Nel 1215, dopo la morte dell’imperatore del Sacro Romano Impero Enrico V,  inizia la lotta per la sua successione tra le casate degli Hoenstaufen di Svevia e quelle di Baviera e di Sassonia.I sostenitori dei primi sono chiamati “ghibellini” (dal castello svevo di Waiblingen) mentre quelli dei secondi, sostenuti dal pontefice, sono chiamati “guelfi”. La guerra tra le due fazioni coinvolge subito anche l’Italia.    

Nel marzo 1263 il papa Urbano IV (di origine francese) scomunica  il re di Sicilia Manfredi di Svevia (figlio illegittimo del grande imperatore Federico II e di Bianca Lancia e reggente del Regno per il nipote Corradino) ed offre il trono a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, detto “il Santo”. Nel 1264 muore Urbano IV ed il nuovo Papa Clemente IV (anche lui di origine francese) chiama di nuovo in Italia Carlo d’Angiò per contrastare i ghibellini filosvevi, il quale arriva a Roma nel dicembre 1265 ed il giorno dell’epifania del 1266 è investito come Re di Sicilia da ben cinque Cardinali nella basilica di San Pietro.

Il 12 febbraio 1266 Carlo d’Angiò sconfigge nella battaglia detta “di Benevento” (in verità vicino al fiume Calore) le truppe di Manfredi, che muore in battaglia. Così conquista effettivamente il Regno di Sicilia, di cui sposta la capitale da Palermo a Napoli (per questo motivo, il Regno di Sicilia diventa Regno di Napoli). Carlo d’Angiò confisca i beni dei feudatari meridionali che hanno parteggiato per Manfredi e insedia nei loro feudi dei nobili francesi, soprattutto provenzali, suoi amici. Pertanto i precedenti feudatari filosvevi chiedono insistentemente l’intervento del giovanissimo Corradino Hohenstaufen, figlio di Corrado IV (figlio di Federico II) e di Elisabetta di Wittelsbach, che era nato  il 25 marzo 1252 e viveva a Costanza, nel castello di Waiblingen, ospite dello zio materno Ludovico di Baviera, e che era il legittimo erede al trono del Regno di Sicilia.

Nella primavera 1268 Corradino, che ha appena compiuto 16 anni, accetta di venire in Italia per riprendere il trono. All’inizio di luglio costituisce ad Ausburg (Augusta), il capoluogo della Svevia, un esercito di circa 5.000 tra cavalieri e fanti e scende in Italia, passando dal Brennero. Arriva il 24 luglio a Roma, dove è accolto dal senatore (governatore della città) Enrico di Castiglia (cugino di Carlo d’Angiò, ma che è diventato suo acerrimo nemico e filoghibellino perché non gli ha restituito l’ingente somma prestatagli per la conquista del Regno di Sicilia), il quale mette a disposizione di Corradino i suoi 300 cavalieri più un contingente di soldati romani.

Il 18 agosto Corradino lascia Roma con il suo esercito percorrendo la Via Tiburtina-Valeria per recarsi in Abruzzo, dove si è stanziato dal 4 agosto Carlo d’Angiò, dopo aver lasciato la Puglia, dove stava assediando Lucera, abitata da una colonia di Saraceni (fatti insediare lì da Federico II e quindi filosvevi), che si erano ribellati. Arrivato a Carsoli, probabilmente la sera del 19 agosto, Corradino, invece di proseguire lungo la Tiburtina-Valeria per arrivare attraverso il passo appenninico di Colli di Monte Bove (a circa 1.200 metri) a Tagliacozzo (sede della omonima Contea, costituita da pochi anni, inglobando quella di Albe, che era una delle tre Contee create verso il 1150 dai Normanni con la divisione della Contea della Marsica, di origine carolingia, insieme alle Contee di Celano e di Carsoli), devia a sinistra, su indicazione dei suoi consiglieri militari, e percorrendo la Valle del fiume Turano arriva a Castel di Tora e poi valica le montagne preappenniniche nella zona di Varco Sabino, nel Cicolano, per discendere nella Valle del fiume Salto. Quindi prosegue in direzione dell’odierno paese di Magliano dei Marsi e dei Piani Palentini, dove arriva la sera del 22 agosto, ponendo l’accampamento alla falde del Monte Carce, a pochi km di distanza da quello di Carlo d’Angiò, che sta più in alto, nella zona tra l’attuale abitato di Forme e quello di Albe, dove è arrivato il tardo pomeriggio del 22 agosto.

