo nelle fiction o nella prima parte del film “Il Cacciatore”.

Qui invece è tutto ovattato: c’è la solitudine, c’è il viaggio, c’è una natura che è coprotagonista del film e ci sono i luoghi in cui si fermano per un po’ i nomadi: città senza forma fatte di furgoni aperti, sedie a sdraio, falò racconti, rimpianti e gentilezze.

Colpisce la dolcezza di questi “underdog” pieni di dignità. Non sono “fuori dal mondo” sono in viaggio per allontanarsi dal mondo: nessuno si ubriaca, nessuno è sopra le righe. E’ come se la sconfitta esistenziale di queste persone avesse consumato anche la rabbia, il rancore.

Qui c’è è solo il ricordo di luoghi, cose e persone che non ci sono più o non ci sono ancora. E c’è quell’andare. Ricordate “On the road”?

Romanzo mediocre diventato mitico perché ha saputo raccogliere sul suo rullo di telescrivente la spinta a fuggire che negli anni ’50 del novecento era molto energetica, aiutata anche da optional vari. Quella pulsione fa parte del dna degli americani da sempre.

Non a caso in “Nomadland” le persone non si dicono mai addio, dicono solo: “Ci vediamo lungo la strada”. Nessuno si saluta veramente, per sempre. Ci si rincontra; dopo un mese, un anno, o magari ancora di più. Ci si incontra in una sosta, tra una striscia di cemento appoggiata su paesaggi infiniti e l’altra.

Dicono che il libro da cui è tratto il film sia meraviglioso. Anche la citazione in apertura è notevole, è una frase di Leonard Cohen che dice: “C’è una crepa in tutto. È così che entra la luce”.

“Nomadland”, in ogni caso, è un bellissimo film “faticoso”.

Dovete dimenticare la frenesia del mondo di prima e abbandonarvi alla faccia dura di Fern, ai silenzi del film, alla bellissima colonna sonora di Ludovico Einaudi, ai paesaggi del Sud e Nord Dakota, del Nebraska, del Texas e ai nomadi che vanno seguiti con gli occhi e con il cuore: diversi, lontani ma non estranei.

Gabriele Isaia


La bella recensione di Gabriele era correlata da un messaggio che pubblico, autorizzato dall’autore perché è una condivisione di idee e un attestato di affetto e stima che ricambio pienamente verso il suo autore.

AC

Ciao Alessandro

mi è piaciuto il tuo editoriale e per questo ti mando un pezzo per la mia rubrica “disperatamente”. L’ho pubblicato sulla mia pagina FB ma mi sembra comunque interessante perchè parla di un film tratto da un libro a sua volta tratto da un’inchiesta giornalistica (“Dopo la pensione” vincitrice del Premio Aronson 2015 per il giornalismo sulla giustizia sociale). Questo, secondo me, dovrebbe fare L’Incontro: uscire dal salotto e scrutare la strada, cercare negli interstizi in alto e in basso e trovare indizi che ci aiutino a capire il mondo.

Se ti piace farò questo per L’Incontro: mi guarderò attorno e cercherò di capire. Spero sarà utile a te e alla testata che da oggi guidi

Gabriele

Gabriele Isaia

Ha fatto il giornalista economico, ha aperto una sua società di comunicazione strategica, ha avuto “incontri” con l’architettura, l’arte contemporanea, le start up innovative e il personal branding....

Discussione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *