Non è mai facile scrivere di frontiera. Soprattutto non lo è per quelle frontiere la cui storia, nei secoli e in particolare negli ultimi cento anni, le hanno reso mobili, abitate come sono sempre state da popoli diversi per etnia, lingua e cultura. Frontiere, ad esempio, come quella italiana orientale, che il siciliano Giuseppe A. Samonà ha tentato di raccontare nel suo libro “La frontiera spaesata – Un viaggio alle porte dei Balcani”, edito da Exorma, che al pregevole tessuto della scrittura e di certe descrizioni non accompagna, però, un’adeguata comprensione dei territori, condizionata com’è la visione da una lente ideologica pregiudiziale che disturba la lettura. Eppure Samonà, a un certo momento del suo racconto, fa un’affermazione che ben inquadra i problemi di quanto è accaduto negli ultimi cento anni su quella frontiera quando scrive che questi “sono sempre politici, nel senso più largo del termine, e non etnici”.

La giusta affermazione di Samonà è però contraddetta dalla sua miopia ideologica che arriva a vedere solo le sicuramente gravi responsabilità politiche del fascismo, che ha colpe nella forzata italianizzazione di una regione straordinaria per il suo essere sempre stata multietnica e multilinguistica, e in parte anche multiculturale (anche se, su questo punto, si può dire che esiste – o, forse sarebbe meglio dire: esisteva – una peculiare cultura istriana, non italiana né slava, ma insieme italiana e slava, che univa tutte le genti che la componevano, e ora solo in parte la compongono); ma è del tutto cieco, l’autore, sulle non meno gravi responsabilità, altrettanto politiche, del comunismo che – contrariamente alla visione unicamente teorica di cui è portatore – ha agito con una tale violenza sul popolo istriano e fiumano da provocare il più grande esodo della Storia da quei territori (per altro in tempo ormai di pace).

Samonà, se più e più volte ritorna sul fascismo, scrivendone a chiare lettere la parola, non nomina mai – mai – il termine comunismo. Ne ha quasi pudore. Eppure non tace sui massacri avvenuti con l’occupazione jugoslava, ricorda l’esodo, la sua letteratura, ma lo fa come se tutto ciò fosse il frutto di un destino cinico e baro rovesciatosi, chissà da parte di chi e di che cosa, e solo per colpa del fascismo, sulle popolazioni istriane e fiumane. Non usa il termine comunismo neppure quando cita l’accanirsi di Tito sui compagni di rito staliniano, comunisti come lui, arrestati, torturati e ammazzati nei lager che aveva per essi allestito in Bosnia e, in quello più feroce di tutti, di Goli Otok (non nominato). Ne accenna per linee generali a proposito degli operai monfalconesi che, nell’ambizione di aiutare la costruzione socialista della Jugoslavia, andarono a occupare i posti di lavoro lasciati vuoti nei cantieri navali di Pola e di Fiume dagli operai istriani e fiumani, in gran parte fuggiti da quel paradiso socialista che si stava profilando. Scrive a riguardo della scelta dei monfalconesi: “Avventura affascinante, anche se breve e tragica, certo, perché quegli operai, fedeli all’internazionale di Stalin, diventarono nemici dopo la rottura con Tito del 1948: ma appunto, si erano mossi per un progetto, un’idealità politica, non in base ad un’appartenenza etnica, ed è per quei motivi politici, non etnici, che furono perseguitati….”. Niente di più. Bastonate, torture, omicidi, violenze di ogni genere, morti ammazzati (40 tra i monfalconesi) sono rimosse. Il fatto che carnefici e vittime fossero seguaci della stessa ideologia per l’autore rimane sullo sfondo, come se fosse un aspetto secondario, tanto che inutilmente cercheremmo tra le righe una sola parola di critica, rispetto alle tante che – giustamente, non finirò mai di ripeterlo – usa per le nefandezze fasciste. E, questo, nonostante Samonà scriva “Se ci si ferma ai torti subiti, senza porsi il problema dei torti subiti dagli altri, si avrà per forza una visione deformata della Storia”. Appunto.

