Le luci soffuse, la città che rallenta. Gli uffici si svuotano, il piano jazz accompagna. La Mole è lì, antica e presente, conservatrice e sfumata di ogni grigio, come Torino. Amabile. In questa cornice così romantica da apparire irreale ci spingiamo tra le avanguardie dove, per storia, L’Incontro ha sempre trovato terreno fertile. E parliamo allora di Recontemporary, la galleria di video-arte torinese che da mercoledì 9 febbraio alle 18, ospita nei locali di via Gaudenzio Ferrari, a Torino, la mostra Karol Sudolski – You are my anchor point, a cura di Recontemporary e Seeyousound. 

Iole Pellion di Persano, la fondatrice di questo spazio ai piedi della Mole Antonelliana, Costanza Hadouin, Camilla Ferrero e Silvia Pennetta ci raccontano meglio la genesi della rassegna e dell’intero progetto Rec.

Perché proprio Karol Sudolski? Chi è e qual è il suo linguaggio?

Si tratta di un’artista che lavora con la fotogrammetria, una tecnica utilizzata soprattutto in architettura per scansionare i palazzi. Lui utilizza questa tecnica per scansionare soprattutto i corpi. Si tratta dunque di lavori particolarmente adatti ai social e all’utilizzo commerciale. È diventato famoso perché ha costruito un filtro Instagram per Valentino utilizzando la realtà aumentata. Quando abbiamo avuto modo di scoprirlo e indagarlo ci siamo da subito rese conto di come fosse alla portata di tutti, di come fosse particolarmente elaborato e simultaneamente poco pretenzioso. Con lui abbiamo costruito un workshop di fotogrammetria e abbiamo continuato la nostra relazione. La mostra che inauguriamo il 9 febbraio sarà la sua prima mostra personale, perché lui non si definisce artista. 

You are my anchor point è il titolo della mostra dell’artista nello spazio Recontemporary, in via Gaudenzio Ferrari a Torino

Un ultimo spunto è l’utilizzo che fa lui della realtà aumentata: i filtri Instagram che usa non si limitano a cambiarti i connotati, ma creano una situazione intorno con l’intento di esprimere un concetto più ampio. Inoltre la sua mostra qui ha un qualcosa di inedito… Ma ci teniamo che lo scopriate da mercoledì 9 febbraio.

Che cosa è Recontemporary?

È il primo spazio in Italia che si occupa esclusivamente del linguaggio video e dei new media. Realtà virtuale, realtà aumentata, ologrammi. Tutto ciò che è ricerca tecnologica, artistica, concettuale. L’aspetto centrale della video-arte è quello della sperimentazione, che ci permette di andare oltre i canali classici della comunicazione e regolamentazione. 

Quando e come è nata l’idea?

Rec nasce nel 2016 come blog di videointerviste con l’obiettivo di creare un ponte con il pubblico attraverso il linguaggio video, costruendo una connessione con l’arte contemporanea di nicchia. Questo bisogno è nato dal fatto che spesso l’arte viene vista come un mondo economicamente inaccessibile, incomprensibile, estremo, esagerato. In realtà l’arte è un linguaggio universale che non ha un codice fisso, non ha una lingua sola ma è fatto di forme, di colori. L’idea è stata quella di provare a spiegare quest’apertura attraverso le persone del mondo dell’arte contemporanea. Le prime interviste sono state ad Achille Bonito Oliva con l’obiettivo di definire uno spazio concettuale della materia. Il percorso delle interviste era però poco diretto, eccessivamente intermediato.

E il passaggio da blog a galleria d’arte quando è avvenuto?

Nel 2018 nasce l’idea di un luogo dedicato al video come ricerca di linguaggio, con un dialogo diretto tra pubblico e opera d’arte. L’unica mediazione dovevamo essere noi curatrici nel momento della spiegazione.
Lo spazio che utilizziamo per le nostre esposizioni, non è uno spazio tipico. Infatti se uno dovesse pensare il luogo ideale per la video-arte lo immaginerebbe nero e isolato. L’idea invece è stata quella di andare al di là dei format tradizionali e direi istituzionali dell’opera d’arte. La volontà è stata quella di creare uno spazio informale, conviviale, di rottura. Infatti Rec nasce come un salotto culturale dedicato al video. 

Gli allestimenti dovevano essere coerenti con quest’idea. Il progetto era quello che il visitatore non si trovasse a dover entrare in punta di piedi, ma fosse a proprio agio. Il nostro pensiero si avvicina maggiormente a quello di club, di spazio open.

