Tutti abbiamo una certezza: dopo l’emergenza virus la ripresa sarà lunga e faticosa; soprattutto non potrà perpetuare il modello di sviluppo che abbiamo ereditato dal novecento e mantenuto, sempre più inadeguato e declinante, lungo le crisi che hanno caratterizzato i primi due decenni di questo secolo.

Nulla sarà come prima: è un sentire comune, una consapevolezza di tutti. Il fatto, però, è che immaginiamo il nuovo mondo secondo le attese e gli schemi interpretativi che abbiamo ereditato dal vecchio. Ogni corrente di idee, ogni narrazione sociopolitica, ogni individuo con i suoi pregiudizi più o meno idealizzati non fa che immaginare le sfide e le soluzioni del futuro come un inveramento o, molto spesso, una rivincita della propria visione.

Ma è proprio così: nulla sarà come prima. La storia ci insegna che i cambiamenti che incidono nella cultura e nei comportamenti sociali sono il lentissimo prodotto di interazioni del sottosuolo, poco visibili dal cielo della politica (la lunga durata di Braudel), eppure talvolta alcune esperienze collettive sono state capaci di produrre accelerazioni straordinarie. I totalitarismi del secolo scorso non si spiegano con una semplice successione di eventi politici. Non sarebbero stati immaginabili senza la tragedia umana della grande guerra e senza l’accumulo di frustrazioni e risentimenti da questa prodotte. E soprattutto la seconda guerra mondiale ha avuto il carattere di uno spartiacque antropologico. L’ordine mondiale che ne è seguito è stato il frutto di un accordo tra potenze, ma tutto ciò che nei cinquant’anni successivi ha permesso un ciclo straordinario di espansione della libertà e del benessere, quanto meno nella nostra parte del mondo, ha a che fare col cambiamento delle persone, dei vissuti e delle consapevolezze che guidano il comportamento umano. Al di sotto dei trattati che si sono susseguiti fino a creare l’Unione Europea c’è un cambiamento culturale inimmaginabile fino al maggio 1945: per mille anni ogni generazione aveva considerato normale e financo esaltante essere chiamata a versare il sangue sulle linee di confine tra francesi e tedeschi, inglesi e francesi, italiani e germanici. Improvvisamente ma irreversibilmente tutto ciò è apparso assurdo. Non è l’educazione che può produrre cambiamenti di simile portata, ma solamente un’esperienza tragica, al tempo stesso universale e personale, capace di sconvolgere radicate certezze e aprire le menti a consapevolezze nuove.

Sarà questo l’effetto dell’emergenza virus? Lo vedremo, molto dipenderà dall’intensità della depressione che si è avviata, ma alcuni segnali ci dicono di sì.

Anzitutto una considerazione: è la prima volta nel mondo moderno che una grande recessione non nasce a Wall Street e neppure nell’economia reale, ma da una crisi di sostenibilità, in questo caso un’emergenza sanitaria. È il carattere della nostra epoca, che non siamo preparati a fronteggiare. In futuro dovremo attenderci ulteriori prove di questo genere: nuovi virus, disastri ambientali, conseguenze irreparabili della disgregazione sociale. Ora sappiamo che la stabilità economica, il benessere sociale e l’equilibrio ambientale non sono separati, sono interdipendenti. Questo è il significato più autentico del termine sostenibilità, destinata a divenire la parola chiave del nostro futuro: ognuno di questi ambiti – economia, società e ambiente – se ne trascuriamo i rischi è in grado di vendicarsi con conseguenze distruttive. È una sfida per tutti: istituzioni internazionali, stati, comunità, imprese, individui. Le imprese stanno comprendendo che non potranno crescere a lungo in modo profittevole senza occuparsi del loro impatto nell’ecosistema.

Il livello di globalizzazione che abbiamo raggiunto trasforma ogni crisi locale in una potenziale minaccia globale. Ciò che abbiamo sfiorato con Sars, Mers ed Ebola è accaduto con Covid 19. Dobbiamo imparare a governare in modo globale queste minacce, semplicemente perché, come abbiamo sperimentato, di fronte a eventi di questo genere ogni governo nazionale da solo è impotente. Credo che abbiamo tutti compreso la necessità di strategie comuni e di autorità mondiali capaci di dettare, la prossima volta, scelte tempestive coerenti. Sarà interessante vedere se da questa consapevolezza scaturiranno accordi internazionali per la prevenzione e la gestione delle pandemie. Ma non ci sono solo le minacce sanitarie, e sarà anche interessante osservare, per esempio, se cambierà l’atteggiamento degli USA verso il trattato di Parigi per ridurre il global warming.

