I Monti Ararat sono nuovamente visitabili. Dal 1 gennaio 2022 il Governo della Turchia ha nuovamente concesso – a determinate condizioni – la possibilità di raggiungere la zona del Kurdistan dove si erge il gruppo dei Monti Ararat. Il via libera è diretto a spedizioni straniere interessate a ricerche mineralogiche e a dirimere la questione dell’”Anomalia” del Monte principale.

L’accesso alla zona era stato interdetto dal Governo turco nel 1984 poiché era stato definito “zona di guerra” nel conflitto tra l’esercito regolare e i gruppi separatisti curdi del PKK. Conflitto iniziato nel 1978 che si era riacutizzato in quell’anno. Un periodo di tregua fra queste due fazioni si era avuto tra il 2004 e il 2015, durante il quale l’approccio all’Ararat era stato permesso. Ma solo a spedizioni scientifiche con guide militari, revocato però per gli stessi motivi nel 2016.

Il complesso montuoso dell’Ararat si trova oggi in Turchia nella regione Agri del Kurdistan, a 16 km dal confine ovest con l’Iran e a 32 km dal confine sud con l’Armenia. E’ costituito da due monti di cui quello più alto (5165 m.) è detto il “Grande Ararat” (Agri – Dagi), il più basso (3915 m.) è detto il “Piccolo Ararat”. Sono separati fra di loro dalla “Sella di Sara Bulag” a 2540 m.

Agri-Dagi l’unica parte scampata al Diluvio Universale

Il più interessante è l’Agri-Dagi, che ha una base di 25 km quadrati. Morfologicamente, è uno strato vulcano costituito da lava trachitica e da detriti piroclastici (ceneri, lapilli), dacitici (quarzo), riolitici (feldspato) e basaltici. Sulla sua sommità si trova una calotta di ghiaccio perenne, estesa per 2,4 kmq e spessa da 2 a 9 metri. Secondo alcune fedi religiose (cristiane, ebraiche, islamiche, orientali) la sommità dell’Agri-Dagi sarebbe stata l’unica parte non sommersa a seguito di un cataclisma di proporzioni immani (il “Diluvio universale”) che si sarebbe verificato nel 3400 a.C. Un diluvio che secondo il racconto della Bibbia sacerdotale dei LXX , capitoli 6,8 e 9,19 della Genesi, fu inviato sulla terra dalla Divinità per distruggere il genere umano a causa delle sue iniquità.

Un grandioso diluvio risulta storicamente descritto per la prima volta in un poema epico dei Sumeri (l’“Epopea di Gilgamesh” XIX sec. a. C.). E successivamente in numerose leggende e in miti laici e religiosi dei più svariati popoli, delle più differenti civiltà e delle più diverse fedi. Come per esempio il poema mesopotamico di Athrahasis, la storia indù di Manu e quella greca di Deucalione. Tra tutti questi racconti quello riportato dalla Bibbia sacerdotale narra come, dalla totale copertura delle acque, fosse rimasta preservata la cima dell’Agri-Dagi. Denominato “il più alto di tutta la terra” . E come su di essa si fosse adagiata una arca, scampando alla distruzione di tutto il resto del mondo.

La grande barca descritta da tutte le religioni

Anche il Corano (ura 29 vers. 15 e sura 54 vers. 13) narra di una grande barca (“safina”) che si posò, alla fine del Diluvio, sulla sommità del monte alGudi nei pressi di Mosul. Queste imbarcazioni (arche e safine) erano in uso presso alcuni popoli antichi (gli ebrei le chiamavano “terah”) per la pesca oltre che per abitazioni. Quella sulla cima dell’Agri-Dagi era costituita (Genesi 6, 13-16) da un casso e di giunchi intrecciati, con interno catramato. Era lunga 300 cubiti (133 m.), larga 50 cubiti ( 22 m.) e alta 30 cubiti (13 m.). Aveva tre ponti, a forma rettangolare, con tetto inclinato apribile, una porta e una finestra, ottimamente galleggiante sulle acque, con albero, vela e timone.

Sempre secondo la Bibbia sacerdotale Noè (Noah in ebraico, Nu-h in arabo, Ziusudra in numerico,
Athrahasis in assiro, Utnapishtim in babilonese, Manu in indu, Deucalione in greco ), decimo patriarca, era stato avvisato da Dio dell’imminente diluvio in quanto “uomo retto”. E invitato quindi a costruire una arca per accogliervi la moglie Naamah e i tre figli Sem, Cam e Jafet. E in più le loro mogli e due coppie di animali di ogni specie, per mantenere sulla Terra le specie umana e animale. Secondo il Corano Nu-h ospitò in una Safina sua moglie, i tre figli con le loro mogli, dieci fedeli e dieci paia di animali.

