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L’imperialismo cinese e la straordinaria banalità di TikTok

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Questo lungo e terribile 2020 ci ha distratto.

La pandemia e tutte le sue tragiche conseguenze sanitarie ed economiche hanno condizionato le nostre vite, la nostra attenzione, la scaletta delle nostre priorità.

Autorevoli esperti e conoscitori della Cina ci invitano a “ritornare sul pezzo”, a non distrarci.

A capire meglio cosa stia pianificando la leadership di Pechino; che idea del mondo si sia fatta; che tipo di rischi ci stiamo prendendo sottovalutandola o, peggio, considerandola lontana o semplicemente diversa.

Due scritti mi hanno riportato “violentemente” su questo problema.

Due contributi che mi hanno colpito, al di là della condivisione sul loro contenuto, per la lucidità dell’analisi, per il rispetto che bisogna portare alla millenaria storia della Cina, per i segnali di allerta su dove il Partito Comunista Cinese, lo Stato cinese cioè, mira ad arrivare.

Mi riferisco ad un editoriale dello storico Niall Ferguson, docente alle università di Stanford e di Harvard e anche Visiting Professor all’università Tsinghua di Pechino.

Nel suo scritto pubblicato sulla rivista Bloomberg, Ferguson ha analizzato i rischi connessi all’utilizzo da parte delle giovani generazioni occidentali del tanto discusso TikTok.

Il secondo reportage sulla Cina è della ricercatrice tedesca Mareike Ohlberg, esperta di politica internazionale ma soprattutto della Cina dove ha vissuto e lavorato per parecchi anni.

La politologa tedesca ha recentemente pubblicato, per ora soltanto in lingua inglese, un interessante testo con il professore australiano Clive Hamilton, dal titolo Hidden Hand – Exposing How the Chinese Communist Reshaping the World.

Come potrete leggere tra poco, gli autori hanno in fondo trattato lo stesso tema sul rischio-certezza di un nuovo imperialismo cinese, analizzandolo da due diversi angoli di lettura.

Quello scelto dalla politologa tedesca di natura politica e strategica; quello di Ferguson, di natura tecnologica e strategica.

Provo a sintetizzarvi il loro pensiero e l’articolazione dei loro ragionamenti.

La Ohlberg parte da un dato storico: il Partito Comunista Cinese (PCC) compirà il prossimo anno 100 anni.

Molti, anche autorevoli, politologhi internazionali stanno sottovalutando le sue strategie: “Abbiamo troppo spesso, nelle nostre analisi, tenuto il PCC fuori dal quadro di riferimento cinese. Parliamo spesso di Xi Jinping come del presidente della Cina e immaginiamo che l’esercito popolare di liberazione corrisponda all’esercito cinese, ignorando che in realtà esso è fedele al PCC non al governo.

Ci sono pochi paesi nel mondo con un sistema analogo a quello cinese, dove un singolo partito è completamente fuso ed inserito nello Stato.

Tutta la politica estera cinese è guidata dagli interessi del Partito Comunista, che non è detto che corrispondano a quelli del popolo cinese”.

L’analisi della Ohlberg parte da un dato storico: “Dopo la fine della Guerra Fredda l’Occidente ha vissuto un momento di trionfo. Per il PCC le cose sono state diverse: dopo la durissima repressione di Tienanmen nel 1989 e la successiva autoliquidazione dell’Unione Sovietica dei primi anni ’90, il PCC si è trovato a vivere in un mondo in cui erano rimasti pochissimi partiti comunisti.  Il pensiero della leadership cinese era che l’Occidente, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, avrebbe concentrato tutte le sue risorse per trasformare la Cina in uno stato democratico. Con tutti i mezzi: quelli economici e quelli culturali. Dunque – sempre secondo il pensiero di Mareike Ohlberg – la vecchia Guerra Fredda in realtà non era mai finita e si era soltanto modificata nei suoi protagonisti. Dagli anni ’90 il PCC si è preparato per un nuovo confronto ideologico con l’Occidente”.

Le radici della nuova ideologia dei leader di Pechino risalgono al nazionalismo cinese nato nei confronti degli storici avversari giapponesi. “L’idea è quella di coalizzare tutte le forze contro il “nemico principale” che può cambiare nel tempo o in base al contesto. Gli Stati Uniti oggi sono il “nemico principale” che deve essere indebolito e isolato dai suoi alleati”.

