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I campi di concentramento fascisti e partigiani in Italia

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Nel corso dei secoli, Campi di concentramento (intesi come “luoghi di internamento e di restrizione delle libertà personali per soldati nemici catturati o per civili considerati pericolosi per l’ordine interno”) sono stati istituiti in tutti i Paesi e da tutti i governi.

Se ne servirono come strumento di sopraffazione politica i regimi totalitari. Anche in Europa nessuna nazione ha rinunciato a servirsi di tali sistemi di controllo politico e, specialmente nello scorso secolo, Campi di concentramento sono pullulati ovunque, dalla Germania alla Gran Bretagna, dalla Spagna alla Russia, dalla Francia alla Romania sino ai Paesi Balcanici e Baltici e anche all’Italia.

Orrori estremi furono in essi compiuti in Germania nei “Vernichtunglager” (campi di sterminio) di Hitler e in Russia nei “Gulag” di Stalin: di questi la stampa, la letteratura, il cinema hanno profuso racconti, testimonianze e documentazioni. Ma in tutti i campi sevizie, torture, angherie, lavori forzati, stupri e uccisioni sono stati tollerati se non assecondati dai governanti di ogni estrazione politica.

Anche in Italia furono numerosi in ogni epoca, e in alcuni di essi gli abusi e le ignominie non vanno dimenticati. Cominciamo rammentando i sei “Campi di lavoro e di internamento per indigeni” che, nel 1912 (Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti) furono aperti a Gaeta, Ponza, Ustica, Favignana e alle isole Tremiti, nei quali vennero rinchiusi in misere condizioni oltre 4.000 “Eminenti” libici, durante la guerra italo-turca; e altri 7.000 capi abissini (ras, ailet, degiac, giasmac) nel corso di quella italo-etiopica (1935-36).

Il campo di concentramento di Fossoli (Modena)

Gli oltre 200 “Campi di internamento per civili”: i più noti si trovarono nelle provincie di Udine (Gonars, Visco), Treviso (Monigo), Padova (Chiesanuova), Perugia (Collefiorito, Tavernelle), Frosinone (AIatri), Teramo (Corropoli, Civitella del Tronto, Tortoreto, Tollo, Notaresco, Nereto, Tossiccia, Isola Gran Sasso), Chieti (Istonio, Casoli, Lama dei Peligni, Farfa Sabina), Roma (Castel di Guido), Gorizia (Fossalon), Pescara (città S. Angelo), Campobasso (Agnone, Boiano, Isernia), Firenze (Bagno a Ripoli, Montalbano), Arezzo (Civitella Val di Chiana), Lucca (Capannori), Macerata (Petriolo, PoIlenza, Urbisaglia), Ancona (Fabriano, Sassoferrato), Modena (Fossoli), Parma (Scipione, Montechiarugolo), Napoli (Afragola), Bolzano (Gries), Trieste (S. Sabba), Alghero (Fertilia), Arezzo (Anghiari, Renicci), Bari (Alberobello), Cosenza (Ferramonti), Foggia (Manfredonia, Isole Tremiti), Matera (Pisticci), Avellino (Montefiori Irpino, Ariano Irpino), Salerno (Campagna), tutti maschili; e nelle province di Macerata (Pollenza, Treia, Vetriolo), Chieti (Lanciano), Avellinio (Solofra) e Campobasso (Casacalenda, Vinchiaturo) che ospitarono solo donne, allestiti dal governo fascista tra il 1925 e ii 1942 per la detenzione di “elementi antinazionali” o politicamente avversi e di gruppi etnici stranieri (essenzialmente slavi) “sospetti”.

