Alexandra Dejoli è nata come Aleksandar, ovvero Alessandro, cioè maschio. È nata a Belgrado, in piena Jugoslavia, e si potrebbe pensare, visto il regime socialista allora imperante – tra l’altro più che laico, obbligatoriamente ateista, quindi privo di qualsiasi ipoteca confessionale a scuotere le coscienze – si potrebbe pensare a una sostanziale uguaglianza di tutti i suoi cittadini almeno sul fronte della identità sessuale. Oddio, in Jugoslavia, come negli altri paesi dell’est europeo, non esisteva neppure l’uguaglianza economica: sulla povertà diffusa della gran parte della popolazione, si ergevano le oligarchie di partito che vivevano alla grande, con privilegi di pochi che andavano, a seconda della gerarchia, dalla vita che in occidente era diffusa tra la maggioritaria classe media dei lavoratori dipendenti pubblici e privati, dei commercianti e dei professionisti a quella lussuosa dei pochi alti dirigenti per arrivare all’apoteosi del compagno Josip Broz Tito, per il quale la Jugoslavia intera rappresentava una sua proprietà privata personale. Tito poteva disporre di qualsiasi bene da egli richiesto, anche se si era limitato a dotarsi di 43 proprie residenze private sparse nei luoghi più esclusivi del Paese, di un arcipelago, quello istriano di Brioni, di un panfilo, il Galeb, di un treno personale (il mitico treno azzurro), di riserve di caccia con servitù che provvedeva a spingere i poveri animali, cinghiali o cervi che fossero, verso la postazione di tiro del compagno Tito così da dare a questo la soddisfazione di centrarli bene e di ucciderli. Naturalmente le foto di Tito campeggiavano ovunque, negli uffici, nei negozi, nelle stazioni, (qualcuno, sottovoce per non essere arrestato, sosteneva sarcastico “anche nei cessi, per vedere lo sforzo degli jugoslavi al momento del bisogno”). E poi c’era il compleanno di Tito, stabilito per legge il 25 maggio di ogni anno, l’occasione in cui tutte le scuole del Paese selezionavano gli alunni per una staffetta che attraversava l’intera Jugoslavia per arrivare simbolicamente a Tito, tra un tripudio di balli e di canti ai quali gli alunni delle classi, in costumi tradizionali delle varie regioni, si esibivano dopo un severa istruzione, perché ogni movimento doveva essere perfettamente coordinato a far fare bella figura ai singoli istituti.

È a uno di questi compleanni che comincia la storia di Alexandra Dejoli, che ora, divenuta la donna che sentiva di essere,  vive e lavora in Italia dopo essersi laureata in Storia presso l’Università di Belgrado e, quindi in Storia medioevale presso la Pontificia Università “Antonianum” di Roma. L’autrice lo racconta nel suo libro autobiografico “Sotto il segno della stella”, rossa ovviamente, e il sottotitolo “Una confessione jugoslava”, edito da PM Edizioni, attraverso la quale fa giustizia di una realtà politica e sociale che tuttora gode di una credibilità che la guerra interetnica, accompagnata da violenze inaudite, cominciata esattamente trent’anni fa e durata per circa un decennio, ha ampiamente sconfessato, portando alla luce del sangue sparso, delle migliaia di donne stuprate e delle centinaia di migliaia di vittime, l’inadeguatezza di un regime ispirato a una ideologia che non è stata neppure capace in 45 anni di esistenza, non dico di attuare una società più giusta, ma neppure di creare una coscienza profonda sul valore della libertà, una cultura della convivenza tra popolazioni diverse, in nome di una gestione politica dello stato affidata al Partito Comunista, con l’obiettivo di scolorire con la forza identità etniche, credi religiosi, tradizioni ataviche, lingue.