Da qui parte la pianificazione di una politica estera mirata a mantenere l’Europa neutrale in un conflitto tra Cina e Stati Uniti. Certo, a lungo termine, il governo cinese punta ad una Europa che si schieri dalla parte della Cina.

Ma questo è il secondo traguardo, dopo la sconfitta del “nemico principale”.

Sul tema delle libertà e dei diritti civili dei cittadini cinesi, il ragionamento della politologa tedesca è molto semplice, lineare … “cinese”: “Il partito esercita un controllo sempre maggiore per quanto riguarda le libertà, sui propri membri e sulla società cinese nel suo complesso. Se qualcosa è “politico”, ci si aspetta che le persone si allineino con il partito, mentre nel campo apolitico c’è libertà di fare, pensare o discutere a proprio piacimento. Attualmente il perimetro della “politica” si è ampliato di parecchio”.

In questo contesto si inseriscono le rivolte dei giovani di Hong Kong e di Taiwan.

Il PCC – sostiene la Ohlberg – considera le massicce proteste in corso una minaccia alla sicurezza del proprio regime. La tesi ufficiale è che dietro queste proteste ci siano delle potenze straniere che vogliono causare problemi al Partito. A noi occidentali questa versione potrà sembrare anche una sciocchezza, ma i cittadini cinesi … tutt’altro! Per il PCC queste proteste rappresentano pericolosi esempi di popolazioni che aspirano alla democrazia. Per il PCC la democrazia in Cina non funziona!”.

È molto duro il giudizio su come Pechino abbia gestito la tragedia del Coronavirus.

Le autorità cinesi non hanno gestito con trasparenza la vicenda – scrive la Ohlberg – hanno nascosto informazioni, messo a tacere chi ne dava notizie e mentito alla comunità internazionale. Ora stanno impedendo, in tutti i modi, una seria indagine sull’origine della pandemia”.

Secondo l’autrice del libro Hidden Hand – Exposing How the Chinese Communist Reshaping the World, che sarà pubblicato in lingua italiana entro fine anno, l’Europa ha un atteggiamento troppo distratto o succube nei confronti della Cina: “Siamo troppo impauriti dalle eventuali ritorsioni che il governo cinese saltuariamente minaccia di adottare nei confronti dell’Unione Europea. Un atteggiamento che non fa che consolidare l’arroganza di Pechino. Quando qualche paese membro dell’Unione Europea reagisce con fermezza, come ha fatto recentemente la Germania, il tono e il contenuto delle minacce cinesi cambiano. Non dobbiamo dimenticarci mai che la Cina beneficia molto della presenza delle aziende occidentali sul mercato cinese: pertanto eventuali ritorsioni di Bruxelles avrebbero un impatto importante sull’economia cinese”.

Il professor Hamilton, coautore dell’opera, australiano, cita proprio il suo paese come esempio di come bisognerebbe confrontarsi “alla pari” con Pechino.

Nonostante il peggioramento dei rapporti diplomatici – scrive Hamilton in un capitolo del libro – la Cina ha aumentato la sua importazione di risorse australiane. Se hai un prodotto o un servizio di cui la Cina ha bisogno, il governo di Pechino starà ben attento ad adottare ritorsioni che potrebbero impattare sull’importazione di quei beni o servizi necessari. Al massimo potrà adottare qualche azione simbolica, ma dobbiamo ricordarci che la Cina ha bisogno di noi tanto quanto noi di lei”.

I due autori individuano poi una “ricetta” per cercare di arginare l’imperialismo cinese in atto: “Bisogna innanzitutto avere una maggiore conoscenza e consapevolezza di cosa sia il PCC, di che cosa voglia e ove miri ad arrivare. Dobbiamo valutare con lucidità se ci sono sovrapposizioni di interessi tra la Cina e i paesi occidentali. Possiamo lavorare con le autorità cinesi in queste aree e nello stesso tempo continuare a lottare contro le violazioni dei diritti umani e i tentativi di censura. È importante che ci sia un maggior coordinamento tra i paesi occidentali. Gli USA devono capire che hanno bisogno di tutti gli alleati che possono trovare e l’Europa deve capire che la sua politica cinese è obsoleta. Certo, sarà molto importante capire chi sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti”.