Tanto che, a un certo momento, Samonà si dimentica della politica.  E lo fa quando, in una delle tante volte in cui ritorna sulle indubbie, gravi responsabilità fasciste nella repressione antislava, “con l’apoteosi particolarmente cruenta dell’occupazione bellica del ‘41 sino al disastro finale” parla di “una terribile legge del contrapasso”, per la quale si ha la “vendetta slava” (ci ritornerà anche più avanti quando parlerà di “spietata vendetta dei liberatori slavi” come se tra i partigiani non ci fossero stati italiani). Ma come? Qui la politica non c’entra più e le reazioni si fanno improvvisamente etniche? E poi perché proprio contro le popolazioni istriane e fiumane, che avevano sempre convissuto in pace tra loro, pur appartenenti a etnie diverse, dovevano diventare il capro espiatorio di quanto il fascismo e l’esercito italiano – dettaglio non da poco: composto da soldati provenienti da ogni regione italiana –  avevano commesso durante il ventennio e la guerra nei Balcani? E i massacri di migliaia di slavi – sloveni, croati, serbi, bosniaci, montenegrini –  che l’esercito di Tito, in quello stesso contesto, ha attuato? Tutti ustascia, domobranci, cetnici? Può darsi, anche se la recente scoperta di due foibe in Slovenia ha riportato alla luce decine e decine di cadaveri, tra cui molte donne e bambini legati ai polsi tra loro da filo spinato. No, nessuna vendetta slava, etnicamente intesa, ma ancora e sempre ragioni politiche: nel resto della Jugoslavia con la repressione di quanti si opponevano al predominio comunista del paese, in Istria e a Fiume il disegno ambizioso, e in gran parte riuscito, di annettersi l’intera Venezia Giulia e chiunque si opponesse ad esso – come era per tanti partigiani che avevano combattuto per liberare le loro terre dal nazifascismo, non per regalarle a Tito – veniva passato per le armi. Persecuzioni, foibe, sparizioni, sfratti, vanno tutti ricondotti a questo (il che, certo, non esclude episodi di violenze private, vecchi conti da regolare, invidia sociale, ma la guerra ha dato l’opportunità a qualcuno di compierle impunemente).

Sì, Samonà lo fa presente, ma come en passant, e lo mette infatti solo tra lineette “molto contarono anche superiori progetti annessionistico-rivoluzionari della nuova dirigenza jugoslava”, ma preferisce la versione ipocrita della “vendetta slava” così da attribuire la colpa di quanto è successo interamente al fascismo e, così, sollevare il compagno Tito – trasudante solo Fratellanza e Unità – da intenzionalità che non erano proprie della palingenesi sociale che ispirava la sua azione, così da sottrarlo dalle sue pesanti responsabilità.

Samonà, purtroppo, fa qui sua una narrazione indebita che nasce dal mito resistenziale che poggia su un equivoco intenzionalmente diffuso dal PCI per coprire le sue complicità con il movimento di Tito: quello di aver voluto collegare, del tutto impropriamente, la Resistenza italiana alla Lotta popolare jugoslava. E’ come se si fosse rimosso o, comunque, sottovalutato il fatto che mentre la Resistenza italiana è stato il risultato di una larga unità antifascista da parte di tutti i partiti che avrebbero dato vita al cosiddetto arco costituzionale, viceversa la lotta popolare jugoslava, presa a un certo punto in mano dal maresciallo Tito con l’appoggio inglese, si è adoperata per emarginare progressivamente – e neppure tanto progressivamente – fino alla eliminazione fisica, tutti coloro, che non erano comunisti (è sufficiente leggere il libro dello storico sloveno Bogdan C.Novak “Trieste 1941-1954”, edito da Mursia, per avere un primo quadro sugli atteggiamenti di Tito nei confronti dei resistenti tra la popolazione in particolare slovena che non aderiva al comunismo). Stessa sorte per gran parte dei combattenti italiani, comunisti e no, fatti fuori non perché erano italiani, ma semplicemente perché si rifiutavano, una volta liberatisi dal nazifascismo, di vivere in una nazione, una patria, una bandiera che non era la loro. E molti neppure sotto un regime che riproponeva condizioni di oppressione tali da fare il paio con quello contro il quale avevano combattuto. Per fare solo un esempio di quanto è accaduto nella mia città d’origine, Fiume, le prime eliminazioni da parte dei partigiani, avvenute lo stesso giorno della loro entrata in città, il 3 maggio 1945, sono state quelle degli antifascisti: i tre capi autonomisti e il segretario, croato, del Partito liberale croato (che per inciso voleva Fiume croata, ma non comunista).

La Storia, giustamente, non si fa con i se, ma è plausibile che se l’annessione dei territori fosse avvenuta da parte di forze composite, espressione nel loro insieme di una democrazia liberale e pluralista, tipica del mondo occidentale, la gran parte degli istriani e dei fiumani, abituati da secoli alla convivenza tra genti diverse, spesso intrecciate tra loro a livello famigliare (chi scrive, ad esempio, appartiene a una famiglia mista, italo-croata), non si avrebbero avute le devastanti conseguenze che hanno provocato un cambiamento addirittura genetico nella composizione degli abitanti di quei territori, con il vuoto demografico lasciato con l’esodo degli istriani e dei fiumani dalle terre per molti di essi avite, vuoto che Tito  successivamente avrebbe provveduto a riempire con gente proveniente da più parti della ex Jugoslavia, del tutto avulsa dalla cultura istriana, sia italiana che slava, che ha sconvolto il tessuto storico, umano e culturale della regione, facendo della componente italiana una minoranza.

