Una recente intervista del Procuratore Capo di Bolzano, Dott. Giancarlo Bramante, comparsa sul periodico Il Dubbio del 17 Marzo 2021, offre il destro ad alcune riflessioni sul tema, invero assai spinoso e mal digerito dai più, della Giustizia spettacolo e del rapporto sempre più spesso morboso che si instaura fra i mass media e gli attori del variegato e rutilante mondo della Giustizia.

Cos’ha detto, dunque, il Procuratore di tanto interessante? Ha espresso alcuni acuti concetti ma, in particolare, egli, a margine di un fatto di cronaca eclatante (il duplice omicidio di entrambi i genitori da parte di un giovane virgulto altoatesino che aveva confessato i delitti), ha riferito di avere deciso disecretare i verbali dell’interrogatorio dell’imputato al fine di proteggere l’attività difensiva dello stesso ed evitare altresì che il “mostro”, vittima a sua volta di un’inopinata fuga di notizie, finisse in pasto ai giornali prima di avere completato il doveroso iter processuale.

Così facendo, il Procuratore Bramante è finito, a sua volta e direi incolpevolmente, sulla graticola dei media che lo hanno additato, neppure troppo velatamente, come un acerrimo nemico della libertà di informazione, con tanto di bla bla bla sull’interesse pubblico e sulla rilevanza sociale del fatto e, di conseguenza, della notizia che deve prevalere uber alles.

Interesse pubblico”, “Rilevanza sociale…”, ma non viene in gioco, prima di tutto, il diritto dell’imputato alla difesa, ci si chiederà?

In un Paese normale, certamente sì, ma nel nostro….

Prendo fiato, sospiro per non arrabbiarmi. L’ho promesso a me stesso prima di iniziare a scrivere.

Sono o non sono un lord inglese? Oddio, un lord proprio no (stento, a volte, a spegnere la fiamma interiore), ma dopo un rilassante bagno di aplomb me ne esco con il seguente, freddo, concetto: la vera notizia, nel caso di specie, non è che il Procuratore Capo abbia deciso di prediligere le esigenze di difesa dell’imputato rispetto al diritto dell’opinione pubblica alla conoscenza: operazione meritoria, ca va sans dire, di fronte alla quale mi tolgo il cappello e plaudo al Magistrato idolo del garantismo, ma che, per fare ciò, egli sia stato costretto a secretare i verbali degli interrogatori dell’imputato, nella chiara consapevolezza, evidentemente, che se così non avesse fatto, la bulimica pancia della Stampa ne avrebbe fatto incetta in men che non si dica.

Viviamo, evidentemente, in un Paese nel quale è consuetudine che, durante la fase delle indagini preliminari, coperte per legge dal segreto, le notizie escano magicamente dai fascicoli dei Pm, svolazzino hinc et inde sino ad uscire dai Palazzi di Giustizia per finire, con volo casuale e privo di rotta (non è vero) sui tavoli delle redazioni dei Giornali e, di qui, si lancino a rotta di collo su tutto il territorio nazionale. Insomma, “È la stampa, Bellezza e tu non ci puoi fare niente!

Occorre dirlo chiaramente: la voglia di apparire, l’orgoglio di vedere il proprio nome o la propria immagine effigiati su questo o su quel canale televisivo o quotidiano sono, per i Giudici, per gli Avvocati, per i Cancellieri e perfino per le Forze dell’Ordine un irresistibile canto delle sirene, così forte da non permettere loro neppure di intravvedere Scilla e Cariddi.

Ed allora, per tornare a vestire i panni di Humphrey Bogart ne L’ultima minaccia, viene da chiedersi: “È proprio vero che non ci possiamo fare niente?”.

La risposta, a mio sommesso avviso, è un secco no esta nell’applicazione rigorosa – sottolineo: rigorosa- dell’Etica deontologica e, nel suo alveo, del Segreto d’Ufficio che la Legge impone a tutti i pubblici dipendenti (Magistrati, impiegati, funzionari di Cancellerie, Forze dell’Ordine etc…) e consistente nel “..non comunicare all’esterno dell’amministrazione notizie o informazioni di cui siano venuti a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni, ovvero che riguardino l’attività amministrativa in corso di svolgimento o già conclusa..” (R.D 2960/23 ora trasfuso nell’articolo 15 della Legge 3/57). Un tale obbligo è stato poi inserito in tutta la contrattazione collettiva del Pubblico impiego, per cui ogni dipendente, sia esso Magistrato o semplice usciere del Tribunale, non lo può ( e soprattutto non lo deve) ignorare.

Non meno stringenti sono, sull’argomento, le norme riservate agli Avvocati: il Codice Deontologico Forense impone loro di mantenere “..il segreto e il massimo riserbo sull’attività prestata e su tutte le informazioni che gli siano fornite dal cliente e dalla parte assistita ..” (art. 28). Seguono poi altre regole, non meno stringenti, che disciplinano i rapportidell’Avvocato con i mezzi di informazione.

Ed allora, la mattina, quando s’incamminano faticosamente per andare a reggerne il fardello, tutti gli operatori della cosiddetta Giustizia sgranino il rosario dell’Etica e della Deontologia (stando attenti alle buche per evitare fastidiosi infortuni in itinere!); poi, aprano le porte dei propri uffici- le porte, non le bocche…-e si mettano a lavorare per il bene dello Stato e dei Cittadini, pensando soltanto a quello.

Avremmo, così, tanti grigi travet e nessuna star: pazienza, ce ne faremo una ragione, ma chissà mai che questo possa servire a dare al sistema un alone di serietà.

Vogliamo, per un attimo, pensare a quanti “mostri” sono stati sbattuti in prima pagina, passati sotto le forche caudine della pubblica opinione, colpiti due volte, dal processo e dalla gogna mediatica, per poi uscire indenni, anni ed anni dopo perché il processo ha i suoi tempi, sic!, assolti per non aver commesso il fatto? Quale tributo hanno pagato costoro alla libertà d’informazione ed al voyeurismo del c.d Popolo sovrano?

Lungi da me, sia ben chiaro, mettere il bavaglio all’informazione, ma voglio ed anzi esigo che i processi si consumino, a fari spenti e sommessamente, nelle Aule di Giustizia e non nei salotti di Bruno Vespa, cioè auspicabilmente (ma questa è davvero un’utopia) davanti a Giudici che, come il Dott. Bramante, vivano “..nel costante dubbio, inteso come verifica continua dei fatti e delle circostanze su cui si sta indagando, anche a favore della persona sottoposta ad indagine preliminare…”.

Parole sante, ossigeno per i nostri polmoni: come scriveva Voltaire, “il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno”.

Ed allora, vale la pena di dubitare, non fosse altro che per scansare il pericolo di essere additati come imbecilli.

Per una Giustizia più giusta e più intellettualmente onesta, vorrei più dubbi e meno certezze da parte dei Magistrati, più rigore e meno spettacolo, più spirito di servizio e minore protagonismo, più umiltà e minore prepotenza da parte di tutti, nessuno escluso.

Sotto lo zerbino, un po’ impolverato, nascondo ancora quel detto che fa più o meno così: dì quello che fai e fai quello che dici, ma, aggiungo, con i tempi e nei luoghi giusti, nel rispetto delle persone e dei loro diritti primari.

Paolo Berti

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