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La differenza tra un normale uomo politico e uno statista

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Se pensiamo ad un politico che ci ha lasciato in eredità frasi o concetti divenuti famosi e passati alla storia, pensiamo subito a John Fitzgerald Kennedy o a Winston Churchill.

Due icone di riferimento della gestione di una leadership politica alta, visionaria e coraggiosa.

Quelle, insomma, che riscaldano i cuori della gente comune anche nelle difficoltà, che riescono a coinvolgere le menti dei cittadini facendo scordare loro vizi e magagne della politica o del loro privato.

Tutto ciò si chiama carisma e Churchill lo esercitò soprattutto attraverso la radio, il “media dei media” negli anni della seconda guerra mondiale; Kennedy, combinandolo anche con il nuovo e rivoluzionario “elettrodomestico” catodico, la televisione.

Proprio quello strumento di comunicazione che gli permise di sconfiggere il suo più esperto rivale Richard Nixon in un indimenticabile confronto televisivo nella campagna elettorale del 1960.

Grazie a Sabino Cassese che ce lo ha ricordato recentemente in un suo editoriale sul Corriere della Sera, abbiamo potuto conoscere o, più semplicemente, far tornare alla memoria, un libro scritto da John Kennedy, agli inizi della sua carriera politica. Quando, da giovane e ambizioso senatore pubblicò un saggio dal titolo “Profiles in Courage” (editore Harper & Brothers, 1955) che gli permise di vincere addirittura il prestigioso premio Pulitzer, il più ambito negli Stati Uniti d’America. Kennedy volle, attraverso la narrazione della vita di otto senatori americani del passato, evidenziare la forza, il coraggio, il “politically uncorrect”, di certi uomini politici che, assumendo posizioni contrarie alla maggioranza di quel momento, aiutarono tutti a conoscere meglio i problemi, affrontandoli con maggior lucidità.

Insomma degli anticonformisti che, in una attualità come la nostra, ci aiutano a capire e a ragionare “di nuovo” sul tema della differenza tra un normale uomo politico e uno statista.

Tra chi cerca il consenso a breve, a tutti i costi, seguendo “l’aria che tira”, e chi, spesso contro “lo spirito del paese” in quel momento, sceglie strade diverse, visionarie e nell’interesse della collettività e non soltanto del suo collegio elettorale.

Nell’edizione italiana (Il Borghese, 1960) l’introduzione fu curata da Luigi Einaudi, che sintetizzò così il suo pensiero sul contenuto del saggio di Kennedy: “la virtù massima dell’uomo di Stato è il disprezzo della popolazione!”.

Una provocazione certo, ma la volontà di “gridare” che una Nazione ha bisogno, per crescere e creare benessere non solo economico ma anche culturale e sociale per i suoi cittadini, di uomini di governo che decidano aldilà dello “stomaco” della gente o delle loro convenienze elettorali.

Essere umani che sappiano resistere alle pressioni elettorali o agli “interessi di bottega”, assumendosi la responsabilità di imporre, ad esempio, sacrifici piuttosto che concedere facili sussidi a pioggia a favore dei propri elettori…..chi vuol capire, capisca!

Perché riparlarne adesso di quel libro di Kennedy?

Perché riprendere i concetti di un libro scritto oltre sessant’anni or sono?

Perché la tematica trattata come si può facilmente vedere è estremamente attuale e di drammatica evidenza.

Oggi, ci si limita ad amministrare, spesso male, il quotidiano senza avere una visione, senza una strategia a lungo termine.

Si privilegia, per usare un esempio molto “vicino” a noi, gratificare a breve i propri elettori, sprecando opportunità uniche come quelle che ci arriveranno da Bruxelles nei prossimi mesi, senza porsi l’obiettivo di pensare al futuro, ai nostri giovani.

A quelle generazioni che dovranno rimborsare i debiti che abbiamo accumulato Noi!

Il Next Generation UE (l’ex Recovery Plan) si chiama così non a caso!

La nostra classe dirigente politica dovrebbe occuparsi di creare “debito buono” insomma, non “quello cattivo”, come ci ha ricordato proprio in questi giorni Mario Draghi, una professionalità di cui non possiamo fare a meno in questo momento delicatissimo della nostra storia.

E allora vale la pena riprendere in mano alcuni passaggi (ai curiosi, suggerisco la lettura delle otto biografie dei senatori scelti da Kennedy: ognuno si è opposto al conformismo del suo tempo, all’andazzo di un certo contesto storico. Ha coraggiosamente gridato il suo No, aiutando il suo paese a crescere economicamente politicamente e socialmente. In molti casi ha fatto quello che riteneva fosse giusto pregiudicando anche la sua carriera politica.

Riprendiamo in mano, dicevo, alcuni passaggi del volume di Kennedy, quelli più istruttivi e “vicini” ai tempi attuali della nostra politica, in questo drammatico 2020 che stiamo vivendo in un misto di sofferenza e paura coniugate con un incomprensibile lassismo.

Il messaggio dell’allora futuro presidente degli Stati Uniti (lo sarebbe diventato quattro anni più tardi, nel 1960) fu quello di contrastare l’opinione diffusa che “Gli uomini politici bisogna che si occupino di guadagnarsi voti non dell’arte di governare lo Stato”.

E  nel libro si esalta proprio il valore del coraggio di sfidare l’opinione pubblica , di credere nelle proprie idee mettendo a rischio anche la propria popolarità e la propria carriera: ”Senza voler togliere nulla a quel genere di coraggio che porta alcuni uomini a morire, non dobbiamo dimenticare quegli atti di coraggio grazie ai quali gli uomini vivono; il coraggio della vita quotidiana è spesso uno spettacolo meno grandioso del coraggio di un atto definitivo, ma resta pur sempre una miscela magnifica di trionfo e di tragedia… Un uomo fa il suo dovere, a dispetto delle conseguenze personali, nonostante gli ostacoli, i pericoli e le pressioni, e questo è il fondamento della moralità umana; in qualsiasi sfera dell’esistenza un uomo può essere costretto al coraggio, quali che siano i sacrifici che affronta seguendo la propria coscienza: la perdita dei suoi amici, della sua posizione, delle sue fortune e persino la perdita della stima delle persone che gli sono care. Ogni uomo deve decidere da sé stesso qual è la via giusta da seguire; le storie che si raccontano sul coraggio degli altri ci insegnano molte cose, possono offrirci una speranza, possono farci da modello, ma non possono sostituire il nostro coraggio… Per quello ogni uomo deve guardare nella propria anima”.

Ci si deve battere anche solo perché si intuisce e si crede che quella è la posizione giusta e che deve essere difesa fino in fondo… a prescindere!

“Questo libro non mira a sminuire il concetto del governo democratico e del potere popolare – scriveva Kennedy nelle conclusioni. La democrazia vuol dire molto di più di governo popolare e dominio della maggioranza… La vera democrazia pone la sua fede nel popolo; la fede che il popolo non eleggerà semplicemente uomini i quali rappresenteranno le sue opinioni abilmente e coscienziosamente, ma eleggerà anche uomini i quali eserciteranno il proprio giudizio coscienzioso; e la fede che il popolo non condannerà coloro che, per devozione ai principi, saranno indotti a compiere atti impopolari.”

La formazione di una classe politica adeguata alle complessità enormi delle nostre società deve passare, a mio avviso, anche attraverso l’analisi e la condivisione dei valori e dei principi a cui bisogna ispirarsi.

Questo libro, non a caso denominato “Long Seller” per la sua sempre stringente attualità, al di là del tempo in cui fu scritto, ci offre una gamma di esempi stimolanti sul significato di una gestione virtuosa della cosa pubblica, dei Beni Comuni.

Riccardo Rossotto

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Riccardo Rossotto
"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

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