Ora vorrei darvi due esempi di falsa apertura al nuovo, di lettura del cambiamento distorta perché filtrata da occhiali vecchi, con spirito di rivalsa rivolto al passato. Il primo esempio riguarda il welfare state, di cui l’emergenza virus ha mostrato al tempo stesso il valore irrinunciabile e la fragilità, e il secondo ha a che fare con la nostra idea di sviluppo economico, nel momento in cui ci incamminiamo verso una recessione di proporzioni imprevedibili.

Il welfare. Un’idea largamente diffusa è che la crisi sanitaria avrebbe dimostrato l’errore, commesso dal nostro paese e dall’Europa, di non avere investito abbastanza nella protezione sociale e nella sanità pubblica. Sarebbe giunto il momento di invertire la “ritirata del welfare” e farlo sarebbe possibile, trattandosi semplicemente di volontà politica. Una questione di valori, come dicono alcuni, o se preferite di priorità: prima la salute e poi il bilancio.

Un principio condivisibile, non c’è dubbio. Che però funziona come un esorcismo per distogliere lo sguardo dalla realtà, cancellando una consapevolezza che faticosamente si era fatta strada, disillusione dopo disillusione, dagli anni ’90 alle crisi di inizio millennio. La consapevolezza che la crisi del welfare è provocata da squilibri gravi e strutturali, cioè permanenti, dai quali non ci liberiamo chiudendo gli occhi e invocando maggiori risorse. Non sono l’incuria dei politici né un fantomatico attacco liberista alle conquiste sociali ad avere indebolito la sanità pubblica e la protezione sociale, ma gli squilibri che minano il welfare dall’interno: l’invecchiamento demografico, la crescita di nuovi bisogni (non esiste un’assistenza qualificata per gli anziani e abbiamo i livelli più bassi in Europa di istruzione), l’aumento dei costi soprattutto nella sanità, provocato dall’innovazione tecnologica e farmacologica e dall’aumento della domanda di salute e di cura. Non è vero che abbiamo tagliato le risorse per la sanità; è vero che le risorse, rimaste più o meno invariate in proporzione al PIL (un PIL che da vent’anni non cresce) non bastano a rincorrere quelle dinamiche, e ciò sta provocando un inesorabile deperimento delle capacità di prestazione: scarsità di personale, liste d’attesa, impreparazione alle emergenze. E infine, sullo sfondo, la crisi della finanza pubblica. Ricordiamo le cifre: la spesa dello stato assorbe il 46% del PIL, l’aumento della spesa corrente ha eroso di anno in anno la quota per investimenti (ridotta a un misero 7% del totale), la pressione fiscale supera il 42% del PIL. Tutto questo prima dell’emergenza virus. Aumentiamo la spesa per la sanità, d’accordo; abbiamo appena aumentato quella delle pensioni e per il contrasto alla povertà; e che dovremmo fare per l’istruzione, la giustizia e la sicurezza dei cittadini, le infrastrutture (i ponti, le connessioni digitali), gli enti locali?

Veniamo al dunque e diamo un nome alla sfida più importante della nostra epoca: dobbiamo riformare il welfare se vogliamo renderlo sostenibile a lungo termine. L’ondata populista e la crisi di consenso delle politiche riformiste, negli ultimi anni, hanno cancellato questo tema dall’agenda di governo e dei media. Non si tratta di questo o quel provvedimento ma di un compito culturale che le élite non hanno saputo affrontare, meritandosi la tempesta di risentimento da cui sono state travolte: il nostro paese non riuscirà ad avviare una stagione di riforme se non risolverà il conflitto tra le attese generate nella seconda metà del novecento e le sfide della nostra epoca. Dobbiamo fare i conti con quel sistema di attese, e convincerci che sono divenute insostenibili.

Vorrei fosse chiaro che questo è l’approccio di chi il welfare lo vuole salvare e non accetta di vederlo sgretolarsi, nella convinzione che con esso sono a rischio non solo i servizi sociali ma il nostro stesso modello di vita. Il welfare è un fattore costitutivo della civiltà europea, ha permesso di raggiungere un livello di coesione sociale, di sicurezza, di equità nella distribuzione del benessere che non ha eguali nel mondo, anche in aree più ricche della nostra (gli Stati Uniti per esempio). Se vogliamo mantenere tutto questo dobbiamo accettare di modificare il sistema che lo sorregge.

Il punto è che è venuto il momento di mettere in discussione un modello di welfare meramente distributivo: alle imprese il compito di produrre ricchezza, allo stato il prelievo e la redistribuzione. Questo modello non regge nel nuovo contesto, perché è minato alla base dallo squilibrio demografico e finanziario. Come reperire maggiori risorse, aumentando oltre ogni limite il prelievo?