È proprio nel corso dei preparativi di uno dei mitici compleanni di Tito che ad Aleksandar viene in qualche modo smascherata la sua, in quel momento, fragile identità sessuale, per altro giudicata subito come una forma di deviazionismo capitalista. Lui si sente già diverso dagli altri e certamente in famiglia prima, con il padre in particolare che comincia a prenderlo di mira per certi suoi atteggiamenti, quindi a scuola, con l’insegnante che, dopo aver fatto alla madre di Aleksandar alcune domande sibilline per l’assenza di ben quindici giorni dalle prove per le danze e i cori in onore di Tito (“Pure gli inferi vinceremo, guidati da Tito lotteremo, i trionfi avremo con ogni mossa, con il nostro Tito e la stella rossa. Chi dice diverso, bugiardo e perverso, sentirà subito la nostra percossa” oppure, in onore della staffetta studentesca che attraversava la vecchia Jugoslava: “Corriamo per morire, nostra vita cinque lire, per la patria che si corre e per Tito che si muore, e più ci vantiamo, che morendo cantiamo”). L’insegnante, la “compagna maestra” chiede alla madre se in casa sia presente la figura paterna, e la madre, poverina: “Cosa intende esattamente, con figura paterna? Ha detto figura, no? Da parte mia, compagna maestra, sono ben dodici fratelli, dodici maschi! Sì, sì, veri maschi, ha detto bene lei compagna, non perché sono i miei fratelli, ma…”. Tornata a casa, stavolta pure la madre è d’accordo con la volontà del padre, di prendere a cinghiate Aleksandar, si raccomanda solo che non lo faccia con i ganci metallici… E il padre a lui: “Te le farò passare io le noie, te li farò uscire dalle orecchie i vizi… Che vergogna mi stai portando a casa!”.

Aleksandar tornerà a scuola, ma l’insegnante di ginnastica di nome Ratko, che aveva imposto subito di chiamarlo solo, per intero “Compagno professore e allenatore superiore” è il primo a farsi beffe di lui, subito imitato dai compagni di classe che, dopo averlo chiamato “ricchione”, “frocio” e quant’altro, non mancheranno di pisciargli tutti, nello spogliatoio della scuola, sugli abiti e le scarpe e le calze, che Aleksandar però orgogliosamente indossa. “Infilai i piedi in quella melma” scrive l’autrice “Li sentivo innaffiati, il calzino tamponato bene, pieno zeppo. Entrai in aula con quel passo, pisciato, puzzolente e così inzuppato da poter fare a malapena quei piccoli passi scoppiettanti. Feci l’intero esercizio con quel pantano. Sgambettavo ugualmente male, facendo gli stessi errori di prima, ma in modo più repellente. Scivolavo sul pavimento con quella puzza stomachevole che mi seguiva. L’istruttore si scambiava  occhiate con gli altri, ridacchiando fra di loro…” tenendolo così per tutto il pomeriggio, cantando “Tito è il nostro sole” e hop,  la piroetta con lo schizzo, “Tito è il nostro futuro” sempre schizzando.

Una umiliazione che lo spingerà ancora a nascondersi, ma uscendo da casa, perché i genitori lo dovevano credere alle esercitazioni. Ma per quanto tempo poteva nascondersi? Il nuovo ritorno fu segnato da calci e un pugno che lo fece sanguinare, con l’istruttore che poi gli ordina di cercare uno straccio e lavare il pavimento del sangue che aveva versato. Ma bastava che si rimettesse in piedi per tornare a sanguinare. Rimase sdraiato tutto il tempo. Si alzò solo alla fine delle esercitazioni quando tutti se n’erano andati. Ma raggiunto lo spogliatoio fu accolto da una grande striscia scritta in gesso “Aleksandar ha le mestruazioni”. Naturalmente le parole “ricchione” et similia si sprecavano. Non c’era pace. Ma, in una società che viveva sulla paura e sulla delazione, ad Aleksandar venne l’idea di trasformarsi in spia. Al direttore della scuola denunciò il compagno professore e allenatore superiore inventandosi che lo aveva sentito parlare male innanzitutto di Jovanka, la moglie di Tito. E, per far vedere come il compagno professore la prendesse in giro, si mise a sculettare davanti al direttore, lasciandogli credere che così facesse l’insegnate. In poco tempo, diventò confidente del direttore della scuola, così facendo spargere la voce che fosse una sua spia, tanto da diventare nientemeno che “pioniere speciale”, mentre tutti, parallelamente, smisero vilmente di schernirlo e di insultarlo per paura che spifferasse qualcosa contro di loro e venissero arrestati. Gli stessi professori lo temevano.  Di quello di storia, ad esempio, non sarebbe servito tirare in ballo la compagna Jovanka, sarebbe bastato solo dire che i suoi insegnamenti “non rispecchiano la tradizione marxista”. “Gli storici” annota l’autrice “non erano difficili da togliere dai piedi. Oppure i geografi! Magari se ne uscivano con un fiume di quelli contesi da secoli fra serbi e croati, fra croati e bosniaci. Se ne trovano quanti vuoi. Un fiumiciattolo solo bastava per farli annegare per sempre!”.

