Due notizie di cronaca segnano il mio esordio nella comunità dell’Incontro che ringrazio per l’ospitalità.

Iniziamo con quella che qualcuno, senza ironia,  ha definito “bella”: ha avuto spazio sul Tg1 la storia di Alice Pignaroli, portiere del Cesena Calcio, alla quale è stato rinnovato il contratto nonostante fosse incinta. Non vedo come possa essere considerata positivamente la circostanza che un fatto che dovrebbe essere normale abbia invece meritato un titolo su un telegiornale Rai. Ma infatti normale non è perché la realtà è la storia di Lara Lugli, ex pallavolista che ha chiuso la sua carriera nel Volley Pordenone dopo essere rimasta incinta. 

Di questo inqualificabile sopruso nessuno avrebbe dato conto perché la maternità interrompe il contratto delle atlete che, indipendentemente dal livello, sono considerate dilettanti e dunque senza tutele. Questo è normale. Ma Lara ha avuto addirittura l’ardire di rivendicare l’ultima mensilità che non le è stata pagata e la società con atto di citazione in opposizione, in risposta alla sua legittima richiesta di ricevere lo stipendio, le ha chiesto i danni perché a 38 anni non ritenevano possibile che volesse avere un figlio e dunque, se avesse agito in buona fede, avrebbe dovuto comunicare questa possibilità. La questione, dopo la pubblicazione del fatto sul profilo Facebook dell’atleta, è stata portata all’attenzione del Parlamento dalla sottosegretaria allo Sport, Valentina Vezzali e, mentre attendiamo la prima udienza prevista per maggio, la notizia (che “rimanda ai tempi bui della storia del lavoro”)  è finita sul New York Times. Il mondo si è scandalizzato, l’Italia un po’ meno.

Sconcertante.  Non trovo altra parola per definire una situazione generalizzata che ogni donna vive ogni giorno.

Lavoro in una multinazionale che fa del riconoscimento del  talento femminile (e di ogni individuo) la sua bandiera non solo negando con forza ogni forma di discriminazione ma facilitando la maternità e sollecitando i neo-papà ad usufruire di permessi pagati per condividere le cure parentali. Eppure una eccellente giovane manager ha sentito la necessità, dopo avere annunciato di attendere felicemente una bimba, di voler essere rassicurata che nulla sarebbe cambiato per lei al rientro dal congedo, che avrebbe potuto vivere i primi mesi di vita di sua figlia con la serenità dovuta ad ogni nuova mamma. Ovviamente il suo lavoro sarà ancora lì quando si sentirà di tornare e la sua carriera non sarà penalizzata, ma – mi sono chiesta – è  dunque così forte la paura delle donne di essere marginalizzate? Sì, se una responsabile del personale di una importante società di revisione ha invece risposto alla sua trentenne collaboratrice, la quale ha comunicato di essere incinta, che avrebbe dovuto scegliere tra lavoro e famiglia e che forse poteva anche pensare di dare le dimissioni.

È ora di voltare davvero pagina perché la maternità deve uscire dalla sfera privata e deve esserle riconosciuto valore sociale.

Gli indicatori demografici dell’Istat fotografano un Paese vecchio con un saldo negativo che non accenna a frenare, con i nuovi nati che continuano a diminuire: nel 2019 sono 420.084, quasi 20mila in meno dell’anno precedente e oltre 156mila in meno rispetto al 2008. E nel 2020 possiamo calcolare un ulteriore calo delle nascite di almeno 10mila unità. Questo inverno demografico ha ripercussioni in ogni ambito del nostro Paese, dal sociale all’economico e produce guasti nella vita civile, sociale e democratica.

Ma non è un problema femminile, è una emergenza sociale inaccettabile: l’episodio che ha visto come protagonista una giovane avvocata di Milano, incinta all’ottavo mese, alla quale è stato negato il rinvio di un’udienza in Tribunale nonostante il rischio di parto prematuro è una sconfitta della società e un arresto nel processo di valorizzazione della dignità della donna.

