Sembra che una linea di pace per i territori sul confine orientale italiano sia difficile, se non impossibile, da trovare. Da oltre cent’anni a questa parte forze politiche di destra e di sinistra, polemisti che si ergono a storici, scrittori, organi di disinformazione, continuano a seminare odio in mezzo a una popolazione, quella istriana, fiumana e dalmata la cui caratteristica è stata la pacifica convivenza, per secoli, sugli stessi territori di etnie diverse, quella croata, italiana e slovena. Una convivenza, per altro, che ha portato alla creazione di non poche famiglie miste (chi scrive fa parte di una di queste). 

Gli spargitori di odio giocano sporco intingendo il pane con tutte le dita nella teoria della contrapposizione razziale,  come se fosse stata questa all’origine della tragedia di quelle terre e non, invece, i totalitarismi del ventesimo secolo, ovvero il fascismo prima e il comunismo poi. Se, nel corso del Novecento, aspetti etnici ci sono stati – e ci sono stati –  questi sono di rimessa, provocati alla base da cause politiche, ideologiche, che furono determinanti nel soffiare sul fuoco dei nazionalismi che sempre latitano nella pancia di qualcuno, per lo più minoranze, per le ragioni più varie, e non, certo, di una resa dei conti tra le etnie di appartenenza all’interno della popolazione istriana. Se si dovesse trovare una causa prima, bisognerebbe partire dall’Impero austro-ungarico che su questi territori prese a soffiare sul fuoco del nazionalismo slavo contro gli italiani perché, a ragione, indispettito dalla rottura da parte dell’Italia della Triplice Alleanza per passare, con il Patto di Londra del 1915, armi e bagagli con i paesi della Triplice Intesa che, in caso di vittoria della guerra, le avevano promesso Trento e Trieste, l’Istria e il dominio sull’Adriatico, ritrovandosela da un giorno all’altro da alleata a nemica. Le reazioni poi si sono succedute a catena, coinvolgendo formazioni politiche estremiste, ben identificate, non certo le intere popolazioni. Vinta la guerra e annessi i territori, l’Italia, purtroppo, passò poco dopo dalle mani liberali di Giolitti e Sforza, ben consapevoli della multietnicità delle terre adriatiche, in quelle di Mussolini che, instaurata la dittatura fascista, procedette in Istria e a Fiume nella dissennata campagna forzata di italianizzazione delle popolazioni slave, da Mussolini definite barbare, ma non tanto da  fargli stringere una forte alleanza ideologica e politica con il movimento ustascia di Ante Pavelić fino ad arrivare alla formazione dello Stato Indipendente di Croazia con l’insediamento sul trono di Zagabria del principe Aimone di Savoia-Aosta, col nome di Tomislav II. 

Quando si arriverà alla seconda guerra mondiale, vedremo che alleanze e nemici saranno trasversali: fascisti italiani, ustascia croati e domobranci sloveni da una parte, antifascisti – bianchi e rossi – croati, sloveni e italiani dall’altra. Con la differenza, per quanto riguarda questi ultimi, che se in Italia a guidare la Resistenza furono tutte le forze politiche appartenenti a quello che si raccoglierà nel cosiddetto arco costituzionale, in Istria e a Fiume, come nella Jugoslavia, il Partito Comunista Jugoslavo procedette alla eliminazione delle altre forze politiche antifasciste, ergendosi a unico arbitro del destino dei territori fino alla Venezia Giulia compresa. Non è un caso, a conferma della decisa impronta ideologica, che nelle due foibe scoperte recentemente in Slovenia, le centinaia di morti che sono state trovate, vittime della violenza titina, fossero nella stragrande maggioranza sloveni. In Istria e a Fiume la stessa persecuzione degli italiani di Tito, cominciata nel corso della guerra e proseguita impunemente nel dopoguerra fin oltre gli anni Cinquanta per un disegno esclusivamente politico, dovuto alle  ambizioni annessionistiche di Tito, per le quali, se voleva jugoslave l’Istria e Fiume (e Trieste) la forte componente italiana in quelle terre doveva diventare minoritaria, meglio se irrilevante.  A riguardo, non è un caso che tra le vittime di Tito ci fossero anche molti esponenti della Resistenza che si opponevano all’annessione delle terre giuliane alla Jugoslavia (emblematica a riguardo la strage di Porzüs).

La rimozione di tutti questi aspetti è, naturalmente, a sinistra un escamotage retorico che serve, agli ideologi di oggi e di ieri, a sollevare i comunisti titini – strumentalmente identificati con le popolazioni slave tout court – dalle gravi responsabilità che hanno avuto  su quanto avvenuto sul confine orientale con le foibe e l’esodo di migliaia di persone, il più grande nella storia di quelle terre, e a destra una riedizione del nazionalismo che non vede i soprusi fascisti in Istria né le tante vittime croate e slovene, limitandosi a quelle italiane come se fossero le uniche, che il comunismo di Tito ha causato (prima ancora degli omicidi e deportazioni dei loro compagni di indirizzo stalinista a Goli Otok e in altri campi d’internamento)

Il limite degli spargitori di odio che, invece di lavorare – sull’esempio dei tre presidenti delle Repubbliche di Croazia, italiana e slovena, e più recentemente di Mattarella e Pahor in quel tenersi per mano di fronte alla foiba di Basovizza –  a una ricomposizione delle incomprensioni sorte tra i popoli, a causa dei totalitarismi, nel corso del ‘900 ,  continuano ad alimentare la contrapposizione italiani/slavi, a seconda della propria posizione ideologica: se di estrema destra definendo “italianissime” le terre giuliane, se di estrema sinistra nel riproporre la presenza italiana in Istria e a Fiume come un’occupazione indebita, quasi colonialista. Ne conseguono strumentalizzazioni di parte che,  rimuovendo dalla memoria le tante vittime, italiane, croate e slovene del fascismo e del comunismo, vengono usate a fini di lotta, o comunque, di polemica politica, raccogliendo le intere popolazioni slave sotto la bandiera del comunismo titino, e gli italiani, anzi degli istriani, fiumani e dalmati di etnia italiana tutti sotto quella del fascismo. Il che è fuori dalla verità storica.

In questo faccio mie le parole di Magris che ha scritto in occasione della prefazione a “Necropoli” di Boris Pahor, in merito alle colpe date dallo scrittore sloveno alla “nazione italiana” di aver oppresso gli sloveni. Scrive Magris: “In questo senso, la frase di Necropoli citata in precedenza contiene un’espressione inesatta, perché non è stata ‘la nazione’ italiana a opprimere gli sloveni, così come non è ‘la nazione’ slovena o croata o serba responsabile delle violente e indiscriminate ritorsioni compiute alla fine della guerra contro gli italiani né ad esempio dell’eccidio dei domobranci, i collaborazionisti sloveni, e di ustascia e cetnici compiuto dai titoisti nel 1945 e denunciato – oltre che dal grande scrittore sloveno Drago Jančar – in un libro-intervista con Edvard Kobcbek dello stesso Pahor (punito per questo col divieto di entrare in Jugoslavia per un anno) che pure era stato consegnato alla Gestapo proprio dai domobranci”. 

E’ necessario a questo punto un cambiamento di paradigma che neutralizzi gli spargitori di odio portando le genti istriane delle diverse etnie e i loro rappresentanti sui passi che già le diplomazie di Italia, Croazia e Slovenia e le maggiori associazioni di Esuli e Rimasti, hanno compiuto per ritrovare tutti, mano nella mano, lo spirito della storica, pacifica convivenza che i totalitarismi del Novecento hanno brutalmente interrotto nel corso secolo breve.

Diego Zandel