La Risiera di San Sabba (Trieste)

Nel 1943, con l’avvento della R.S.I. alcuni di questi campi subirono una variazione di destinazione d’uso” e furono assimilati ad altri 31 nuovi “Campi di concentramento provinciali” aperti ad Alessandria (Rosignano), Ancona (Senigallia), Aosta, Asti, Cuneo (Borgo S. Dalmazzo) Ferrara, Forlì, Ascoli Piceno (Servigiliano), Genova (Campo 52, Coreglia), Grosseto (Roccaterighi), Imperia (Vallecrosia), Lucca, Macerata( Sforzacorta), Mantova, Milano (S. Vittore), Padova (Vo’ vecchio), Parma (Salsomaggiore, Monticelli), Piacenza (Cortemaggiore), Ravenna, Reggio Emilia (Sinigaglia), Roma (Regina Coeli), Sondrio, Teramo (Servigliano), Savona (Bergeggi, Celle Ligure, Cairo Montenotte), Verona, Vercelli, Vicenza (Tonezza), Viterbo, Venezia (ghetto), istituiti allo scopo di accogliere prevalentemente ebrei (secondo quanto previsto dal “Manifesto programmatico” del nuovo Partito Fascista Repubblicano, diffuso al Congresso di Verona il 14/11/1943) poi trasferiti dapprima nel campo di Fossoli e qui inviati ai lager tedeschi per l’eliminazione.

Non si possono dimenticare i campi di concentramento istituiti dalle forze partigiane poco prima o poco dopo (aprile/maggio 1944/45) l’insurrezione contro i nazifascisti nell’Italia del nord, a Mignagola (Treviso), Bogli (Piacenza), Legno, Finalborgo, Segno, Varazze (Savona), Novara e Vercelli, di cui si è saputo assai poco.

A MIGNAGOLA, frazione del Comune di Carbonera (Treviso), partigiani della Brigata Garibaldi “Nuova Italia”, al comando di “Falco” (Gino Simionato) e del vice “Andrea” (Romeo Marangon, commissario politico), tra il 27 aprile e il 2 maggio 1945 catturarono e rinchiusero in alcuni stanzoni della locale Cartiera Burgo, un centinaio di persone fra militari R.S.I., fascisti e civili notoriamente compromessi coi nazifascisti (cui poi unirono 7 componenti, catturati in fuga verso il Brennero, della famigerata “Banda Collotti” (comandante Gaetano Collotti) colpevole di torture efferate e di uccisioni di artigiani a Trieste. Di questi prigionieri, 85 (fra cui Collotti), a seguito di manifestazioni popolari che ne chiedevano la morte, furono uccisi nel piazzale della Cartiera e gli altri furono risparmiati e trattenuti solo a seguito dell’intervento del Vescovo di Treviso, mons. Mantiero, sino all’arrivo delle truppe Alleate. “Falco” fu poi espulso dalle fila partigiane, processato per omicidio ma prosciolto, per la sopraggiunta “amnistia Togliatti”.

A BOGLI, piccola frazione del Comune di Ottone (Piacenza) , nell’estate 1944, un gruppo di partigiani della Sesta Zona ligure (probabilmente della Brigata Garibaldi “Cichero”, che operava in Val Sesia agli ordini di un non meglio identificato comandante “Walter”), occupò un  casolare del paese cacciandone e lo adibì a prigione per i militari R.S.I., fascisti e collaborazionisti, catturati da partigiani delle zone limitrofe; ” sino a dicembre. Il campo rimase attivo, con alcune decine di prigionieri, sino a dicembre, allorché venne evacuato sotto la pressione delle truppe tedesche in ritirata verso il nord Italia.

Durante quel periodo circa il 90% dei prigionieri che giungevano al campo veniva ucciso senza alcun processo e i morti furono oltre 100, alcuni dei quali dopo torture (avulsione degli occhi, evirazioni, sodomizzazioni, per carpire notizie su loro commilitoni e quale rappresaglia per l’impiccagione di partigiani praticate dai nazifascisti durante rastrellamenti nel circondario. Il campo di Bogli divenne tristemente noto come “campo della morte”.

A guerra finita nulla più si seppe di “Walter” e del suo gruppo.

