Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Don Lorenzo Milani, prete
“scomodo” e punito dalla stessa Chiesa, per le sue idee e la sua vicinanza
agli ultimi ed ai poveri.

Nacque il 27 maggio 1923 a Firenze da famiglia benestante: la madre, Alice
Weiss, era figlia di ebrei boemi che si erano trasferiti a Trieste per lavoro,
mentre il padre, Albano Milani, era figlio di Luigi Adriano Milani, archeologo e
Direttore delle Antichità della Toscana che, in questa sua veste, partecipò alle
campagne di scavi nella necropoli etrusca, che si tennero agli inizi del ‘900, in
Castiglioncello, in occasione della costruzione della ferrovia che doveva
collegare Livorno al nascente stabilimento della Solvay a Rosignano.

Un prete che voleva condividere la sua vita con i poveri

Nulla avrebbe fatto supporre che da questi anni spensierati vissuti tra la bella
casa di Firenze, la tenuta di campagna di Montespertoli e la villa al mare, a
Castiglioncello, chiamata Ginepro, con giochi con i cugini ed i figli di altri
villeggianti altrettanto ricchi e fortunati, sarebbe poi sorta la vocazione e la
sua scelta di essere un prete che voleva condividere la sua vita con i poveri,
soprattutto al fine di elevarne la cultura. La sua prima destinazione, dopo un breve incarico come coadiutore del parroco a Montespertoli, fu quella di Calenzano ove egli attivò una scuola popolare, aperta a tutti i giovani, il cui motto era “imparare ad imparare”.

Nel dicembre del 1954 trasferito a Barbiana

Gli anni trascorsi in quel paese lo portarono a scrivere Esperienze pastorali,
libro che venne proibito dal Sant’Uffizio con un decreto del 1958, che ne
vietava la stampa e la diffusione; divieto caduto solo nel 2014!
Nel dicembre del 1954, a causa dei contrasti con la Curia di Firenze, venne
trasferito a Barbiana, una piccola frazione di Vicchio, un paese di montagna
nel Mugello. Era evidente l’intenzione delle gerarchie ecclesiastiche di “confinare” in un
luogo isolato un prete scomodo affinchè non desse più “fastidio”, come era avvenuto con la scuola popolare aperta a tutti e con le sue prediche domenicali a Calenzano.

La decisione della Curia si rivelò errata perché ciò non fece che rafforzare il
carattere di Don Milani e la sua scelta di vita di dedicare ogni energia, dopo
gli studi in seminario e nelle lingue straniere (egli conosceva e parlava
inglese, francese, tedesco, spagnolo, latino ed ebraico), all’insegnamento per
i giovani, dapprima a Calenzano, come si è visto, poi a Barbiana.
Proprio in questo piccolo mondo rurale egli sviluppò le sue principali opere,
ad iniziare dalla replica ad un documento dei Cappellani militari della
Toscana, nel quale si considerava “un insulto alla patria ed ai suoi caduti la
cosiddetta obiezione di coscienza che, estranea al comandamento cristiano
dell’amore, è espressione di viltà”.

La Lettera ai Cappellani Militari, pubblicata su Rinascita il 6 marzo 1965

Don Milani replicò affermando che le guerre le fanno le nazioni e non certo i
poveri che ne sono le prime vittime, mentre la riprova del coraggio delle
proprie idee era dimostrata dal fatto che gli obiettori di coscienza erano
disposti addirittura a subire il carcere militare piuttosto che rinunciare ai propri
ideali di pace. La Lettera ai Cappellani Militari, pubblicata su Rinascita il 6 marzo 1965,
provocò le reazioni degli ambienti militari e così, per le sue idee contrarie alla
vita militare ed ai Cappellani militari, Don Milani subì un processo per
apologia di reato; assolto in primo grado evitò la condanna del secondo grado
(che venne inflitta al direttore della Rivista sulla quale il testo venne
pubblicato) solo perché egli nel frattempo era già deceduto.

Il suo ultimo scritto Lettera ad una professoressa

Il suo ultimo scritto fù Lettera ad una professoressa, ove egli spiegava il suo
metodo di insegnamento a favore dei ragazzi poveri di Barbiana (che si
basava su una scuola a tempo pieno, per tutto l’anno, con analisi di fatti di
attualità, discussioni in gruppo e con l’aiuto ai più piccoli da parte dei più
grandi), criticando il sistema scolastico dell’epoca, che escludeva proprio i
bambini che più avevano necessità di imparare, che non godevano dei privilegi delle famiglie benestanti, non possedevano libri, non potevano permettersi ripetizioni, ecc..

Dal 1967 la Scuola di Barbiana

Il libro sulla scuola venne materialmente scritto dai ragazzi che, insieme a
Don Milani, che era già all’epoca ammalato, lo lessero nelle loro famiglie e lo
corressero più volte, in modo che il testo fosse comprensibile, facile da
leggere per tutti. Il libro venne quindi pubblicato un mese prima della sua
morte, avvenuta il 26 giugno 1967 e come autore Don Milani volle che
figurasse proprio la “Scuola di Barbiana”. Le sue idee, seppur contrastate con veemenza, contribuirono sia alla introduzione della norma che consentirà ai giovani “l’obiezione di coscienza”, senza più rischiare, come in passato, il carcere; sia ad un notevole
svecchiamento della scuola, nel senso che la sua innovativa pedagogia si
inserì con forza nel dibattito che si sviluppò in quegli anni sulla necessità di
una riforma della scuola, che, in Italia, si basava ancora sui principi stabiliti
nel 1925 dal filosofo Gentile, all’epoca del sorgente fascismo.

Morì a 44 anni

Don Milani morì in giovane età, a 44 anni, per un linfoma e volle essere
seppellito nella sua amata Barbiana, in abito talare e con gli scarponi ai piedi,
a testimonianza della tanta strada percorsa per convincere i ragazzi che
vivevano nelle frazioni più isolate a venire alla sua scuola per imparare.

Alessandro Re