Belpietro salva l’Unità e i giornalisti protestano: “L’ho fatto per la libertà di stampa”. Così ha titolato su Facebook Open, il quotidiano online fondato da Enrico Mentana.

Informare i sinistri che Belpietro ha compiuto un gesto liberale, paragonabile a quando Pasolini, Pannella o Mughini offrivano la firma per consentire l’uscita di testate di cui non condividevano nulla”, ha commentato sul suo profilo Facebook Daniele Capezzone, ex-segretario di Radicali Italiani, oggi collaboratore del quotidiano di Maurizio Belpietro La Verità.

In realtà, Belpietro non ha salvato nulla e l’accostamento a Pasolini, Pannella e Mughini è assolutamente improprio.

I fatti sono questi. La legge impone che una testata giornalistica sia pubblicata almeno una volta l’anno, pena la sua decadenza. L’Unità ha cessato le pubblicazioni nel giugno 2017. Per mantenere in vita la testata, un anno fa è stato pubblicato un numero firmato come direttore responsabile da Luca Falcone, che avrebbe dovuto farlo anche quest’anno, scrive l’agenzia Agi, tanto è vero che è suo l’articolo nella posizione dell’editoriale del numero andato in edicola il 25 maggio.

Ma all’improvviso e all’insaputa dei giornalisti, l’editore Pessina decide di chiedere a Belpietro di fare lui il direttore per un giorno. Quindi, Belpietro non ha salvato nulla, perché il direttore responsabile c’era già. È stata un’operazione di marketing, come quella del Buondì Motta con l’asteroide che prima colpisce la mamma e poi il papà colpevoli di aver detto alla loro bambina che non esiste una colazione in grado di coniugare leggerezza e golosità, così tutti corrono a commentare scandalizzati e la pubblicità diventa virale.  Con Falcone direttore nessuno avrebbe fatto caso all’Unità pubblicata per un giorno. Con Belpietro, invece, lo scandalo era assicurato, grazie alle sicure proteste del comitato di redazione e poi di tanti altri sino ai post indignati sui social contro l’ultimo affronto al glorioso giornale fondato da Antonio Gramsci.

Tra le proteste indignate spicca quella di Luigi Zanda, tesoriere del Pd, che parla di “gravissima profanazione della storia gloriosa di un grande giornale libero” e di un’operazione che “sa tanto di sciacallaggio e costituisce una violenza culturale e politica che emana miasmi volgari”.

Una domanda pare lecita: cosa aspetta il Pd a riacquistare l’Unità, magari attraverso una sottoscrizione pubblica, coinvolgendo ex direttori e imprenditori d’area, tornando a pubblicarla se ce ne dovessero essere le condizioni o almeno preservandola da operazioni di marketing spregiudicate?

Se ci si disfa del giornale “fondato da Antonio Gramsci nel 1924” vendendolo a un editore privato, poi è inutile gridare alla profanazione da parte dei mercanti nel tempio se viene trattato alla stregua del Buondì. Business is business, anche se in questo caso è difficile capire quale sia.

Beniamino Bonardi

 

Beniamino Bonardi

Il direttore responsabile de L'Incontro

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