Il TV movie della Rai “La rosa dell’Istria”, andato in onda in occasione del Giorno del Ricordo è stato ispirato al romanzo dell’istriana Graziella FiorentinChi ha paura dell’uomo nero”. Uscito nel 2000 per i tipi dell’editore Mursia e, quindi pressoché introvabile, ha spinto l’editore Corbaccio a ripubblicarlo per l’occasione.

Un Tv movie molto lacunoso

E ha fatto bene, perché dà modo presso i lettori interessati di fare giustizia di un film TV che, a dispetto del cast di buon livello, a cominciare da Andrea Pennacchi, ha presentato molte lacune interpretative. Sia per la grossolanità della sceneggiatura, sia per il tentativo pietoso degli attori di parlare con una improbabile cadenza veneta. Ma non basta. Anche per una certa sorda retorica che, tranne nel finale, toglieva tragicità alla situazione generale. Tragicità nel senso di autentica espressione della sofferenza vissuta dal popolo istriano, in una fase della storia particolare di quanto successo sul nostro confine orientale tra il 1943 e il 1955.

Trieste, l’Istria, Fiume e Zara alla mercè dell’esercito jugoslavo

Il romanzo, così come il film, s’inquadra nella prima fase delle violenze comuniste in Istria, cioè accadute dopo l’8 settembre 1943. Quando l’Italia, fino ad allora alleata della Germania di Hitler, firmò l’armistizio con le potenze alleate. Una condizione che gettò il Paese allo sbando, soprattutto l’esercito, anche a causa di una classe dirigente fellona e incapace. Tanto da renderlo ingovernabile e, quindi, ancor meno governabile nelle lontane Trieste, l’Istria, Fiume e Zara. Un territorio che venne lasciato alla mercè delle forze jugoslave, le quali diedero libero corso a una serie di violenze.

In primis, contro i fascisti, che avevano avuto non poche responsabilità nei confronti della popolazione slava presente sul territorio. Reazione comprensibile dopo un ventennio di soprusi, durante il quale erano state chiuse le scuole slovene e croate E inoltre impedito di parlare le loro lingue nei luoghi pubblici. Aspetti di carattere razziale hanno poi guastato la pacifica convivenza secolare delle diverse etnie presenti sul territorio. Ma, sta di fatto, che non sarebbe finita qui.

Tra vendette personali, rancori e revanscismo

Sull’onda dell’impunità e della presa di padronanza del territorio che gli slavi stavano ottenendo, la reazione si era allargata ai rappresentanti, semplici servitori dello stato italiano. Come finanzieri, poliziotti e carabinieri. Oltre a vendette di tipo personale, di revanscismo a sua volta razziale nei confronti di molti istro-italiani innocenti, azioni dettate solo da vecchi dissapori personali o famigliari. Quando non da invidia sociale e semplici antipatie. Tutto ciò ha provocato un primo, parziale esodo, per altro – quello – animato dalla speranza di un ritorno non appena la situazione si fosse ristabilita o la guerra finita.

Ed è in questo contesto storico che si situa la vicenda, fortemente autobiografica, raccontata da Graziella Fiorentin nel suo bel romanzo. Con la sua famiglia l’autrice da Canfanaro d’Istria, dove viveva, si ritrovò a cercare rifugio in altre parti d’Italia. Prima presso parenti, poi, più autonomamente a Chioggia, con tutte le difficoltà del caso. Qui nonostante le crudeli e gratuite vicende di cui la popolazione istriana è stata vittima, prologo di quanto accadrà alla fine della guerra, cioè in tempo di pace. Un esemplare esempio delle atrocità fu quello inflitto alla ventenne Norma Cossetto, violentata, anche con un pezzo di legno che le fu trovata nella vagina, da 17 uomini. Per essere quindi gettata viva in una foiba insieme ad altre persone l’una all’altra legate ai polsi da un filo spinato.

Un esodo senza possibilità di ritorno

Occupata l’Istria e Fiume dagli jugoslavi, a eccezione di Trieste, data in amministrazione agli angloamericani, sarebbero scomparsi nelle foibe migliaia di persone contro le precedenti, centinaia, del 1943. Episodi che dettero il via, all’insegna del terrore, al più grande esodo nella storia di quelle terre. Un esodo per altro, rispetto a quello raccontato dalla Fiorentin, che sarebbe diventato a sua volta definitivo e segnato dal dolore di un impossibile ritorno. Trecentomila persone se ne andranno dalla loro terra, lasciando per sempre la propria casa. Ed è questa la marcata diversità dall’emigrazione che prevede un possibile ritorno. Inoltre lasciarono il proprio lavoro, qualcuno i propri cari (mia madre, da Fiume, lasciò lì i genitori che non avevano la forza di lasciare la terra dov’erano nati).