Intanto, il compagno professore e allenatore superiore fu sostituito con una donna. “Mi trovavo meglio da spia che da frocio. Bisogna dirlo! Mi evitavano uguale, ma adesso mi odiavano con un po’ di timore, mi detestavano con un certo rispetto. Poco disprezzo, tanta paura, così percepivo. Un certo panico li prendeva quando gli piombavo vicino. Notavo in loro agitazione, quel tipo di paura che si prova davanti a qualcuno di cui anche una sola parola fraintesa potrebbe crearti dei guai”.

Alexandra scoprirà interamente la sua vera natura, liberandola, prima della morte di Tito, grazie a Lenka, una come lei. Lenka era figlia di una donna separata che cercava compagnie maschili, e perciò, senza un padre era più libera di spogliarsi dei vestiti di maschio e indossare i vestiti della madre, i suoi trucchi, i suoi rossetti, le sue scarpe con i tacchi. Ed ecco Lenka e Alexandra, il sabato sera, truccarsi e vestirsi da donne quali si sentivano, uscire il sabato notte per andare a rimorchiare, magari alla Casa dei Giovani Comunisti, dove si ballava e beveva.

Alexandra si era preparata anche quel sabato 4 maggio in cui morì Tito. La notizia non le era ancora giunta, presa com’era dal pensiero della serata che l’aspettava. E una volta che i genitori erano già a letto, ecco correre, già truccata sul viso, a casa di Lenka per indossare uno dei vestiti sexy della madre di lei. Ma quando arriva, Lenka non è pronta, è ancora con i suoi vestiti maschili. Viene così a sapere della morte del maresciallo. L’intero paese è in lutto. Parlare di feste e di balli non si poteva. Se fossero uscite per quello sarebbero state portate dritte alla centrale di polizia.

Ma come? Era morto e adesso cosa ne sarebbe stato di quella mazza che costituiva la staffetta in onore del compleanno del “Supremo festaiolo” che la televisione di stato trasmetteva in diretta su tutti i canali? Quella staffetta per cui, lungo tutto il percorso, le facciate delle case e le strade venivano ripulite? “A volte si aggiungevano pure delle corrispondenze estere, i cosiddetti ‘stati tradizionalmente amici’, la maggior parte dei paesi non allineati” racconta Alexandra “Erano gli stati africani, asiatici, cubani, i progressisti con le toppe al culo. Trasmettevano, questi amici anti-capitalisti, anti-oscurantisti, anti-tutto, alle loro folle rivoluzionarie, morti di fame tre volte noi, la nostra estasi, il rapimento, la grande festa per il centenario del capo. Eravamo un modello per quelli, pensa un po’!”.

Poi, naturalmente, fu quello l’inizio della fine che avrebbe portato alla guerra. Anche nei luoghi della prostituzione che Alexandra – bionda, bellissima, con il seno che aveva cominciato a crescere – frequentava, nei boschetti tra la Sava e il Danubio, l’atmosfera era cambiata. Se eri bosniaco musulmano il pene circonciso diventava un vulnus, se l’accento linguistico tradiva le tue origini croate o altro, eri preda di squadre di nazionalisti che avevano la meglio. A nulla erano valsi gli annosi, artificiali richiami alla fratellanza e unità proclamata sui monumenti e perseguita dall’onnipresente partito unico non con la cultura, non con l’educazione alla libertà individuale politica nel rispetto della persona umana, ma con la polizia segreta, i gulag, il carcere e il culto della personalità.

Diego Zandel

Alexandra Dejoli, Sotto il segno della stella – Una confessione jugoslava, PM edizioni, pag. 177, €. 18,00

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