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Coronavirus, Intelligenza Artificiale e Big Data: un’opportunità sinora persa

Saremmo stati tutti, o comunque la stragrande maggioranza di noi, pronti e disponibili a sacrificare la nostra privacy pur di aiutare il processo di accelerazione del contrasto al contagio e alle conseguenti perdite umane.

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C’è qualcosa che mi sfugge.

Non riesco a venirne a capo.

Cerco di spiegarmi meglio: fino allo scoppio della catastrofe Coronavirus, parlo quindi del gennaio scorso, soltanto di due mesi fa, la discussione a livello mondiale, tra politici, economisti e giuristi, era caratterizzata dalla questione sul come arginare lo strapotere delle multinazionali del web che, ormai, hanno in mano tutti i nostri dati, sensibili e non, e fanno scorribande selvagge nel mercato globale, a loro piacimento, non pagando sostanzialmente imposte e valorizzando la loro posizione dominante.

A fronte di questo inedito e strapotente oligopolio ristretto dei nuovi capitalisti del III millennio, si riconosceva l’esistenza però di alcune positività.

O almeno, sembrava che ci fossero: così ci veniva detto e scritto da autorevoli esperti di questa industria.

Nell’ultimo decennio, infatti, i colossi dell’economia digitale, soprattutto americani e cinesi, hanno investito moltissimo nell’Intelligenza Artificiale, applicata alla medicina, dalla diagnostica per immagini ai sistemi predittivi di diffusione delle malattie.

Proprio l’ideale per evitare o comunque prevenire pandemie di ogni tipo, proprio come il Coronavirus.

Il grande progresso che si è registrato negli ultimi anni in questo settore è merito sia della medicina moderna, sia della sinergia che si è creata tra la scienza sanitaria e le grandi società dei Big Data.

Lo scambio continuo di informazioni e l’analisi dei dati ci permettono oggi, almeno così ci hanno raccontato, di contenere e limitare molto meglio i danni da pandemie rispetto a quello che sarebbe successo anche soltanto un secolo fa ai tempi della Spagnola.

Proprio in Italia, a Torino, abbiamo uno dei centri di eccellenza specializzati in questa materia, più autorevole e stimato nel mondo.

Sto parlando della Fondazione Isi, diretta dal Prof. Mario Rasetti, già consulente della Casa Bianca, ai tempi di Obama, per la gestione della crisi causata dal virus Ebola. Fondazione oggi auspicabilmente coinvolta dal nostro governo per supportare i politici nella difficoltà di scegliere gli interventi migliori per arginare in qualche modo il contagio.

Ebbene, nonostante questi straordinari ed inimmaginabili progressi e nonostante le evidenze provenienti sia dalla Cina sia, soprattutto, dalla Corea del Sud, di quanto possano essere utili questi strumenti per la gestione di una crisi pandemica, noi in Italia ci siamo arrivati tardi e, forse, senza neanche un metodo scientifico organizzato e programmato con efficienza.

Un esempio per tutti: soltanto in questi giorni, dopo oltre un mese cioè dal primo decreto emergenziale, il nostro Garante della Privacy (tra l’altro, sempre in regime di prorogatio) ha dichiarato pubblicamente che la normativa sulla privacy può essere derogata in presenza di un cataclisma sanitario.

Bontà sua! Il principio era scritto proprio nella norma.

Così abbiamo perso tempo, discutendo amabilmente “al bar” se fosse lecito ed opportuno applicare un controllo rigoroso sui comportamenti degli italiani attraverso il GPS o i droni, strumenti che avevano dato ottimi risultati proprio in Corea del Sud.

Ci siamo resi conto tardi e in ritardo che ciò sarebbe stato lecito, tecnologicamente possibile, socialmente opportuno e sanitariamente necessario fin dal primo giorno della conclamata emergenza sanitaria.

Detto questo dei nostri governanti, il problema non è stato apparentemente solo italiano.

Dal digitale ci si aspettava qualcosa in più: e invece, in pochissimi, anche quando l’epidemia era ormai accertata a Wuhan, hanno previsto la portata reale del contagio.

Le istituzioni politiche internazionali si sono limitate a fotografare il presente senza porsi il problema del domani.

Il che, con una sintomatologia a volte assente o che incuba per oltre 10 giorni, significa al massimo fotografare il passato e quindi reagire drammaticamente e sempre in ritardo.

Ma non basta, purtroppo: paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra sono andati avanti per giorni facendo quasi finta di nulla.

Come è possibile che questo accada nell’era dei Big Data e dell’Intelligenza Artificiale?

Per insipienza, arroganza, presunzione?

Certo, un cittadino normale fa fatica a capire i perché di tale lentezza e sottostima di quanto accaduto.

Saremmo stati tutti, o comunque la stragrande maggioranza di noi, pronti e disponibili a sacrificare la nostra privacy pur di aiutare il processo di accelerazione del contrasto al contagio e alle conseguenti perdite umane.

Come mai, pur potendo contare su tutta l’innovazione tecnologica che ho citato, si è perso tanto tempo e, ancora oggi c’è la sensazione che non venga sfruttato al meglio tutto il potenziale “magazzino” dell’innovazione proveniente dallo sfruttamento e valorizzazione dei Big Data e della Intelligenza Artificiale applicati alla medicina?

Una delusione o una opportunità sprecata o qualcosa d’altro?

Ci è sempre stato detto che gli algoritmi ci avrebbero aiutato a vedere quello che non vediamo, ad anticipare i problemi aiutandoci a risolverli in via preventiva.

Questa volta, dobbiamo prenderne atto, non è successo.

Riccardo Rossotto

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Riccardo Rossotto
"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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