Gli storici hanno cercato di capire perché Corradino invece di proseguire da Carsoli a Tagliacozzo lungo la Via Tiburtina-Valeria ha fatto una lunga deviazione verso il Cicolano e la Valle del Salto per raggiungere i Piani Palentini. La spiegazione più semplice sembra essere quella che egli temeva di incontrare l’esercito francese mentre saliva per il passo di Monte Bove e quindi si trovava in condizione di inferiorità tattica. Rimane però da chiarire perché seguì la Valle del Turano quando avrebbe potuto più facilmente raggiungere la Valle del Salto passando nella zona dell’attuale paese di Pescorocchiano.

Carlo d’Angiò arriva dalla Puglia nella zona dell’attuale Cappelle dei Marsi  il 4 agosto e manda informatori per accertare i movimenti dell’esercito imperiale-svevo. Ha anche il modo di “studiare il terreno” e di capire quale è il posto migliore per la battaglia. La sera del 20 agosto Carlo d’Angiò decide di andare a L’Aquila (fondata nel 1254 in funzione anti feudale, e quindi distrutta da Manfredi, ma ricostituita come libero Comune) attraverso l’Altopiano delle Rocche, per verificare se la città parteggiava per lui, temendo di essere attaccato alle spalle. Avendo avuto rassicurazioni che la città era di parte guelfa, Carlo era ritornato verso i Piani Palentini, dove arriva il 22 agosto.

L’esercito francese, anche se si è accampato in una posizione più elevata è inferiore per numero di soldati (da 4.000 a 6.000 secondo le diverse fonti), rispetto a quello imperiale-svevo (con 5.000-9.000 militi secondo le diverse fonti).

Le sorti della battaglia però sono decise a favore dei Francesi da un abile stratagemma, deciso dall’anziano cavaliere Aléard (Aleardo) de Valéry, consigliere militare di Carlo d’Angiò, tornato da poco da una Crociata in Terrasanta. Infatti Aleardo propone a Carlo due stratagemmi: ingannare i Francesi facendo vestire con la sua armatura ed accompagnare con le sue insegne un suo fidato cavaliere, che pertanto sarebbe stato scambiato per Carlo; tenere “nascosta” una parte consistente della cavalleria per farla intervenire nella battaglia al momento più opportuno.

La mattina del 23 agosto 1268 i due eserciti si scontrano vicino ad un “ponte di legno”, la cui ubicazione ha impegnato per molti decenni gli storici contemporanei. Però, nel 1968, in occasione di un convegno organizzato dal Comune di Tagliacozzo per il settimo centenario della battaglia, lo storico tedesco Peter Hende ha presentato una relazione, frutto non solo di uno studio approfondito dei documenti storici  (come avevano fatto tutti gli studiosi prima di lui) ma soprattutto di una lunga “indagine sul campo” per conoscere il territorio e cercare di capire quale era stato il luogo della battaglia. Pertanto, nella sua relazione Hende ha affermato che la battaglia si svolse non vicino al ponte della Tiburtina-Valeria sul fiume Salto, perché i romani costruivano sempre in muratura i ponti sulle strade consolari. Il corso d’acqua quindi non poteva essere il Salto ma il torrente Riale, che nasceva dal Monte Velino e che scorreva tra gli attuali paesi di Forme e di Massa d’Albe, ma che nell’Ottocento non portava più acqua, tanto che non era più segnato sulle carte geografiche. Però nel 1968 erano ancora visibili alcuni tratti dell’alveo, mentre in altre parti l’alveo era stato interrato dai contadini per ricavarne terreno da coltivare.

Nella prima fase della battaglia l’esercito imperiale-svevo ha la meglio sui Francesi, sbaragliando il reparto nel quale combatteva, con l’armatura e le insegne di Carlo, il suo “aiutante di campo” Herni de Cousances, che cade in combattimento; pertanto gli svevi credono che Carlo sia morto, anche perché i francesi si ritirano. Allora i 300 cavalieri guidati da Enrico di Castiglia vanno a saccheggiare l’accampamento francese. A questo punto, i circa 800 cavalieri francesi, tenuti nascosti, molto probabilmente nella zona dell’attuale Alba Fucens, attaccano i cavalieri svevi, che sono colti “alla sprovvista” e soprattutto non sono più “in  formazione” di combattimento, avendo pensato di aver vinto la battaglia. Secondo alcuni storici sono smontati da cavallo e si stanno rilassando e rifocillando, considerato anche che era una giornata di pieno agosto.

Enrico di Castiglia, quando è avvisato che i francesi hanno attaccato i cavalieri svevi, torna indietro e va a partecipare alla battaglia, ma i suoi uomini sono sopraffatti dai  Francesi che sono in numero maggiore e molti sono presi prigionieri, insieme con lui.       