In Italia il difficile rapporto con il lavoro è una costante per le donne: secondo il Global gender gap report che valuta le disparità di genere su quattro macro-aree (salute, istruzione, partecipazione al mercato del lavoro e salario, rappresentanza politica) siamo all’82esimo posto, ma facendo un focus sul divario retributivo scivoliamo nell’abisso del 118esimo posto su 144 paesi.

Il volume di Sara Fariello, Irene Strazzeri, Davide De Sanctis, Sociologia della maternità, (Mimesis, Milano-Udine 2020) offre una lucida e scioccante disamina della condizione femminile in Italia sostituendo al concetto di gender gap quello di blacklash:dopo aver rivendicato i diritti e la libertà nella sfera sessuale, affettiva e lavorativa le donne stanno tornando indietro. E la motivazione è la maternità”.

Nel nostro Paese, povero dal punto di vista economico ed immobile dal punto di vista sociale, i tassi di disoccupazione femminile aumentano, i meccanismi ricattatori pesano sulle scelte delle lavoratrici e la maternità, che spesso rallenta, ostacola o blocca il percorso professionale, resta il nodo irrisolto.

Il Welfare italiano, in gran parte smantellato, è da sempre basato sul lavoro volontario delle donne che si dedicano ai figli, agli anziani e ai maschi adulti: a fronte della mancanza e della carenza di servizi pubblici, la difficoltà della conciliazione dei tempi di lavoro con quelli familiari costringe sempre più le donne a scegliere se sacrificare la propria vita affettiva o rinunciare al proprio lavoro.

Nelle crisi continuamente prodotte dal capitalismo globale, esse percepiscono i salari più bassi, vengono più facilmente espulse dal mercato del lavoro, non godono più di alcune tutele sociali e, nella maggior parte dei casi, non vedono riconosciuto il diritto alla maternità: la pratica illegale delle dimissioni in bianco o la richiesta brutale di fornire test di gravidanza nei periodi di rinnovo dei contratti confermano questa triste realtà. Inoltre, esse devono sobbarcarsi la maggior parte del lavoro domestico e di cura in una società ancora basata sulla divisione sessuale del lavoro nella quale non è previsto nessun criterio per una più equa distribuzione delle responsabilità familiari.

Questa rigida divisione dei ruoli rappresenta una trappola, una morsa che costringe le donne nel doppio ruolo pubblico-privato, produttivo e riproduttivo e rende la maternità una corsa ad ostacoli.

Viviamo d’altronde in una fase storica che stiamo imparando a definire post-patriarcale o neo-patriarcale nella quale sono presenti oltre agli elementi del patriarcato classico, anche quelli di un patriarcato nuovo, moderno e liberale. Un sistema sessista che non opera più vistose ed evidenti discriminazioni ma agisce in maniera ambigua, subdola e non meno pervasiva. Di fatto, la maternità sta diventando per un verso un “lusso” per i costi che comporta e, per l’altro verso, un ordine naturale, esclusivo e trionfante per i sacrifici che comporta in termini di tempo, energie e rinunce.

Se  proprio  proprio vogliono lavorare, esse devono diventare mamme “acrobate” in grado di conciliare vita lavorativa e affettiva e offrire le migliori performance. […] La mamma multitasking è, dunque, il modello imposto alle donne che non vogliano rinunciare né al lavoro né alla maternità.  (…) Mentre messaggi pubblicitari, immagini e valori fondati su stereotipi esaltano la bellezza di tale esperienza, non si parla mai del rovescio della medaglia fatto di difficoltà, disagio, frustrazione e solitudine (…)”

Ma nella nuova narrazione della relazione con i figli occorre coinvolgere gli uomini che perché “anche i padri, come le madri, sono “vittime” di modelli di genere che più che guardare alle capacità e ai desideri dei singoli individui, li imprigionano in modelli sociali penalizzanti. Si pensi al termine quasi dispregiativo di “mammo” con cui ci si riferisce ai padri “accudenti”, come se non potesse esistere una cifra paterna dell’accudimento, come se questo coinvolgimento degli uomini fosse la testimonianza di debolezza e di perdita di autorevolezza

Cinzia Gaeta

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