Una lettura interessante e complementare, come dicevo, ci viene fornita dal prof. Ferguson che utilizza il caso TikTok per analizzare le nuove forme dell’imperialismo cinese in corso.

TikTok non è solo la vendetta della Cina per il secolo dell’umiliazione tra le Guerre dell’Oppio (concluse con la vittoria britannica nel 1860) e la rivoluzione di Mao (che fondò la Repubblica Popolare Cinese nel 1949). TikTok è l’oppio, il fentanyl digitale che rende i nostri figli assuefatti all’imminente impero cinese”.

Lo storico americano ci invita a non sottovalutare la straordinaria banalità di TikTok: “È difficile superare l’iniziale assoluta inutilità e stupidità di TikTok. Ho passato mezz’ora cercando di dare un senso alla serie infinita di video di gente comune che fa cose sciocche con i cani o in cucina o in palestra. Per un’altra mezz’ora mi sono poi chiesto come questa cosa possa essere una minaccia per la sicurezza nazionale americana. La mia riposta è: gli Stati Uniti hanno vinto la Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica esportando i loro valori; la Cina ha un piano simile per la seconda Guerra Fredda”.

TikTok è una delle armi di questa guerra.

Il professore americano sostiene, nel suo intervento sulla rivista Bloomberg, che la differenza con Facebook è che TikTok non è un social network, è un sistema basato su algoritmi con intelligenza artificiale che sfrutta tutti i dati raccolti su ogni singolo utente per personalizzare il contenuto. La conseguenza? Oggi sull’app di TikTok passano video assolutamente demenziali, poi della musica, poi ancora dei consigli per gli acquisti: domani passeranno influenza ideologica e politica per le masse giovanili dell’occidente.

Oggi TikTok ha 100 milioni di followers e il presidente Trump ha dichiarato formalmente che vuole bandirne la diffusione per motivi di sicurezza nazionale (il possibile spionaggio proprio attraverso la raccolta di dati e informazioni sugli utenti). In fondo la preoccupazione di Trump è la stessa evidenziata da Ferguson.

La risposta cinese è piuttosto prosaica, di basso profilo. “La colpa di TikTok – secondo la posizione ufficiale del PCC, diffusa dal Global Times, giornale nazional-comunista di Pechino – è semplicemente quella di aver vinto la concorrenza agguerrita dei gruppi stranieri con le sue sole forze. Tutti i social network funzionano allo stesso modo. Se ogni piattaforma digitale con un algoritmo dovesse essere considerata fentanyl allora sia Facebook, sia Twitter sia Instagram dovrebbero essere considerati come l’oppio”.

Il giornale vicino al PCC va oltre e puntualizza: “La tecnologia è neutrale per natura ma al prof. Ferguson, evidentemente, piace solo quella dell’Occidente, perché ha nostalgia del British Empire che imponeva le sue regole commerciali con sistemi come la Guerra dell’Oppio”.

La partita per TikTok non è ancora conclusa. Proprio in queste ore sono in corso delle video conferenze tra i negoziatori commerciali di Washington e Pechino.

In definitiva, mi pare di poter sostenere che per comprendere veramente il pensiero della classe dirigente cinese in questo travagliato 2020, bisogna portare rispetto al suo ritorno da protagonista sul palcoscenico della Storia.

La Cina è un impero millenario che ha avuto 200 anni di parentesi negativa, ma che ora torna prepotentemente sulla scena internazionale: per i cinesi questo periodo di debolezza è stato solo una parentesi nel corso della loro storia.

Dobbiamo dedicare ogni sforzo per capire la Cina, arginarne le ambizioni imperiali, valorizzarne le potenzialità economiche, aiutando i cinesi, il popolo cinese, a migliorare la loro qualità di vita e l’acquisizione dei loro sacrosanti diritti civili finora negati.

Questo deve essere un punto strategico, una priorità, per Bruxelles e per la Washington del dopo Trump.

Riccardo Rossotto

Foto: Ascannio/Shutterstock

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Riccardo Rossotto
"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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