The war in Ukraine is getting complicated and America isn’t ready” è il titolo di un articolo pubblicato il 19 maggio sul New York Times. La firma è dell’Editorial Board . Ovvero tutti gli editorialisti dell’autorevole quotidiano che sollevano una serie di dubbi sul coinvolgimento dell’America in Ucraina. Dubbi che nel nostro Paese avrebbero portato come minimo ad una interrogazione parlamentare.

La maggioranza dei nostri giornalisti non osa chiedere al Presidente Draghi come pensiamo di far fronte all’aumento di spese militari. Nè della crisi economica del prossimo autunno e se abbiamo un piano serio per l’approvvigionamento del gas. Quelli americani, invece, sono preoccupati per l’autorizzazione del Senato al pacchetto di aiuti per 40 miliardi di dollari stanziato a favore dell’Ucraina. E per questo chiedono al Presidente Biden un chiarimento pubblico circa la strategia dell’America nel conflitto.

In America un giornalismo differente

Pur non mettendo in dubbio che occorra porre un freno alle ambizioni revansciste della Russia si domandano se sia interesse dell’America una “all-out war” contro la Russia. Sollevano il dubbio se gli aiuti straordinari per l’Ucraina siano destinati a raggiungere un accordo per garantire la sovranità della stessa e una relazione tra USA e Russia. Oppure non abbiano piuttosto lo scopo di “indebolire permanentemente” quest’ultima.

Se in Italia si parla di “guerra in Ucraina per procura degli Stati Uniti” interviene sollecita la condanna delle belle menti che fanno la guerra dai salotti dei talk show. Mentre il NYT chiede esplicitamente se l’obiettivo dell’amministrazione Biden sia quello di destabilizzare o rimuovere Mr. Putin.

Fare domande scomode è uno dei compiti di una stampa libera

Se invece il goal è di evitare che la guerra si espanda chiedono esplicitamente (senza essere tacciati di essere imbelli e utopici pacifisti) quale sia la strategia. Il Corsera, riprendendo l’articolo, si perita di sottolineare che il NYT solleva “solo” domande senza dare risposte. Ma non è forse questo il mestiere di un giornalista serio, fare domande scomode e pretendere chiarezza?

In Italia il Copasir interviene per mettere in guardia il nostro governo dal pericolo derivante dalla presenza di esponenti russi, intervistati nei programmi di approfondimento, che data la loro posizione filo-russa potrebbero essere spie. In America gli editorialisti mettono in guardia il Presidente Biden dalla pericolosa assunzione che gli aiuti possano davvero far tornare la Russia alla situazione pre-invasione. E nel contempo sostengono che i toni bellicosi di Biden (Mr. Putin cannot remain in power) e di N. Pelosi circa il supporto americano “until victory is won” non aiutano le negoziazioni di pace.

Le spregiudicate rimozioni della storia recente

Il NYT invita il Presidente Biden a considerare l’enorme devastazione economica mondiale alle porte. E a chiarire a Zelensky “and his people that there is a limit to the arms, money and politcal support they can muster” in modo forte e chiaro. Così come è considerato imperativo che le decisioni del governo ucraino siano basate sulla valutazione realistica della situazione attuale e di quanta ulteriore distruzione l’Ucraina possa sostenere.

Il Presidente Draghi parla agli studenti delle medie semplificando la guerra in Ucraina come una brutta favola in cui un bullo aggredisce uno piccolo che però ha imparato a difendersi dagli schiaffi. Mentre J. W.Carden (che è stato consulente sulla Russia per il dipartimento di stato degli USA ed è opinionista di Asia Times) ricorda, sulla pagine di Limes, ciò che le nostre migliori penne fanno finta di aver dimenticato. E cioè che fino al 1992 l’America aveva scelto di non toccare lo spazio post sovietico e che “il brusco cambiamento di rotta di Clinton ha gettato le basi per l’attuale crisi tra Mosca e l’Occidente”.

Tornaconti elettorali e geopolitica internazionale

Cambio di rotta che ha portato alla diretta interferenza nelle “contese politiche tra repubbliche “ (ex sovietiche ndr) o tra le repubbliche ed il centro”. Quella interferenza che il presidente J.W. Bush nel suo discorso al parlamento ucraino del 1 agosto 1991, liquidò come “affare vostro che non riguarda gli Stati Uniti”. Aggiungendo che gli USA non avrebbero appoggiato “i fautori di una nazionalismo suicida mosso da odio etnico”.

Un cambiamento di rotta voluto da Clinton non per amore della democrazia ma perché per essere rieletto aveva bisogno “della Pennsylvania, del Michigan dell’Illinois, tutti stati con una componente est-europea molto marcata (….) che premevano affinchè nella NATO venissero incluse la Polonia e a tempo debito l’Ucraina

Tutto ciò, insieme al “successivo rifiuto di Porosenko e Zelensky di implementare gli accordi di Minsk (…) segnale che il nazionalismo suicida era ormai dilagante a Kiev”, hanno portato a questa indecente aggressione. Ma forse anche Carden è filo-russo.

Cinzia Gaeta