Dobbiamo cambiare lo schema, e concepire un welfare capace di generare risorse, non solo prelevarle e distribuirle. Quali saranno, nel prossimo futuro, i settori produttivi capaci di trainare la crescita? Quelli più legati all’innovazione digitale, certamente, come l’automazione e la meccanica, e quelli capaci di attrarre investimenti e consumi con la riconversione green; ma accanto ad essi i servizi per la salute e il benessere delle persone: l’industria del welfare.

Il welfare, già oggi, non è solo iniziativa pubblica. La spesa di welfare delle famiglie italiane è di 143 miliardi e la spesa delle aziende supera i 20 miliardi; questa industria vale il 10,6% del PIL e l’anno scorso è cresciuta del 6,9% (dalla ricerca Il bilancio di welfare delle famiglie italiane – MBS Consulting, 2019). Certamente il carattere prevalentemente individuale della spesa privata genera sperequazioni sociali. Ma qui sta il ruolo sociale che le imprese stanno assumendo a beneficio delle comunità a cui sono vicine, in primo luogo le famiglie dei dipendenti. Le imprese hanno interesse a investire nel welfare aziendale, che per loro è una leva di produttività e di sostenibilità del business. E lo stato, sollecitando e regolando questa iniziativa, avrebbe la possibilità di concentrare la spesa pubblica su un perimetro più circoscritto di prestazioni essenziali e sui servizi che possono essere gestiti con efficienza solamente su base universale (per esempio il sistema ospedaliero), sostenendo per il resto l’accesso alle prestazioni, pubbliche e private, per le fasce più deboli.

Non siete d’accordo con queste ipotesi? Va bene, discutiamone, ma basta rimozioni, per favore. Volendo mantenere intatto il carattere falsamente universale delle prestazioni pubbliche, e limitando gli interventi al mero contenimento della spesa, abbiamo condannato il welfare al progressivo deperimento delle sue capacità di prestazione. Vogliamo illuderci che questo trend si possa invertire o accettiamo di mettere in discussione le nostre attese e cambiare modello?

Questa domanda ci porta ad affrontare la seconda distorsione che ci impedisce di riconoscere le sfide della nostra epoca.

Oggi, nell’emergenza provocata dal virus, lo stato ha il compito urgente di sostenere le imprese e le famiglie per impedire che la recessione si trasformi nella distruzione del sistema produttivo. Deve farlo in deficit, senza vincoli di bilancio, e senza pensare di recuperare il debito negli anni successivi con aumenti di imposte. Siamo tutti d’accordo. Dove sta, dunque, l’esorcismo che vela e camuffa la realtà? Nell’illusione che la ricetta per l’emergenza possa coincidere con quella per il rilancio.

Sui compiti dello stato in questa emergenza e sul quadro che caratterizzerà gli anni successivi si è espresso autorevolmente Mario Draghi, con una lettera aperta al Financial Times: “Livelli di debito pubblico molto più elevato diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato. È il ruolo corretto dello stato distribuire il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli choc di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire”. È lo stesso Draghi che trasformò il ruolo della BCE in strumento potente di stabilizzazione finanziaria (“whatever it takes”), ed è lo stesso che nell’estate 2011, non ancora insediato all’Eurotower, firmò con Trichet la lettera che portò, dopo molti tentennamenti, alle dimissioni di Berlusconi per salvare l’Italia dal tracollo. Ricordiamola, quella lettera. Essa indicava, anzi dettava “misure immediate e decise” in tre ambiti: 1) “una completa, radicale e credibile strategia di riforme” per la crescita, con le liberalizzazioni e la privatizzazione dei servizi pubblici locali, il cambiamento del sistema di contrattazione collettiva dando centralità agli accordi aziendali, il cambiamento delle regole del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali per favorire la mobilità verso le aziende e i settori più competitivi; 2) scelte decise per “assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche”, contenendo il deficit e l’indebitamento; 3) la revisione dell’amministrazione pubblica per migliorarne l’efficienza, introducendo indicatori di performance e organizzando economie di scala nei servizi pubblici locali. Un elenco minuzioso di riforme che i governi fino al 2016 avviarono, peraltro parzialmente, subendo un crollo dei consensi. E che nella stagione successiva furono del tutto accantonate.

