Il dubbio girovagava per il mio cervello.

Non sapevo inquadrarlo bene.

Sentivo che mi sfuggiva qualcosa, qualcosa che avevo davanti agli occhi e non riuscivo a mettere a fuoco.

Vi sto socializzando, quasi in diretta, una esperienza intellettuale che ho vissuto in questi giorni e che finalmente ho focalizzato in maniera, a mio avviso naturalmente, corretta.

Mi riferisco alla vicenda legata alla ripubblicazione delle vignette di Charlie Hebdo contro Maometto, allo spietato assassinio del professor Samuel Paty a seguito della sua lezione agli studenti proprio su quelle “maledette vignette”, alla strage del terrorista a Nizza, al dibattito che si è acceso su questo barbaro circuito della violenza.

Rientrano in questa analisi anche i due successivi discorsi pubblici del Presidente della Repubblica francese: il primo quando Macron ha richiamato lo scontro di civiltà, scatenando reazioni in tutto il mondo musulmano e poi il secondo, molto diverso e più rispettoso di una realtà articolata e più complessa.

Qual era il mio dubbio di fronte alla tragedia dei barbari assassini del professore francese e degli sventurati passanti di Nizza, causati, nella delirante follia dei killer, dalla ripubblicazione delle famose vignette satiriche su Maometto da parte della rivista francese Charlie Hebdo?

Mi ero schierato anche io a tutela della libertà di espressione dopo il vile, feroce e sanguinario assalto alla sede del giornale, nel gennaio 2015, da parte di un commando di estremisti musulmani.

Anche io avevo figuratamente indossato la maglietta con la scritta “IO SONO CHARLIE HEBDO”.

Nessun dubbio, nessun tentennamento aveva dimorato nella mia mente.

Bisognava stare da quella parte lì.

La libertà di espressione è un valore fondante delle democrazie.

Uno dei paletti storicamente più antichi e più importanti della nostra coesistenza pacifica.

Deve essere difesa, tutelata, coccolata con grande cura e attenzione: senza Se e senza Ma.

Questa volta però, alcuni anni dopo la strage di Parigi del 2015, reagendo di fronte alle immagini della cattedrale di Nizza, provavo gli stessi sentimenti di condanna per una violenza barbarica che si spinge fino all’efferatezza della decapitazione delle vittime innocenti…ci mancherebbe!

Però, dentro di me, covavo un dubbio.

Un senso di angosciosa e angosciante incertezza.

In questo delicatissimo contesto mondiale, era stato opportuno-necessario ripubblicare le famose vignette che avevano già scatenato furibonde reazioni tra i musulmani offesi e presi in giro su un valore fondante della loro vita: la religione?

Senza voler limitare, vincolare, disciplinare un diritto non negoziabile quale quello della libertà di espressione, era così necessario, legittimo, virtuoso riaccendere un fiammifero basato sulla satira, quindi per definizione leggero e sarcastico, e gettarlo sulla benzina del mondo islamico, sensibilissimo su tutte le provocazioni dell’occidente nei confronti dei suoi simboli religiosi?

Proprio quando non riuscivo più a trovare il bandolo della matassa e quindi un giusto bilanciamento tra il diritto di esprimere le proprie opinioni (il diritto invocato dai redattori della rivista Charlie Hebdo) e il diritto dei musulmani a non essere offesi sulle loro tematiche religiose, avviluppandomi in questo dilemma senza fine, mi ha soccorso la lettura di uno scritto di Vladimiro Zagrebelsky, ex magistrato, autorevole esperto di questioni costituzionali, tanto attuali in questa nostra drammatica quotidianità.

Vi sintetizzo, pertanto, il pensiero di Vladimiro Zagrebelsky (fratello di Gustavo, presidente emerito della nostra Corte Costituzionale) che mi ha “ricondotto alla luce”.

Ho provato a “spacchettare” in 10 punti il suo articolo sforzandomi di traferirvi la completezza del suo ragionamento.