A LEGINO, quartiere della periferia di Savona, confinante col Comune di Quiliano, nei locali delle vecchie scuole (oggi Sezione distaccata delle scuole medie “Guidobono”), all’inizio del 1945 un gruppo di partigiani garibaldini della Sesta Zona ligure (probabilmente della 3^ Brigata “Libero Briganti” della Divisione Fumagalli), al comando di “Stella Rossa” (Luigi Vittorio Rossi) e del Commissario politico Giuseppe Ottonello (e successivamente di Aldo del Santo), istituirono un campo di concentramento per fascisti e simpatizzanti catturati nella zona. Un numero imprecisato di questi (si presume qualche decina) fu fucilato senza processo nel parco antistante le scuole e pare che i corpi siano stati gettati in un vicino anfratto, detto “Fossa dei cavalli”. Nel confinante cimitero di Zinola (altro quartiere di Savona) venne invece abbandonato ii corpo di Giuseppina Ghersi di soli 13 anni, studentessa presso l’Istituto magistrale “Rossello”, catturata all’uscita da scuola insieme ai genitori ritenuti informatori dei fascisti, violentata e uccisa il 30 aprile.1945.

Nel Comune di VARAZZE, sempre in provincia di Savona, a fine aprile 1945, sempre nella Sesta Zona ligure, un gruppo di partigiani facenti parte della stessa Divisione Fumagalli (Brigata 4^ Garibaldi “C. Cristoni”) istituì una “prigione del popolo” nella centrale Villa Astoria, nel cui giardino, ii 1° maggio, vennero fucilati senza processo 10 collaboratori fascisti e il generale Ulderico Nasi con la moglie, i cui cadaveri vennero lasciati insepolti per alcuni giorni nei giardini della stessa villa.

Analoga sorte toccò a 12 appartenenti a organismi fascisti della R.S.I. catturati a Savona e rinchiusi dapprima nel locale carcere di S. Agostino e quindi trasferiti alla prigione situata nel Torrione di S. Caterina a FINALBORGO, piccola frazione del Comune di Finale Ligure, ove nell’aprile 1945 i partigiani garibaldini della 1^ Brigata “Silvano Belgrano” (Sesta Zona ligure) avevano allestito un piccolo campo di concentramento. Il 1° maggio tutti i prigionieri vennero portati nel Campo Strughini nel bosco attorno a S. Ermete e quindi 11 di essi furono uccisi, senza processo, mediante fucilazione. Solo ii capitano della Guardia Nazionale Repubblicana Luigi Possenti – colpevole di torture e sevizie a partigiani – venne ucciso mediante un grosso masso scagliatogli sul petto e lasciato agonizzare per alcune ore a terra nel campo.

Sempre in Liguria e in provincia di Savona a SEGNO, piccola frazione del Comune di Vado ligure, i partigiani della brigata garibaldina SAP “Cecilia Corradini” avevano organizzato un piccolo campo di concentramento per militari della R.S.I. e simpatizzanti fascisti nell’Oratorio a fianco della Chiesa parrocchiale, stabilendo il loro comando in un locale sopra l’osteria del paese. In questo campo, attivo dall’aprile al novembre 1945, furono detenuti 30 fascisti, fatti prigionieri nel circondario e inviati a lavori forzati nel Comune di Vado. Ai primi di maggio, 15 di essi furono fucilati senza processo nel cortile dell’Oratorio e i loro cadaveri inumati nel locale cimitero.

Tutte queste esecuzioni avvenute nella provincia di Savona furono giustificate dai Comandi della Sesta Zona ligure come rappresaglia per l’uccisione di 15 partigiani e per la deportazione di antifascisti ed ebrei che, dal dicembre 1943, erano stati inviati nei lager tedeschi – ove vennero uccisi – partendo dai campi di concentramento fascisti della stessa Provincia (250 civili antifascisti dal campo di concentramento di Cairo Montenotte; 250 scioperanti dall’Istituto Morello del campo di concentramento fascista di Bergeggi; 300 ebrei dalle Colonie bergamasche del campo di concentramento fascista di Celle Ligure).

Le cose più orrende vennero compiute dalle Forze partigiane a Novara e a Vercelli, in un contesto collegante due Campi allestiti nelle due città.