Perché la video-arte sta avendo negli ultimissimi tempi una diffusione così massiccia?

Il video interessa così tanto perché raccoglie elementi differenti e suscita emozioni diverse rispetto all’arte classica. Si tratta di un viaggio a cui è necessario dare del tempo che è maggiore rispetto a quello di un semplice sguardo, poiché ha la capacità di catturare l’attenzione profondamente e si costruisce in un dialogo con il mondo della produzione contemporanea. La video-arte ha la capacità di arrivare alle generazioni più giovani perché sviluppa un occhio critico sull’informazione, perché ci abitua a riconoscere che cos’è informazione e che cosa non lo è. 

Quali sono i vostri progetti educativi e come costruite la vostra community culturale?

L’idea che ci ha spinto a muoverci verso questa direzione nasce da una constatazione: l’approccio che adottiamo è figlio di un gap manifesto, quello della generale mancanza d’educazione rispetto al mondo dell’arte. È molto importante comunicare l’arte, perché possiamo parlare sempre più di arte sociale, ovvero di un tipo di veicolo per trasmettere e informare. Inoltre si tratta di libera espressione e il concetto già per sua natura dovrebbe rendere il contesto accessibile e fruibile. È per questo che da sempre crediamo in progetti di educazione artistica nelle scuole secondarie.

Gli adolescenti sono particolarmente appassionati alla video-art perché fa parte del loro mondo, della loro quotidianità. I risultati sono stati sbalorditivi e il loro grado di attenzione ne è sicuramente un indicatore. Facciamo molti workshop e master-class gratuiti e su prenotazione. Oppure sui social: su Instagram portiamo avanti più rubriche, attraverso la collaborazione di persone che hanno voglia di condividere pensieri e competenze con la nostra community. Questo discorso fa parte della vision dell’associazione. 

Esiste un fil rouge tra i vostri progetti?

Il programma di Rec non ha una tematica conduttrice, se non l’utilizzo del video e dei new media. E questo caratterizza molto Rec, perché cerchiamo di non essere ripetitive. 

Come vi sostenete?

Non riceviamo nessun finanziamento pubblico. L’associazione è un modo per creare un contatto con il pubblico, è ciò che ci consente di stringere un dialogo con i nostri interlocutori. La tessera associativa è una sorta di affiliazione, è il momento simbolico atto a indicare l’ingresso nella nostra comunità. Esistono i soci, che ci aiutano con il corrispondente di un caffè al mese e hanno la possibilità di entrare a tutte le nostre mostre. In secondo luogo ci sono i friends, coloro che decidono di sostenerci in maniera maggiormente sostanziosa e per loro è previsto un percorso educativo e di accompagnamento al collezionismo, con annessa una revisione dei lavori che intendono presentarci. Infine ci sono i supporter, coloro che decidono di aiutarci nel percorso video e artistico. Da quest’anno è accessibile la nostra libreria con cataloghi e altri testi che la community può consultare. 

Perché siete in Rec? 

Per portare avanti un discorso più democratico sull’arte contemporanea. Vogliamo aprire le porte degli spazi indipendenti, che spesso appaiono ostili come tutto il mondo dell’arte contemporanea. Il nostro obiettivo è rendere l’arte contemporanea umana, accessibile, fornendo degli strumenti di comprensione senza essere eccessivamente pretenziose. Inoltre Rec tenta di scardinare l’immagine dell’istituzione che intimidisce l’utenza. Lo staff è molto piccolo, si tratta di 4/5 persone, dunque non siamo settorializzate, ma ci diamo una mano. Si tratta di un progetto collettivo, al di là che Iole ne sia la fondatrice.

Come immagina Recontemporary tra dieci anni Iole Pellion di Persano?

Come un riferimento per quando si parla di video e nuove tecnologie nell’arte contemporanea. Vorremmo essere lo step necessario legato al linguaggio della video-art. Intendiamoci, non si tratta di uno spazio che deve crescere in dimensioni di metratura o di presenza all’interno del mondo, me che vede come prioritaria la riconoscenza e il legame con l’arte contemporanea. Immaginiamo che Rec abbia una sua propria identità e che quindi venga riconosciuto come istituzione dedicata nella sua metodologia. Oggi lavoriamo perché viaggi sulle sue gambe, sia sostenibile. Stanno nascendo molti spazi sulle nuove tecnologie. Ne siamo sono sicuramente felici. Lo siamo altrettanto perché Rec è stato il primo.

Nicolò Milanesio Arpino