Il grido di allarme lanciato da Emma Bonino ha scatenato una serie di doverose riflessioni. Il “nemico” da combattere in queste ore di vigilia del prossimo appuntamento elettorale, al di là delle legittime opinioni di ciascuno di noi, è l’apatia, la disattenzione, la sottostima dell’importanza di questo passaggio elettorale per l’Europa del futuro. Proprio sull’onda degli stimoli lanciati da Emma Bonino, abbiamo ripreso in mano un testo uscito negli Stati Uniti nel 2018 e pubblicato in Italia recentemente da Laterza.

Ci riferiamo al saggio dal titolo “Come muoiono le democrazie” scritto a quattro mani da due specialisti di scienze politiche dell’università di Harvard, Steven Levitsky e Daniel Ziblatt.

I due autori ci sottolineano l’importanza di non dare per scontate le conquiste democratiche maturate attraverso le tragedie e le sofferenze del ‘900.

Nell’era moderna, le democrazie sono state uccise non solo dai golpe militari, spesso avvenuti in Sud America, ma anche dalla responsabilità di leadership regolarmente elette attraverso passaggi elettorali. È successo infatti che una volta al potere abbiano abbattuto i sistemi parlamentari costruendo delle dittature più o meno violente. I riferimenti che gli autori ci mettono sotto gli occhi vanno da Chavez in Venezuela a Putin in Russia; da Orban in Ungheria a Erdogan in Turchia.

Proprio sulla scorta di tali esempi, il contesto politico in cui stiamo vivendo ci mostra che altre nazioni stanno rischiando di seguire questo percorso, continuando a chiamarsi democrazie ma, senza accorgersene, andando verso sistemi non democratici.

L’analisi di Levitsky e Ziblatt mette il focus, ad esempio, su Trump, prototipo del “killer seriale di norme” demagogo populista sulla cui fedeltà democratica gli autori nutrono parecchi dubbi.

Il contenuto del saggio ci invita quindi a non sottovalutare cosa ci sta accadendo intorno e cioè gli scivolamenti progressivi sul terreno della paura, dell’odio e dell’indifferenza verso i nostri consimili. Anche il linguaggio usato da alcuni leader dimostra un imbarbarimento del confronto politico ormai sceso a livelli di vero e proprio scontro basato su minacce e rischi di nuovi nemici via via creati e via via sostituiti con dei nuovi avversari.

Internet ha dato vita ad uno strumento, senza filtri né intermediazioni, che, se non gestito con grande cura, rappresenta, come avviene sotto gli occhi di ciascuno di noi ogni giorno, un moltiplicatore catastrofico di messaggi improntati alla contrapposizione, all’esclusione, ad un confronto che di democratico e civile ha ormai molto poco.

I due autori ci sollecitano a preoccuparci quando le leadership politiche dei nostri paesi evidenziano segnali di questo genere: (i) rigettano con le parole o con i fatti le regole basilari del gioco democratico; (ii) negano legittimazione agli avversari; (iii) tollerano o incoraggiano la violenza verbale o addirittura fisica; (iv) si dimostrano pronti a limitare le libertà civili degli avversari, mezzi di informazione inclusi.

È importante, sempre secondo la tesi esposta da Levitsky e Ziblatt, individuare la “malattia” e i rischi di una sua diffusione e contaminazione su un’opinione pubblica confusa, allarmata e profondamente toccata dalla crisi economica, in quanto soltanto così si potranno adottare i rimedi e gli anticorpi necessari per evitare derive dittatoriali.

La democrazia è un’impresa comune e il suo destino dipende da tutti noi” costituisce il monito che i due professori universitari americani ci lasciano nel capitolo conclusivo del loro lavoro.

Per cogliere in pieno il senso e il perimetro di questo argomento, ci pare utile riprendere una risposta che la Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello ha dato ad un giornalista di Repubblica in questi giorni.

Alla domanda “Come si riconosce il fascismo?” la Dureghello ha risposto “È semplice. Si riconosce dal rifiuto dell’altro. Chi nega i diritti dell’altro come persona, come essere umano, come donna, come mussulmano, come ebreo, ecco chi fa questo è un fascista”.

La Dureghello ha poi sviluppato così il suo pensiero: “Per me la questione rappresenta un grande tema etico e faccio appello alla responsabilità di tutti. Mi chiedo che cosa possiamo fare insieme per evitare che il cittadino si abitui a certe immagini o a certi linguaggi. Dico che non ci può essere ambiguità. Certe manifestazioni bisogna soffocarle sul nascere, dichiarare chi sta dentro e chi sta fuori il consesso civile. Gli anticorpi devono palesarsi .. pensavamo che fascismo e nazismo fossero pagine drammatiche ormai elaborate. Pensavamo che le società avessero sviluppato degli anticorpi adeguati. E invece non vedo sufficiente sconcerto, indignazione, presa di distanza”.

Ci paiono parole che mettono fine, a nostro avviso, ad un dibattito che è in corso nel nostro paese e non solo, sul tema della rinascita del fascismo mussoliniano o della nascita di un nuovo fascismo, denominato da Ezio Mauro “Fascismo 2.0”.

La sintesi ideologica e storica del fascismo è quella brillantemente e drammaticamente esposta dalla Presidente della Comunità Ebraica di Roma: dobbiamo fare attenzione a qualsiasi leadership che si proponga un progetto politico basato direttamente o indirettamente sul rifiuto dell’altro, sulla negazione dei diritti di qualsiasi altro, come persona, come essere umano, come professante una religione diversa dalla nostra, come ispiratore di una differenza di valori e di genere.

Quando entreremo nell’urna elettorale, dovremo tener conto anche di questo aspetto, prima che sia troppo tardi.

Riccardo Rossotto

 

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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