Mi piacerebbe prendere il Piave dalla sorgente e scendere, scendere, scendere fino al mare.

Chissà se riuscirò prima o poi a farlo.

A Vas non trovo il cimitero militare tedesco di cui mi hanno parlato.

Il tempo è sempre troppo poco, quindi preferisco andare sul sicuro.

Sulla destra, scendendo verso sud, trovo il Sacrario ai Caduti Francesi che – ricordo – con gli Inglesi e gli Americani sono venuti a dare man forte alle truppe italiane nella primavera del 1918 (va ricordato che anche le truppe italiane andarono a dare man forte a Francesi e Inglesi sul Fronte Occidentale dove, al comando del Generale Albricci, si fecero onore come si eran già fatti onore nel 1914 i volontari in camicia rossa guidati dai nipoti di Garibaldi).

Giunto a Vidor vado sulla sponda opposta a quella del Montello: questa è la zona delle meravigliose colline di Valdobbiadene e sopra ancora ricordo un bellissimo posto, il Rifugio “Posa Puner”, dove mi ha portato a pranzo sempre l’amico Flavio: cucina saporita e di territorio, gran vista sulla pianura, balcone sui vigneti del Valdobbiadene DOCG (che cosa vuoi di più?!).

Si arriva subito, lungo il Piave, all’altezza del Parco dell’Isola dei Morti: si chiama così perché tanti furono i cadaveri portati dalla corrente del fiume che si accumularono al punto da formare un’isola.

Percorrendo la strada verso sud tutti i paesini (Moriago della Battaglia, Sernaglia della Battaglia, Falzè di Piave) hanno reperti, ricordi, luoghi della Grande Guerra.

Al Ponte della Priula attraversiamo il Piave e torniamo in prossimità di Nervesa giusto per vedere la famosa chiatta restaurata posta lungo l’argine con le bacheche esplicative di quanto accaduto.

E poi giù giù verso il Sacrario di San Biagio di Callalta (frazione di Fagarè della Battaglia): l’ho trovato diverse volte chiuso, ma poi finalmente sono riuscito a entrare.

Anche qui sono oltre 10.000 i soldati che riposano e più della metà sono militi ignoti.

Nel cortile ci sono quei famosi muri sbrecciati con le famose scritte a pennello: “Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati” e “Meglio vivere un giorno da leone che cento da pecora!”.

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Ancora a sud per arrivare a quell’ansa del fiume e quell’argine dove fu ferito Hemingway, a Fossalta di Piave, con un ponte di barche percorribile ancora a pedaggio.

C’è il sacello, la bacheca, le foto.

Lui, baldo Americano, giunto qui con la Croce Rossa: quella granata, quella scheggia…

Qui l’argine è tutto verde e il fiume, tranquillo, è tutto diverso da quel corso pietroso e con le “grave” che si è visto scendendo.

Mi siedo sull’erba e canticchio “La notte di Hemingway”, bella canzone di Alberto Cantone.

In una trattoria a poche centinaia di metri ho pranzato anni fa dopo un’impegnativa udienza a Venezia: le pietanze erano piacevoli, il sottofondo della parlata veneta leggero e ho bevuto un Raboso rosato frizzante sul quale Hemingway avrebbe scritto un racconto.

Scendo ancora verso Ponte di Piave, anche perché voglio andare alla Cantina Sociale.

Anzi, scendo sotto il ponte di Ponte di Piave per fare due passi lungo il fiume.

Qui sono ricomparsi i ciottoli, ben levigati dalla corrente.

Ne scelgo alcuni: faranno compagnia al sanpietrino sotto il sedile.

“Si sa mai”.

Sorrido tra me e me.

Claudio Zucchellini

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Claudio Zucchellini

Avvocato, Consigliere della Camera Civile di Monza, attivo in iniziative formative per Avvocati, Università, Scuole e Società Civile.

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