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Il senso di colpa e la nostalgia di una esule in fuga dalle dittature

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Gli scrittori, oltre alla propria vita, vivono quella degli altri, di coloro con i quali riescono a entrare in empatia tanto da aderire alla loro anima come se fosse la propria. Non so di chi la scrittrice spagnola Aroa Moreno Duràn racconti la storia nel suo romanzo “Cose che si portano in viaggio”, edito da Guanda per la traduzione di Roberta Bovaia. Ma, sicuramente, non la propria. Forse, chissà, della propria madre. Sicuramente, però, non la propria, per un semplice motivo anagrafico: quando ha scritto questo romanzo, così intenso nel suo svolgersi, l’autrice aveva circa 36 anni, essendo nata a Madrid nel 1981 ed essendo stato pubblicato originariamente in Spagna nel 2017.

Non può essere la propria storia perché racconta di una ragazza, poi donna, Katia Ziegler, il cognome che avrebbe assunto poi, da sposata, nata nell’immediato dopoguerra da due esuli comunisti spagnoli, riparatisi nella Germania dell’Est per essere fuggiti dalla Spagna franchista. E tutta la prima parte il romanzo racconta la triste – ma mi rendo conto che l’aggettivo può anche essere un eufemismo – la triste vita nella Germania dell’Est da parte di questa famigliola di padre, madre, e due figliole, Katia appunto (nome che il padre le ha dato perché russo) e la più piccola, Martina. Il racconto attraversa vari anni: il 1956, 1958, 1961, l’anno della costruzione del Muro di Berlino, e così via fino al 1971, un anno cruciale nella storia di Katia, come vedremo, per poi arrivare agli anni successivi fino a quello della caduta del Muro e al 1992.

In questo scorrere di anni, mentre Katia da bambina diventa ragazza e poi si fa donna, c’è uno iato. Mentre il padre, comunista, continua a professarsi tale, lei percepisce, del tutto in solitudine, senza osare di rivelarlo a nessuno, il peso di quel vivere sotto la cappa di piombo della dittatura anche, se non soprattutto, negli aspetti quotidiani minuti. Il fatto, ad esempio, che i genitori, per leggere le lettere che la sorella della madre le scriveva dalla Spagna, dovesse andare a prenderle a un indirizzo segreto di Berlino ovest, e ci andava lei, Katia, con la raccomandazione di nascondere la lettera in modo che a un’eventuale ispezione delle guardie, non la trovassero (perché le lettere venivano dalla Spagna franchista); oppure, la volta che, prima ancora del Muro, la madre – mangiando loro sempre e solo cavoli (ma guai a lamentarsene con il padre) – la mandò oltre confine per prendere clandestinamente, da un altro spagnolo, quattro uova e un po’ di sardine, fu fermata dalla guardia che le ruppe le uova, riuscendo a salvare le poche sardine, ma con l’ordine di “non attraversare mai più la frontiera per comprare cibo”; oppure, ancora, quando con un suo compagno di scuola si trovò tra le mani un disco dei Rolling Stones e dovettero ascoltarlo a bassissimo volume perché quella musica era proibita, ma lei ugualmente prese a muoversi e a volteggiare scatenata, contro tutte le regole che le imponevano di ballare, proprio in funzione anti rock, il nazionale “lipsi”; oppure, ancora, quando a Berlino si organizzò, “Per la solidarietà antimperialista, per la pace e l’amicizia!”, il Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti (in realtà, si organizzò nel 1973, ma per esigenze narrative nel romanzo è stato anticipato), non solo tutti i giovani erano costretti ad andarci, obbligatoriamente in camicia blu e a pugno alzato, ma il padre, “per farmi capire che le cose potevano mettersi anche peggio per me” la costrinse ad aiutare un compagno cubano a tradurre “migliaia di documenti per l’accoglienza di oltre ventimila ragazzi da Cuba a Berlino”. Katia, per l’occasione fece amicizia con una ragazza cubana, ma fu messa in guardia da entrare troppo in confidenza con lei, perché “anche se Cuba era un paese amico, la DDR si preoccupava molto che le sue idee popolari e rivoluzionarie non facessero tremare il nostro piccolo Stato di burocrati”.

Naturalmente ci sono altre prelibatezze del genere, ma tutte nel senso di un regime che di democratico aveva solo il nome. Fatto sta che in quegli ultimi tempi la ragazza conosce un ragazzo della Germania occidentale, Johannes, del quale si innamora. Lui per lei tornerà più volte a Berlino est, attraverso un percorso reso obbligato dai posti di blocco, come ora in Italia per via del virus, e documenti simili alle autocertificazioni che il cittadino deve portarsi dietro per avere il permesso per andare al supermercato per comprarsi del cibo, e ci tornerà finché non la convincerà a fuggire. Così fa. E un giorno, invece di andare all’università, Katia segue un percorso di fuga, con un uomo sconosciuto, documenti falsi, che testimoniano di essere sposata a lui, e così via, fino a riuscire a passare con un grande patema d’animo, la frontiera con la Cecoslovacchia. Poi da qui, prendendo la via dei contrabbandieri, ora in compagnia di una ragazza, sarà guidata fino alla frontiera con l’Austria. Inverno del 1971, novembre. Lei, con tutto il cappotto e il colbacco rubato alla madre che cadrà nell’acqua, attraverserà sola le acque ghiacciate del fiume Morava per trovarsi, cadendo poi febbricitante e raffreddata, in Austria, dove si incontrerà con Johannes, per sposarsi poco dopo con lui.

Ma è qui la svolta del romanzo, con il senso di colpa che attanaglia Katia per aver abbandonato al loro destino, che d’ora in poi sarà duro, i suoi genitori e la famiglia. Con il senso di colpa sale anche la nostalgia, il nostos greco, che è la croce di ogni esule e che fa apparire bello e buono anche ciò che nel profondo sappiamo essere il contrario. Una nostalgia che fa apparire a Katia pesante anche la vita con Johannes, e la vicinanza dei suoceri, in onore dei quali, per un rispetto della tradizione, Johannes dà alla loro prima figlia il nome di sua madre, Theresa, scelta che Katia vive come un’umiliazione (e pretenderà per la loro seconda figlia, il nome della propria madre, Isabel). Non sopporta più neppure la continua polemica anticomunista del suocero che giudica la nostalgia di Katia come frutto dell’indottrinamento ricevuto nella Germania. E questa nostalgia diventa dolore quando un giorno riceve una breve telefonata nella quale riconosce la voce della sorella, presto troncata, che le dice: “Papà è morto”.

Tra Katia e Johannes la distanza si fa sempre più grande. Con altri due fuggiaschi tedeschi vicini di casa si mette pure a ballare, per nostalgia, l’odiato “lipsi”, anche se a quegli amici non morde la stessa nostalgia. Le dice la donna: “Qui possiamo leggere i libri che vogliamo. Appena scappati, con le valige ancora in mano, è in libreria che mi ha portato. E sul comodino tiene sempre 1984 di Orwell.”

Da lì Katia assisterà alla caduta del Muro di Berlino. Tre anni dopo troverà la forza di tornarci. Ritroverà la sorella, che la maledice, e la madre, sulla carrozzella, malata di Alzheimer, che neppure la riconosce. E, tra i documenti della Stasi che le vengono consegnati, una scoperta amara su quello che è stato il padre, tanto amato e, forse immeritatamente, idealizzato.

Diego Zandel

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