Il 26 aprile 1945 un gruppo di circa 3.000 persone – che comprendeva 1.700 militari della R.S.I. appartenenti al Battaglione “Pontida”, loro famigliari, famiglie di fascisti aderenti alla R.S.I., il prefetto di Vercelli Michele Morsero e il colonnello della G.N.R. (Guardia Nazionale Repubblicana) Giovanni Fracassi – che stava dirigendosi a nord di Novara verso il fantomatico “ridotto della Valtellina”, venne intercettato e fatto prigioniero senza combattere a Castellazzo Novarese da partigiani della 82^ Brigata “Osella” (comandante “Pesgu” Mario Vinzio) appartenenti alla “Repubblica di Valsesia” (Vercelli) e rinchiusi nel vecchio castello del paese.

Il 28 aprile, dopo due soste durante il tragitto, furono tutti trasferiti a NOVARA ove gli uomini vennero alloggiati in tende militari frettolosamente erette nello stadio comunale di Viale Alcarotti – recintato con filo spinato e controllato da mitragliatrici poste sulle gradinate – poiché le prigioni del locale Castello Sforzesco erano già colme di prigionieri fascisti del luogo. 300 donne appartenenti al S.A.F. (Servizio Ausiliario Femminile) fascista, vennero trasferite in parte nell’Asilo Negroni e in parte nella Scuola Ferrandi. Quindi tutte raggruppate nella caserma Tamburini ove furono rapate e alcune anche violentate. Le violenze cessarono grazie all’intervento di monsignor Leone Ossola della Diocesi di Novara, che permise ii totale trasferimento delle Ausiliarie nel campo di concentramento di Scandicci (Firenze).

Il 12 maggio giunse a Novara un gruppo di partigiani della Brigata “Camana” (182^ Divisione Garibaldi al comando di Vincenzo “Cino” Moscatelli e di Silvio Ortona) con un elenco di 175 fascisti ivi detenuti che dovevano essere prelevati e condotti a Vercelli. Dell’elenco furono trovati solo 75 militari appartenenti alla G.N.R. o alle “Brigate Nere” e il 13 maggio numerosi di questi (fra cui il Comandante della Brigata Nera “Pansecchi” Gaspare Bertozzi, oltre al Morsero e al Fracassi) furono trasferiti all’Ospedale psichiatrico di VERCELLI, ove furono sottoposti a sevizie (avulsione di denti, sodomizzazioni con ferri roventi, amputazioni) e quindi eliminati in modo barbaro (10 furono gettati dalle finestre dell’Ospedale ove erano detenuti; 10 legati con fil di ferro e uccisi nel piazzale facendovi passare sopra, dopo averli fatti sdraiare a terra,      camion carichi di partigiani; 11 portati e fucilati o impiccati nel bosco della vicina località di Larizzate; e 20 portati sul ponte del canale Cavour di Greggio (Vercelli) e da lì gettati nel fiume. I superstiti vennero inviati a Coltano, campo di concentramento in Toscana. Due ausiliarie della R.S.I. furono uccise ad opera di un gruppo di partigiani della 109^ Brigata Garibaldi “Tellaroli” in Valsesia, mediante l’introduzione di bombe a mano nella loro vagina (vedi “Saggio storico sulla moralità della Resistenza” di C. Pavone – 2006). Tutti questi eccessi vennero giustificati dai Comandi partigiani come risposta alle torture e alla uccisione di 21 partigiani e 27 civili avvenute a Santhià (Vercelli) il 30 aprile ad opera dei tedeschi in ritirata (che avevano occupato la città) e dei fascisti ivi di stanza.

Va ricordato quanto espresso dai Presidenti della Repubblica Francesco Cossiga il 4/11/1989 in occasione del Messaggio alla Festa dell’Unità Nazionale: “Solo quando i partigiani riconosceranno le nefandezze compiute dalla loro parte, solo allora si potrà parlare di pacificazione e voltare pagina”; e Giorgio Napolitano il 16/5/2006 nel discorso del suo insediamento alla più alta carica dello Stato: “Anche la storia partigiana è costellata da zone d’ombra, eccessi, aberrazioni che non si possono dimenticare”.

Gustavo Ottolenghi

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