C’è un curioso atteggiamento che caratterizza molti di noi per il consolidamento ed aumento dei consensi che sta ottenendo Matteo Salvini.

Un misto di sorpresa, stupore snobbistico, quasi alterigia, per quegli “altri” italiani che continuano ad applaudire le estemporanee, a volte rudi, a volte violente, iniziative del nostro Ministro dell’Interno.

Ma come è possibile, ci chiediamo, che continui ad aumentare il numero dei suoi sostenitori nonostante i milioni (nostri!) scomparsi dalle casse della Lega, la vicenda perlomeno grigia dei “rubli russi”, il linguaggio violento e spesso offensivo, i numerosi show pubblici come quello al Papeete Beach, con il nostro inno di Mameli cantato dalle cubiste?

Non ci spieghiamo il perché di questa deriva di imbarbarimento del linguaggio e dei comportamenti del leader della Lega che continua a fargli ottenere applausi, alti indici di gradimento, folle deliranti per fare un selfie con lui, potenziali voti sempre più vicini alla fatidica quota 40%.

Vi propongo allora di fermarci un attimo.

Di provare a capire meglio le ragioni che stanno a monte di questo straordinario successo popolare di Salvini. Ho cercato di non limitarmi ad archiviare il fenomeno “Matteo 2” come uno dei tanti repentini successi di leader politici che poi, d’un tratto, scompaiono dalla scena e dalle pagine dei giornali con la stessa velocità con la quale sono arrivati.

Proviamo a guardarci “dentro” e a capire cosa stia succedendo a tanti italiani imbesuiti dalle roboanti affermazioni del Matteo leghista.

Ci può aiutare in questa indagine nello stomaco dei nostri concittadini, il risultato di una recentissima ricerca del Centro Studi di Community Group che ha realizzato l’indagine LAST (Laboratorio sulla Società e il Territorio), compiuta a livello nazionale nelle prime due settimane del giugno scorso su un campione rappresentativo della popolazione del nostro Paese con età superiore ai 18 anni. L’indagine è stata proprio costruita per fotografare nel dettaglio le cause di questa nostra grave crisi non solo economica ma anche culturale.

In particolare, sull’elemento più grave e disastroso che incide maggiormente sulle reazioni psicologiche degli italiani: il blocco, ormai consolidato, dell’ascensore sociale. La perdita, in altre parole, della speranza di ripartire con davanti a se un futuro migliore. La paura prima economica e poi fisica, di un declino inarrestabile accompagnato da una minor capacità di acquisto, da un peggioramento della qualità della vita, dall’impossibilità di garantire un futuro decente ai propri figli.

Il venir meno di queste certezze, consolidatesi nella lunga stagione dal dopoguerra fino agli anni 90, ha scatenato le paure più diverse: dall’angoscia di una immigrazione che toglie posti di lavoro ai poveri italiani al collegamento automatico tra un presunto aumento dei reati e l’arrivo nel nostro Paese, più o meno clandestino, degli stranieri; da una sfiducia quasi totale verso la classe politica esistente all’addebitare all’Europa e all’euro le cause primarie di tante nostre sventure.

Di qui il bisogno, più intuitivo che razionale, più stomacoso che cerebrale, di trovare un Qualcuno che ci riaccendesse la luce della speranza… quasi a prescindere dal chi fosse e da cosa dicesse. L’importante era ed è che dicesse Basta! Che parlasse il nostro linguaggio intriso di sofferenza, che ci facesse uscire da questa spirale perversa di impoverimento, sfiducia, vergogna a guardare negli occhi i propri figli e i propri nipoti.

Salvini, dapprima leggendo il fenomeno sulla pelle dei neofiti, sprovveduti e velleitari grillini, ha poi colto brillantemente l’attimo. Con una indubbia abilità politica ha saputo, valorizzando anche il nuovo linguaggio della Rete e le sue modalità sincopate di narrazione e semplificazione, parlare a questi italiani frustrati, dando loro, almeno sul breve termine, la sensazione che tornavano ad essere importanti, gli Italiani First, quelli da proteggere, coccolare e rilanciare in una coesione sociale migliore, meno diseguale, più giusta.

Lo sfondamento della Lega non ha nulla di ideologico ma molto di pragmatismo e opportunismo politico.

Sono convinto che i paragoni con il 1920-1922 non siano corretti. Troppo diversi sono i contesti internazionali, le interconnessioni tra gli Stati, gli strumenti di informazione, comunicazione e partecipazione dei popoli, però il dato politico e antropologico è identico. Quando la maggioranza di una popolazione di uno Stato vive peggio di prima, sente sulla sua pelle la sofferenza di un declino economico con il rischio della perdita del lavoro, il politico, anche non visionario, anche legato a nefasti slogan di presentismo semplificatore, che sa cogliere tale malessere e si limita a promettere un Basta!…vince.