E sicuramente le tombe dei propri avi. Per anni approdarono, così come fecero i miei genitori, in uno dei 109 campi profughi allestiti dal governo italiano. In uno dei quali, quello di Servigliano, nelle Marche, sono nato. Tutto questo mentre le case abbandonate venivano occupate da altra gente proveniente da territori lontani della Jugoslavia, bosniaci, serbi, montenegrini, croati dell’interno. Venivano espropriati negozi, imprese, linee di navigazione (come la Adria Line, appartenente alla famiglia materna di Guido Gerosa, per anni vice direttore de Il Giorno e direttore di Epoca. Gerosa a 11 anni si ritrovò esule in Lombardia. Nel 1947 gli moriva dal dolore l’amato nonno, che non aveva voluto abbandonare Fiume mentre la nonna tacendogli l’accaduto lo convinse a non mettere più piede nella città.

Perdere la guerra due volte

La maledizione di questo destino sta nella incomprensione e relative polemiche sorte intorno a questi drammatici eventi. Incomprensioni e polemiche che accompagnano il loro ricordo nel giorno dedicato, il 10 febbraio, in riferimento alla data del Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947. Trattato che avrebbe sancito il definitivo passaggio dell’Istria, di Fiume e di Zara alla Jugoslavia. Un risarcimento di quanto l’esercito fascista – italiani agli ordini di generali lombardi (Roatta), piemontesi (Robotti) e romani (Pirzio Biroli) – aveva compiuto durante l’aggressione dei Balcani. Un Trattato che non scomodò i soldati di quell’esercito e quei generali, che poterono tornare a vivere e a morire nelle loro case. Ma la sola popolazione istriana, fiumana e zaratina che così perse così la guerra due volte.

Il malinteso internazionalismo della sinistra comunista italiana

Una maledizione che avrebbe creato, riguardo a tutti gli esuli giuliano-dalmati, la fake di essere dei fascisti che fuggivano dal paradiso socialista titino. Con le complicità, per malinteso internazionalismo, della sinistra comunista con le ambizioni annessionistiche di Tito sulla Venezia Giulia. Ecco perchè si fece strame di tutti quei partigiani istrofiumani che – come ad esempio mio padre – avevano combattuto per la liberazione della propria terra dai nazifascisti. Ma non certo per l’annessione di questa a un paese come la Jugoslavia e, così, vivere sotto un’altra bandiera, un’altra lingua, un’altra cultura.

Il disarmo dei partigiani italiani

Un equivoco, per tornare al film “Una rosa per l’Istria” in cui lo stesso Pennacchi è caduto, il quale intervistato dal TG Uno la serata della messa in onda, aveva precisato di aver partecipato alla realizzazione del film anche se era figlio di un partigiano. E allora? Anch’io sono figlio di un partigiano, con Tito per altro, appartenente alla 22ma divisione della Quarta armata. Ma arrivando a Trieste e assistendo nei 40 giorni di occupazione della città nella primavera del ’45, al disarmo dei partigiani italiani, all’uscita del PCI triestino dal CLN per ordine del PC sloveno e alla sparizione di quanti si dichiaravano contrari all’annessione della stessa alla Jugoslavia, disertò.

Se ne tornò ingenuamente a casa, a Fiume, dove, diciannovenne, venne arrestato. Ma, una volta uscito, e passata la città alla Jugoslavia, con quello che stava succedendo, mio padre sposò in tutta fretta mia madre e fuggì. Solo dal 3 maggio 1945, giorno dell’entrata dei partigiani jugoslavi a Fiume, al 10 febbraio 1947, sparirono, uccise, 643 persone.

Una posta in gioco alta

Così fecero in tanti altri partigiani, che anch’io, crescendo in un campo profughi, ho poi conosciuto e frequentato all’insegna dell’amore per la libertà. Alla faccia di chi, come Pennacchi e non solo, crede ancora alla contrapposizione partigiani ed esuli. Eppure la strage di Porzus, l’omicidio di 21 partigiani della Brigata Osoppo da parte dei partigiani della brigata Garibaldi, poi finiti a vivere in Jugoslavia, sta lì a ricordare,se non altro, qual era la posta in gioco.

Diego Zandel

 

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