Altri appunti sul libro, a mio avviso, risultano fuorvianti quando non frutto di ignoranza. Mi riferisco in particolare ai nomi delle città. L’autore gioca molto sui nomi di queste, come se quelli attuali, nelle loro indicazioni, cartelli e quant’altro, sostituissero i nomi “di una volta”. “Ora passato il confine” scrive Samonà “c’è l’amica Slovenia, eppure da subito – appunto se con valigia – si parte lontani: Koper, verso Koper, almeno attraverso il finestrino, è definitivamente straniera, Capodistria è dissolta”. Oppure, in altra parte scrive ancora “Fiume, oggi Rijeka” e così via in altre pagine, per altri nomi di città, come se davvero oggi i nomi italiani delle città fossero stati cambiati, quando in realtà per gli italiani sono sempre quelli, sempre gli stessi, così come Parigi è Paris per i francesi, Londra è London per gli inglesi, Atene è Athina per i greci. Capodistria, Fiume, Umago, Pirano, Cittanova, Pola: non è che hanno cambiato nome, cioè che sono diventate da una certa data in poi Koper, Rijeka, Umag, Piran, Novigrad, Pula, bensì hanno semplicemente assunto, per gli abitanti sloveni e i croati, il nome che hanno sempre avuto nella lingua appartenente allo Stato a cui oggi appartengono. La stessa Trieste è Trst per gli sloveni, mentre Fiume è Reka per gli sloveni così come Rijeka per i croati. Tutto dipende dalla lingua in cui si parla. Personalmente, quando parlo con un croato io mi presento “Ja sam iz Rijeke” non “Ja sam iz Fiume”, ma se il mio interlocutore è italiano gli dico “Io sono di Fiume” non “io sono di Rijeka”. Alla stessa maniera Zagreb per noi è Zagabria, Beograd è Belgrado. Ma l’autore de “La frontiera spaesata” è egli stesso spaesato al punto che arrivando a Zagabria, e pur scrivendo in italiano, si diletta a chiamarla con il suo nome croato, cioè Zagreb “più adatto (e perché mai? n.d.r) di quello italianizzato (italianizzato? n.d.r.)”, non solo perché a lui piace più ma anche perché, nel prosieguo del viaggio, scrive, non sentirà più da nessuno chiamare Zagreb con il suo nome italiano di Zagabria. E ti credo! Ma nel prosieguo del viaggio anche se capiterà di parlare di Roma, nessuno mai la sentirà pronunciare con tale nome, perché Roma da queste parti è Rim. Anche sul piano della toponomastica non c’è analisi, ma irrigidimento ideologico. Ad esempio di fronte al fatto che l’ex Piazza Tito di Zagabria, pardon Zagreb, sia diventata ora piazza della Repubblica, egli rivela la sua stizza ostinandosi a chiamarla piazza Tito, senza far capire così al lettore quanto il regime comunista, con la sua dissoluzione, abbia lasciato tante di quelle scorie che hanno costituito il seme di quei nazionalismi locali, altrettanto laceranti da portare alla guerra degli anni Novanta che sappiamo, per altro dimenticando che anche il nome di Tito dato alla piazza era abusivo rispetto al nome originale che ad essa fu data con la sua presa di potere assoluto.

Per il resto, trovo un bene che l’autore abbia indicato letture di libri che, più del suo, servono a prendere confidenza con quei territori, citando, tra gli altri, i romanzi di Tomizza, della Madieri, di Ligio Zanini e Nelida Milani… Si tratta di scrittori che hanno vissuto sulla propria pelle e raccontato il drammatico passaggio da una dittatura a un’altra, e che hanno saputo coltivare, pur nell’esilio, quello lontano dalla loro terra, come per Tomizza e la Madieri, così come quello interno, altrettanto doloroso, come per Zanini e la Milani, quel senso di una umanità che, seppur faticosamente, contribuisce a restituire, nei limiti del possibile, dati i sostanziosi cambiamenti avvenuti particolarmente negli ultimi 75 anni, la pacifica convivenza tra le etnie che i due totalitarismi, fascista e comunista, hanno determinato a distruggere.

Diego Zandel

Giuseppe A. Samonà, La frontiera spaesata, Exorma, pag. 306, €. 16,00

 

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