Leggiamo insieme i dati dell’indagine LAST e capiremo molte delle ragioni che ci hanno portato all’imbarbarimento della nostra coesione sociale e a un dibattito politico infarcito di propaganda, fake news, progetti velleitari, continue risse su problemi marginali, strumentalizzati per non dover parlare della nostra preoccupante realtà quotidiana.

L’indagine ci dice che abbiamo perso la creatività e brillantezza che avevano caratterizzato i decenni precedenti.

Non abbiamo più forza propulsiva: l’abbiamo trasformata in vischiosità.

L’esempio più emblematico di questa situazione di stallo ci deriva proprio dalla demografia. Siamo di fronte ad un declino demografico rispetto agli ultimi cent’anni della nostra vita nazionale. Un calo imputabile, tra l’altro, soltanto a noi italiani perché senza l’apporto dei nuovi cittadini stranieri saremmo diminuiti di un altro milione. Se a questo dato aggiungiamo che noi tutti viviamo di più e che la maggioranza dei nostri giovani è obbligata a spostarsi all’estero per realizzare i propri sogni, possiamo capire meglio il perché stiamo sperimentando quello che Daniele Marini, commentando l’indagine LAST, ha definito il fenomeno della società “zero –virgola”.

A questi dati oggettivi si sovrappone l’immaginario collettivo: l’idea che sia sempre più complicato prefigurare un futuro.

Gli intervistati adulti sono i primi a ritenere che le condizioni socio-economiche dei propri figli saranno peggiori in futuro e che converrebbe loro tentare la fortuna all’estero.

Il paradosso – sottolinea giustamente Marini – è che siamo la seconda industria manifatturiera dell’Europa, con molti dei nostri imprenditori che si lamentano della mancanza di specialisti che vorrebbero assumere. Siamo cioè di fronte a una mobilità frenata dove la vera mancanza risiede nell’assenza di qualcuno che aiuti i giovani a orientarsi sul mercato del lavoro e a comprenderne le logiche e le dinamiche.

Il bilancio complessivo dell’indagine LAST mette in luce come la percezione di appartenenza ad una classe sociale oggi sia sostanzialmente identica a quella di cinque anni fa. La maggioranza degli italiani si ascrive al ceto medio (58,4%). Una parte consistente si colloca nella classe medio-bassa (28,9%), il 12,8% si colloca nella parte medio-alta della gerarchia sociale.

Sostanzialmente le stesse percentuali di cinque anni fa: “nell’arco di un lustro, le posizioni nella stratificazioni dei ceti parrebbero immutate” scrive Daniele Marini.

Esistono però tante diverse “Italie”.

Il Nordest è l’area che presenta le maggiori disuguaglianze tra italiani. Il meridione, il territorio che ne evidenzia meno.

La povertà relativa interessa un totale di quasi 9 milioni di cittadini (il 15%): al Nord il fenomeno è in via di peggioramento, mentre sorprendentemente al Sud è in via di miglioramento.

Nel quinquennio esaminato dall’indagine LAST, quasi i tre quarti degli italiani hanno la consapevolezza che l’ascensore sociale sia rimasto bloccato: “praticamente nessuno fra chi si colloca nei ceti medio-bassi – scrive Marini – sperimenta un’ascesa sociale (3,3%). Perlopiù rimangono bloccati (60,8%), ma uno su tre (35,9%) vede peggiorare le proprie condizioni. Per contro, il 69,2% di chi appartiene ai ceti medio-alti mantiene il livello e il 26,3% migliora ulteriormente le condizioni socio-economiche.”

In sintesi, l’indagine LAST ci lascia una fotografia di un Paese in cui gli italiani collocati nelle fasce più basse, e cioè la maggioranza, non ha molte possibilità di cambiare il suo status, tantomeno di salire. Anzi, per un terzo di essi, la probabilità di scendere è molto elevata. Il ceto medio tende a conoscere, al più, una mobilità orizzontale. Chi invece non conosce un’erosione sono i ceti medio-alti ai quali le opportunità di ascesa non mancano. Come ho scritto di recente, in questo contesto, una crescita zero come quella che sta caratterizzando questo 2019, è un ulteriore elemento che irrigidisce la già bloccata da tempo mobilità sociale: “è l’immagine di un’Italia – conclude Marini – bipolare e immobile, dove il sentimento di frustrazione rischia di tramutarsi in risentimento.”

Un’Italia dove Qualcuno questa realtà la conosce bene, la enfatizza, la manipola, la usa per un consenso personale che, forse, non coincide con quello del Paese.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

Discussione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *