All’inizio del XVI° secolo sopravvivevano nelle campagne antiche usanze pagane sopravvissute alla evangelizzazione cristiana, come i riti agrari per propiziare la fertilità dei campi o le pratiche sanitarie delle ‘medichesse’, che  nei villaggi curavano i malati usando erbe o ricorrendo a formule magiche. Naturalmente, questi riti e queste pratiche mediche erano contrastate dalla Chiesa, che accusava di stregoneria o di eresia quanti, uomini o donne, le praticavano, condannandoli quasi sempre alla morte sul rogo. 

Marino Sanudo, nato a Venezia nel 1466 da una nobile famiglia e formatosi alla Università di Padova, autore dei Diarii (58 volumi, scritti tra il 1516 ed il 1533) che riportano la cronaca dei principali avvenimenti accaduti nei territori della Repubblica di Venezia  tra la fine del XV° secolo ed i primi decenni del XVI° secolo,  riferisce di alcuni processi per stregoneria celebrati nella Valle Camonica tra il 1518 ed il 1521 e sul contrasto nato in merito ad essi tra la Repubblica di Venezia e la Chiesa romana.

Nel giugno e luglio 1518  giungono nella Valle Camonica, probabilmente chiamati da alcuni parroci locali, il Vescovo di Brescia Paolo Zane ed il Vice Inquisitore, il frate domenicano Lorenzo Maggi, i quali iniziano a processare le persone sospettate di stregoneria, su indicazione dei religiosi o in base a denunce anonime. 

I capi di accusa, descritti in una lettera spedita a Venezia da un giurista, testimone di alcuni processi, sono quelli tipici dei giudizi per stregoneria: gli imputati sono accusati di aver partecipato sul Monte Tonale a ‘sabba’ con il diavolo, che  ha dato ad essi una polvere con la quale hanno fatto morire i bambini appena nati ed hanno causato tempeste atmosferiche o carestie, che hanno distrutto o fatto seccare le coltivazioni. Erano queste le principali calamità temute dalla popolazione contadina del tempo, che riteneva che queste sciagure fossero causate dalla ‘magia nera’ di streghe e stregoni, individuati in coloro che operavano i riti agrari o le pratiche mediche empiriche.

Nel giugno e luglio 1518 vengono  pronunciate e subito eseguite circa 70 sentenze di condanna a morte ed i beni dei condannati sono incamerati dalle autorità ecclesiastiche locali.

Il 14 luglio il Consiglio dei X (organo esecutivo della Repubblica di Venezia) viene informato dello svolgimento dei processi dai due Rettori di Brescia (i Governatori della città) i quali inviano a Venezia nei giorni seguenti altre informazioni e la relazione di un testimone dei processi e delle esecuzioni delle condanne a morte.     

Il Consiglio dei X chiede ai Rettori di Brescia di essere informato ulteriormente sui processi inquisitoriali in quanto vede violata dall’Inquisizione la propria giurisdizione. Considera inoltre illecita la pratica dell’autorità ecclesiastica di arricchirsi con i beni espropriati ai condannati e l’obbligo per i Comuni di sostenere le ingenti spese  per mantenere gli inquisitori ed i giudici e per lo svolgimento dei processi. 

Per questi motivi, il 31 luglio 1518 il Consiglio dei X  decide di bloccare l’attività della Inquisizione nella Valle Camonica e chiede al Podestà di Brescia di recarsi nella Valle e di farsi consegnare gli atti dei processi celebrati dal Vescovo di Brescia Paolo Zane e di avviare una inchiesta sul comportamento dei giudici. Inoltre, il Consiglio chiede agli Inquisitori, ai notai, ai Vicari ed al Capitano della Valle di riferire  sul comportamento da essi tenuto in merito ai processi inquisitoriali. 

L’11 agosto arrivano a Venezia gli atti dei processi ed il giorno seguente il Nunzio pontificio Altobello Averoldi, Vescovo di Pola, si presenta al Consiglio dei  X per esaminare la situazione dei processi inquisitoriali.

Il 23 agosto il Consiglio nomina una Commissione formata dal Nunzio, dal Patriarca di Venezia e da altri prelati, esperti in materia  di diritto canonico,  per accertare  le eventuali responsabilità dei giudici che hanno celebrato i processi.

Il 9 settembre il Nunzio Averoldi si presenta davanti al Consiglio dei X per leggere il Breve  del Papa Leone X con il quale  gli viene affidata la gestione della questione dei processi inquisitoriali nella Valle Camonica. Il Consiglio afferma che il Vescovo di Brescia e gli inquisitori hanno svolto i processi  con <<grande severità>> e sono stati mossi da cupidigia, avendo espropriato ed incamerato  i beni dei condannati.  

Pertanto il Consiglio, attraverso  l’ambasciatore veneziano a Roma, Marco Minio,  chiede al Papa di obbligare  il Vescovo di Brescia a  non svolgere altri processi.

Il 25 settembre, il Nunzio Averoldi, convinto dell’esistenza della stregoneria nella Valle Camonica, porta davanti al Consiglio dei X ed al Doge un sacerdote, testimone dei ‘sabba’ tenutisi sul Monte Tonale. Inoltre nomina, con il consenso delle autorità veneziane, come suoi delegati per indagare sui processi nella Valle Camonica,  i Vescovi di Famagosta Mattia Ugoni e di Capodistria Bartolomeo Assonica. 

L’unica documentazione pervenutaci sui processi è quanto scritto da Sanudo nei Diarii nei quali in particolare racconta il processo a Benvegnuda, detta Pincinella, una guaritrice accusata di stregoneria, tenutosi tra il 19 ed il 26 luglio 1518. 

Però nell’Archivio di Stato di Venezia si sono trovate quattro lettere inviate dai Rettori di Brescia  al Consiglio dei X tra il 27 ottobre 1518 ed il 4 agosto  1519, con le quali informano su quanto accade nella Valle Camonica dopo la decisione del Consiglio del 31 luglio 1518 di sospendere i processi inquisitoriali. In particolare, riferiscono del processo a Bartolomeo de Celeri, sospettato di eresia e poi prosciolto, che non ha potuto riavere il denaro e i beni sequestrati  dagli Inquisitori.

Con la lettera del 27 ottobre 1518  i Rettori  riferiscono che la decisione del Consiglio dei X di sospendere i processi è stata disattesa dal Vice Inquisitore, il  frate domenicano Lorenzo Maggi, che ha continuato ad istruirli. Il Vescovo di Capodistria, saputo dei processi, manda un suo Segretario a parlare con fra Lorenzo,  il quale lo tratta in modo arrogante.

Nella lettera del 7 novembre, i Rettori di Brescia informano il Consiglio  dei X  che fra Lorenzo ha rifiutato di presentarsi davanti a loro e che anzi sono stati scomunicati  dal frate, il quale ha poi spiegato al Vescovo di Famagosta che ha preso questo provvedimento perché gli è stato impedito di svolgere la sua attività di Inquisitore.

I Rettori di Brescia interrogano alcuni dipendenti degli inquisitori, i quali riferiscono degli abusi compiuti dai frati domenicani in merito all’uso delle ‘croci rosse’, i segni distintivi in stoffa rossa, che i sospettati di eresia devono portare cuciti sugli abiti, a pena di scomunica, sia prima che durante e dopo lo svolgimento dei processi. Gli inquisitori domenicani abusavano di questo provvedimento per estorcere danaro agli imputati che  non volevano  portare le ‘croci rosse’ sugli abiti.

Il 24 febbraio 1519 le autorità veneziane convocano il Nunzio Averoldi e lo esortano a mandare presto nella Valle Camonica i suoi due delegati, cioè il Vescovo di  Famagosta e quello di Capodistria, per risolvere il problema dei processi per stregoneria nella Valle.

Il 22 giugno 1519 il Podestà di Brescia Zuane Badoer invia una lettera al Consiglio dei X  con la quale sostiene la richiesta dell’infelice Bartolomeo contro fra Lorenzo  Maggi  per la restituzione di 14 ducati, allegando  la richiesta formale di restituzione fatta da Bartolomeo e la dichiarazione del frate, entrambe presentate davanti ai notai il giorno precedente, 21 giugno. Questi due documenti attestano da un lato  la richiesta legittima dell’imputato di riavere subito la somma che gli è stata estorta illegittimamente e la  pretesa di fra Lorenzo di non  restituire nulla.

Il 4 agosto 1519 il nuovo Podestà di Brescia Pietro Tron invia una lettera al Consiglio dei X con allegata la dichiarazione di fra Lorenzo, che riafferma quanto già dichiarato davanti ai notai il 21 giugno e cioè che il denaro (14 ducati) di cui Bartolomeo ha chiesto la restituzione, è stato utilizzato per le spese della sua attività di Inquisitore. Tuttavia, dichiara di essere disponibile a restituirli se gli viene concesso un adeguato periodo di tempo. Accusa infine i Rettori di Brescia di aver affermato il falso nelle lettere inviate al Consiglio dei X per scagionare Bartolomeo e quindi farlo liberare, affermando che non è un eretico, mentre invece nel processo era emerso che era fortemente sospettato di eresia e che inoltre era un ‘apostata’, come egli stesso aveva confessato. Al riguardo, fra Lorenzo afferma di avere dei testimoni  che hanno assistito alla sua confessione.  Chiede pertanto la revoca delle  lettere dei Rettori di Brescia perché rappresentano un ostacolo all’attività dell’Inquisizione.    

Purtroppo non sappiamo come si è conclusa la vicenda di Bartolomeo de Celeri. Sappiamo invece come è finita la storia della ‘caccia alle streghe’ nella Valle Camonica in base ai Diarii di Sanudo. 

Nel luglio 1520, il Vescovo di Capodistria arriva nella Valle Camonica e fa subito arrestare alcune persone sospettare di stregoneria.

Il 28 settembre 1520 il Vice Doge Luca Tron, durante una seduta del Consiglio dei X  dichiara di essere contrario alla persecuzione delle persone sospettate di stregoneria in quanto il fatto loro imputato non sussiste ed in ogni caso non rappresenta un “reale e grave pericolo” né per la Repubblica di Venezia né per la ortodossia religiosa. 

Il 12 dicembre 1520 il Vescovo di  Capodistria è convocato  dal Consiglio dei X che decide la sospensione dei processi inquisitoriali nella Valle Camonica e inoltre  vieta alle Comunità locali di pagare le spese per il mantenimento dei giudici e degli inquisitori e per lo svolgimento dei processi.

Il 3 gennaio 1521 il  Vescovo di Capodistria si presenta davanti al Consiglio dei X. Si discute dei processi inquisitoriali nella Valle Camonica e della effettiva presenza di streghe nella Valle. Si arriva ad uno scontro tra il Vice Doge Luca Tron ed il Nunzio Averoldi, che causa una crisi diplomatica tra la Repubblica di Venezia e la Chiesa romana, tanto che il 15 febbraio il Pontefice Leone X emana un Breve in difesa della giurisdizione ecclesiastica e delle prerogative del Nunzio pontificio contro quelli che sono considerati soprusi da parte delle autorità veneziane.

Il 21 marzo 1521 il Consiglio dei X, dopo una lunga discussione nelle sedute del 8, 11 e 20 marzo, approva le norme per lo svolgimento dei processi inquisitoriali nella Valle Camonica. In particolare si stabilisce che i processi si devono svolgere alla presenza di un Vescovo, di un Inquisitore e di due giuristi di Brescia, tutti di indubbia onestà. Inoltre, i processi si devono tenere a Brescia alla presenza dei due Rettori, del Podestà e di altri quattro giuristi di indubbia onestà. Il Nunzio pontificio infine deve garantire l’onestà degli Inquisitori in merito alle spese sostenute per i processi. Le norme sono approvate dal Nunzio l’11 aprile 1521 e  sono  presto ratificate dal Pontefice che vuole chiudere rapidamente la questione. 

Il 24 maggio il Consiglio dei X invia ai Rettori di Brescia  copia delle norme approvate,  che devono essere osservate scrupolosamente. Li informa inoltre di aver incaricato il Vescovo di Limassol Paolo Borgese di supervisionare lo svolgimento dei processi.

Il 27 luglio 1521 il Consiglio dei X decide la sospensione dell’attività dell’Inquisizione nella Valle Camonica, esonerando dall’incarico il Vescovo di Limassol, che si presenta il 3 settembre davanti al Consiglio per riferire del suo operato. 

Si chiude così, con la vittoria delle autorità veneziane, che hanno imposto la propria giurisdizione su quella ecclesiastica, la vicenda dei processi per stregoneria nella Valle Camonica, che aveva messo in crisi i rapporti tra la Repubblica di Venezia ed il Papato. 

Bibliografia:  Stefano Brambilla e Attilio Toffolo, Lo scontro sulla stregoneria in Valle Camonica tra la Repubblica  di Venezia e il Papato nei documenti del 1518-1521, in docplayer.it.

Giorgio Giannini

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