  1. Una premessa chiara e secca: la violenza barbarica di chi sgozza dei cittadini per vendicare l’Islam porta immediatamente a schierarsi contro il mondo da cui nascono quei selvaggi assassini per stare accanto alla Francia, alla sua cultura e alla sua storia.
  2. Detto ciò, Zagrebelsky sottolinea come il tema in ballo sia la libertà di espressione, uno “dei diritti più preziosi dell’uomo, così leggiamo nell’art. 11 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino proclamata dall’Assemblea come primo atto della rivoluzione francese del 1789”.
  3. La Corte Europea – ricorda Zagrebelsky – ha affermato che la libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali della società democratica. Essa vale non soltanto per le informazioni o le idee che sono accolte con favore o sono considerate inoffensive o indifferenti “ma – con il limite dell’istigazione all’odio, alla violenza e al razzismo – anche per quelle che urtano, colpiscono, inquietano una qualunque parte della popolazione”. Questa è una esigenza tipica del pluralismo e della tolleranza: senza questi valori non esiste una società democratica.
  4. Tuttavia – e qui Zagrebelsky entra nel cuore del problema – è una libertà che incontra dei limiti: in particolare il rispetto della reputazione e dei diritti altrui.
  5. La Convenzione Europea sottolinea che l’esercizio di questo diritto comporta doveri e responsabilità. “È l’unico caso, come a sottolineare la speciale natura di questa libertà, che mette sempre in relazione il soggetto agente con gli altri, i quali a loro volta hanno diritti che meritano rispetto e tutela”.
  6. Difficilissimo è dunque trovare un equilibrio e un bilanciamento tra i due diritti: da qui nasce il richiamo – scrive Zagrebelsky – alla responsabilità. È proprio questo valore di riferimento che cerca di assicurare e prevenire un corretto bilanciamento dei diritti tra la libertà di espressione e il rispetto della reputazione e dei diritti altrui.
  7. Dubito che quelle vignette pubblicate e ripubblicate siano compatibili con il dovere di responsabilità… Non si vede perché la satira, legittima entro un certo perimetro, debba sottrarsi alla critica quando si traduca in offesa diretta ed anche oscena. Tanto più quando si tratti di blasfemia e quindi colpisca il sentimento religioso che costituisce elemento tra i più essenziali dell’identità dei credenti”.
  8. Il dovere di essere responsabili implica quindi un’attenzione preventiva alle conseguenze che certe condotte possono provocare. Non si tratta di rinunciare a una propria libertà, ma di gestirla, modularla ed attuarla evitando posture narcisistiche indifferenti agli effetti sugli altri”. Zagrebelsky ricorre poi ad un efficace esempio: Non è grave gettare a terra un cerino. Ma non ignorando di essere in un pagliaio”.
  9. Secondo l’autore la difesa delle vignette potrebbe rappresentare, per alcuni, la conseguenza della laicità dello stato francese. Però, scrive Zagrebelsky, sostenere che quelle pubblicazioni sono irresponsabili non confligge con la laicità, che è un’altra cosa: essa riposa su tre pilastri, la libertà di credere e di non credere; la neutralità dello stato; l’eguaglianza dei cittadini tutti diversi tra loro ma eguali nei diritti e nei doveri.
  10. Sui due interventi pubblici del Presidente Macron, dopo la strage di Nizza, il giudizio di Zagrebelsky è molto secco. “Il suo tono marziale, durante il primo discorso, sembrava richiamare l’idea dello scontro di civiltà, rischiando di fare di quegli assassini i rappresentanti del vasto e variegato mondo islamico. Una guerra sciagurata. Saremmo chiamati a combatterla con quelle vignette come stendardo? Non c’è altro di meglio nel carattere delle società europee e delle nostre libertà?

Con il secondo discorso Macron “Corregge – secondo Zagrebelsky – il tono e riconosce comprensibile lo shock risentito dai musulmani e allora ha senso chiedere se l’identità francese ed europea meriti veramente di essere rivendicata con la difesa, senza un accenno di critica della pubblicazione e ripubblicazione di quelle vignette?

Il punto centrale è dunque costituito dal bilanciamento tra una difesa ferma e severa della libertà di espressione e la responsabilità di non approfittarne.

Bisogna trattare la blasfemia come un’offesa e battersi, perché non comprometta la convivenza pacifica. Deve, in una democrazia matura, affidarsi solo agli strumenti della ragione e dell’intelligenza, della critica e della persuasione, ha scritto in questi giorni Luigi Manconi proprio su questo tema.

Credo sia un grande insegnamento che ci debba far riflettere oggi per essere più attrezzati domani nel reagire ad eventi similari, ahìnoi, replicabili.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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3 Commenti

  1. Concordo al 100%. Ho avuto la stessa reazione chiedendomi se davvero insistere nella pubblicazione delle vignette fosse davvero giusto. Ho trovato la risposta perfettamente articolata nel tuo articolo.

  2. Da parte mia e di mia moglie le Tue considerazioni erano già state anticipate e condivise, prima ancora dell’intervento di Zagrebelsky, pacato nei toni ma duro nella sostanza.
    Vi era un altro aspetto fortemente da criticare in almeno una delle nuove vignette: l’offesa alla religione avveniva attraverso la donna, rappresentata con il velo davanti, ma sollevato dietro!
    Un duplice bel risultato: in una vignetta sola si riusciva ad insultare la religione musulmana e tutte le donne appartenenti al mondo islamico!

  3. Concordo con gran parte delle argomentazione dell’articolo, ma non con tutte. L’educazione, l’etica e la responsabilità personale mi porta a protestare verso le autorità preposte e quindi non riverso la mia rabbia sul primo che incontro per strada soprattutto se è indifeso. E’ evidente che molti di questi fanatici leggono solo una parte del Corano, quella che fa loro più comodo, al di là del fatto che NON c’è Il Corano, unico testo, ma migliaia di testi commentati in modo diverso fra loro. Comunque, è inutile e stupido insultare altre religioni.

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