Corradino riesce a fuggire con un parte del suo esercito e si ritira a Roma, dove però non è ben accolto, anche perché i soldati romani, messi a sua disposizione da Enrico di Castiglia e catturati da Carlo d’Angiò, sono stati torturati ed uccisi. Invece  Enrico di Castiglia rimarrà prigioniero a Castel del Monte, in Puglia, fino al 1291.

Corradino parte da Roma e va a Torre Astura (vicino a Nettuno) per imbarcarsi  per raggiungere Pisa, città ghibellina, ma è tradito da Giovanni Frangipane, feudatario della zona, che lo fa catturare e lo consegna a Carlo d’Angiò, a Napoli, dove è condannato a morte e decapitato nella piazza del Mercato il 29 novembre 1268. In questo modo, con la morte dell’ultimo legittimo pretendente al trono del Regno di Sicilia, finisce la dinastia degli Svevi ed inizia quella degli Angioini del Regno di Napoli.

Nei Piani Palentini, vicino all’attuale Scurcola Marsicana, Carlo d’Angiò fa costruire, tra il 1274 ed il 1282, l’abbazia di S. Maria della Vittoria, per ringraziare la Vergine della vittoria su Corradino, affidandola ai Certosini, che introducono nella Marsica metodi moderni di coltivazione, favorendone lo sviluppo anche commerciale. Probabilmente l’abbazia è stata costruita in quel posto, e non nel luogo in cui si è svolta la battaglia, perché ubicato vicino alla Tiburtina-Valeria ed al fiume Imele (che nasce nel borgo di Verrecchie, attuale Frazione del Comune di Cappadocia, sopra Tagliacozzo), che poco più avanti, dopo la confluenza del fiume Rafia, diventa il fiume Salto.

La battaglia è chiamata “di Tagliacozzo” perché è citata da Dante nei versi 17-18 del canto XXVIII dell’Inferno con le seguenti parole «e là da Tagliacozzo \ dove senz’armi vinse il vecchio Alardo», con un chiaro riferimento allo stratagemma adottato da Aléard de Valéry, che fa vincere i francesi “senza combattere” (“senz’armi”), sfruttando l’esperienza acquisita in Terrasanta, nella guerra contro i saraceni, dato che costoro facevano spesso “imboscate” ai cavalieri crociati, i quali poi avevano adottato questa tattica militare.

Dante considera poco “cavalleresco” questo comportamento dei Francesi in quanto fino a quel tempo le battaglie tra i cavalieri si combattevano senza ricorrere ad inganni o tranelli di vario tipo. Pertanto, secondo lui, il comportamento dei Francesi era stato al limite del disonore. Questo severo giudizio espresso da Dante gli fa molto onore perché egli aveva parteggiato a Firenze per i “guelfi” (come erano i Francesi di Carlo d’Angiò), ma era stato molto colpito, negativamente, dalle tragiche conseguenze che la guerra contro i “ghibellini” aveva comportato, non solo per la sua città.

In verità la battaglia del 23 agosto 1268 dovrebbe essere chiamata “di Albe” perché è stata combattuta nella zona dei Piani Palentini, attualmente attraversata dall’autostrada A 25 Roma-Pescara, tra la collina sulla quale si trova la Chiesa di S. Pietro, costruita sui resti del tempio di Apollo di Alba Fucens, e la strada romana Tiburtina -Valeria, e quindi nel territorio della città di Albe, che era stata fino a pochi anni prima capoluogo della omonima Contea, fondata verso la metà del XII secolo, e che poi era diventata Contea di Tagliacozzo. Quindi Dante cita questa città marsicana dato che al tempo in cui egli ha composto la Divina Commedia (primo ventennio del XIV secolo) era la più importante di quella parte della Marsica, essendo il capoluogo della omonima Contea.

Pertanto non sembra corretto storicamente che il Comune di Scurcola Marsicana sia  la “Città della battaglia dei Piani Palentini” (come è riportato nei cartelli stradali all’ingresso dell’abitato), dato che questo titolo spetterebbe all’attuale comune di Massa d’Albe, nel cui territorio sono ubicati sia Alba Fucens che l’antico abitato di Albe (distrutto dal disastroso “terremoto della Marsica”, detto anche “di Avezzano” del 13 gennaio 1915), che nel 1268 era sicuramente la cittadina più importante dei Piani Palentini, come ex capoluogo della Contea di Albe.     

BIBLIOGRAFIA

Pierluigi Magistri, La battaglia di Tagliacozzo. Armi,territori e politica nello scontro Guelfo-Ghibellino, Universitalia, Roma 2021

Giorgio Giannini

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