Questo ci porta al nocciolo della questione. Una campagna ossessiva ha convinto gli Italiani che se l’Italia da decenni non cresce è per i vincoli di bilancio imposti dalla perfida Europa. È bello pensarlo, ci autoassolve dall’incapacità di affrontare i nostri problemi, ma la verità è che non cresciamo perché la produttività del nostro sistema economico è bloccata. Ci sono mille ragioni di questo blocco, tutte di carattere strutturale: un tessuto produttivo basato su microimprese con scarsa propensione agli investimenti; la bassissima mobilità delle risorse (capitale e lavoro), inchiodate da norme iperprotettive nei settori e nelle imprese non profittevoli; la scarsa attrattività, soprattutto nel Sud, per il capitale di rischio. Quest’ultimo è un tema di primaria importanza: dovremmo prima o poi chiederci perché il nostro Mezzogiorno è rimasto l’unica area debole d’Europa che non attrae investimenti e non riduce il gap dalle aree più sviluppate. Un’antica visione meridionalista ci ha abituati a pensare che il Sud abbia bisogno di maggiori iniziative pubbliche di protezione e sostegno, e nonostante i disastri provocati da questa tradizione non riusciamo a comprendere che gli investimenti che generano la crescita di un articolato tessuto produttivo sono quelli provenienti dal mercato, e che questi si dirigono semplicemente dove il contesto è più attrattivo, per motivi economici (costo del lavoro, regole contrattuali) e sociali (ambiente, sicurezza, infrastrutture).

Il nodo è la produttività, non da ora ma da quando aderimmo alla moneta comune. L’euro non fu una decisione meramente monetaria, come viene descritta dai nostri demagoghi, ma una scelta coerente a due indirizzi strategici: affrontare la globalizzazione, ovvero il confronto con le economie emergenti, posizionandoci verso i livelli più elevati di produttività; e ridurre l’esposizione alle tensioni finanziarie riducendo l’indebitamento.

Se il nodo è la produttività, una strategia basata sull’espansione dell’intervento pubblico (il ministro Patuanelli propone addirittura una nuova IRI) e sull’aumento delle risorse destinate alla protezione dei settori deboli non ha alcuna speranza di rilanciare la crescita.

È vero, oggi dobbiamo fronteggiare l’emergenza con l’obiettivo di salvare le imprese, l’occupazione, il reddito minimo delle famiglie. Ed è vero che questo è il momento della solidarietà senza remore, nel quale non solo si riconoscono i veri amici, ma anche si distinguono i leader lungimiranti dai gretti mendicanti di voti. Ma tra pochi mesi saremo ad un bivio, come nel 1996, quando dovemmo decidere se entrare o restar fuori del gruppo iniziale dell’euro, e come nel 2011. Solo che questa volta ci troveremo in un contesto di difficoltà estrema, con un debito pubblico oltre il 160% del PIL, nel pieno di una gravissima recessione (il FMI stima per l’Italia -9,1%) e di inevitabili tensioni finanziarie. Sarà facile perdere il controllo e scivolare su un piano inclinato verso il default.

Che fine faremo non dipenderà dalla generosità dei partner europei ma solamente dalle nostre scelte. E tutta la vicenda di questi trent’anni, da Maastricht a oggi, dimostra che la “completa, radicale e credibile strategia di riforme” invocata da Trichet e Draghi e tentata da alcuni governi non è alla lunga politicamente sostenibile senza un convinto consenso popolare. In tutta Europa abbiamo alle spalle la sconfitta storica del ciclo riformista. Evidentemente quelle politiche si basavano su fondamenta friabili. I leader riformisti non compresero che per sostenere in modo duraturo la loro azione di governo sarebbe stata necessaria un’operazione culturale molto più incisiva, che permettesse a strati ampi della popolazione di recidere i legami con le aspettative e con le idee del passato e di accettare le sfide della nostra epoca.

Tra pochi mesi si aprirà il confronto su come uscire dall’emergenza e avviare la ripresa. Non sarà un comune dibattito politico, perché la precipitazione economico-finanziaria imporrà decisioni rapide e di grande impatto. Si tratterà di scelte così impegnative che forse provocheranno un nuovo rimescolamento del quadro politico, con forti probabilità di successo delle spinte più demagogiche (come resistere alla tentazione di cavalcare il risentimento sociale o l’orgoglio nazionale ferito?) ma anche con la concreta possibilità di rilanciare le riforme di cui il nostro paese ha più che mai bisogno. Un governo tecnico? Spero proprio di no, questa volta non dovremmo permettere ai leader politici e agli elettori di nascondersi. Questa volta qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di un’iniziativa politico – culturale di ampio respiro, che aiuti il paese ad aprire gli occhi e smantellare le false narrazioni in cui ha preferito cullarsi. Le premesse non inducono all’ottimismo. Ma è anche vero, l’abbiamo detto all’inizio, che talvolta le tragedie collettive (e l’esperienza che stiamo vivendo ne ha tutte le caratteristiche) provocano salti di qualità nella coscienza di un popolo.

Enea Dallaglio

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Enea Dallaglio

Sono partner di Innovation Team e di MBS Consulting, la società di consulenza del gruppo Cerved. Da una quarantina d’anni mi occupo di consulenza aziendale e ricerche di mercato, seguendo un indirizzo:...