Storici, re, imperatori ma anche ingegneri alla ricerca dell’Arca

Il racconto del “Diluvio Universale” e dell’Arca ha sempre interessato storici, critici, studiosi, religiosi o semplici curiosi. Così che sin dall’antichità remota ebbero inizio ricerche sui Monti dell’Ararat nella speranza (per taluni certezza) di ritrovare resti della famosa imbarcazione. Primo a recarsi sull’Agri-Dagi fu lo storico armeno Fausto di Bisanzio nel V secolo a.C. cui seguì l’Imperatore bizantino Eraclio con una spedizione nel VII secolo. In tempi più recenti vi si recarono spedizioni organizzate a scopo scientifico o da gruppi religiosi fondamentalisti con l’obbiettivo di confermare quanto riportato nel racconto biblico.

Famose furono quelle del medico naturalista tedesco Frederich Parrot con lo scrittore armeno Khachatur Aboujan (1829). E ancora dello storico inglese prof. James Bryce (1876), del fotografo inglese Hardwicke Knight (1936), dell’ingegnere francese Fernand Navarra (1969). Ma anche dell’ingegnere italiano Angelo Delego (1989), del pilota del modulo lunare Apollo 15 James Irwin (1991). E del magnate statunitense Daniel Mac Givern (2004, bloccato dalle Autorità turche).

Anche il Club Alpino Italiano partì con una spedizione…

Ma non solo. Si cimentarono la “Noah’s Ark Ministries International” di Hong Kong insieme alla “Media Evangelism Ltd” cristiana e a 15 ricercatori dell’Università di Istanbul (2010). Anche il Club Alpino italiano (2013) con 12 giovani andò in missione cui seguì quella dei Comitati medico-scientifici di alcune Università italiane (2014). Nel corso di queste spedizioni terrestri vennero rinvenute alla cima o lungo le pareti sommitali alcuni oggetti. Da Bryce, una trave di legno lavorata a mano lunga 130 m.. Da Knight, Navarra e Irwin, separatamente, alcune travi lignee ricurve. Dalla spedizione del 2010 una caverna con pareti di legno lavorato). Reperti che fomentarono l’interesse mondiale sull’ipotesi che sulla cima dell’Agri-Dagi si fosse depositata l’Arca di Noè dopo il Diluvio universale.

Anche fotografie aeree della zona contribuirono a tener viva l’attenzione sul caso. Nel giugno 1949 un aereo da ricognizione U2 statunitense era in missione strategica al confine tra Turchia e Iran. Incidentalmente aveva osservato, localizzato e fotografato, su una pendenza dell’Agri-Dagi, una macchia scura. Era lunga oltre 2 km, grossolanamente ovalare e si stagliava sulla sua cima ghiacciata. Le fotografie erano state inviate al Servizio Informazioni della Difesa (D.I.A.) degli USA. A sua volta le immagini furono trasmesse al “Center for Strategic and International Studies” dell’Università di Richmond (VA) all’attenzione del prof. Porcher Taylor. Lui definì la macchia “anomala per la sua sede e troppo lineare per essere naturale”, sottintendendone la possibile natura artificiale (residuo di manufatto).

Quella macchia definitaAnomalia dell’Ararat

Da allora la macchia venne definita e conosciuta come l’”Anomalia dell’Ararat”. In seguito numerose
altre fotografie aeree vennero riprese sull’Agri-Dagi. Confermarono la presenza di strutture irregolari, variamente (e spesso fantasiosamente) interpretate. L’ipotesi che l’”Anomalia” possa essere riferita all’Arca di Noè è ritenuta oggi scientificamente assai improbabile. La sua lunghezza (2 km.) e il mancato rinvenimento di residui fossili e di sedimenti nel suo interno (che dimostrerebbero che l’Agri-Dagi fu veramente del tutto sommerso dalle acque) inducono a escludere che una imbarcazione possa essersi comunque fermata sulla sua cima.

Contrastano inoltre con tale ipotesi anche alcune affermazioni espresse nella Bibbia e nel Corano che divergono sul luogo ove l’Arca e la Safina si sarebbero fermate. Ipotesi del Corano (Sure 11:44) è che il Monte alGudi si trovi in Iraq, sulla riva est del fiume Tigri nei pressi di Mosul. Mentre la Bibbia (Genesi 8,4) non parla mai esplicitamente neppure del Monte Agri-Dagi (che comunque si trova in Turchia). Ma solo genericamente di “Monti dello Ararat” che sono situati in una remota zona dell’Assiria.

Ma è solo una stria di detriti lavici o nasconde qualcosa di inesplorato?

Conseguentemente l’”Anomalia” oggi è interpretata come una stria di detriti lavici depositatisi nel corso di decenni sui versanti della cima dell’Agri-Dagi. Il tutto a seguito degli slittamenti periodici degli accumuli progressivi di ghiaccio che si formano sulla cima stessa. Il Monte dell’Ararat è stato menzionato come “luogo di deposito” dell’Arca da Papa Giovanni Paolo II (2001) e come “luogo di riposo” dal Patriarca ortodosso Cirillo I (2010). Un frammento di legno riferito dell’Arca è conservato e venerato nel Museo della Cattedrale ortodossa di Etchmiadzin, città sacra dell’Armenia.

Gustavo Ottolenghi

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